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Aria pubblica, aria privata

Patrizia Cavalli

Luglio: le strade del centro cittadino sono occupate da una serie di insignificanti appuntamenti, che gli amministratori locali si sforzano di chiamare eventi culturali. Nello slargo, davanti a quello che una volta fu un Caffè elegante e ora è un triste locale deserto, quattro persone parlano di cibi sani e di qualità della vita. Urlano nei microfoni, le loro voci lottano con l’evento che si consuma cinquanta metri più in là, dove tra un bar, un negozio di intimo e una profumeria (nei centri storici delle città di provincia puoi trovarti senza pane, ma non ti mancherà mai una mutanda e un dopobarba) una cantante cinquantenne dal trucco esagerato e dalla capigliatura improbabile si esibisce in una sequenza di classici da discoteca. Poco più avanti è stato allestito un karaoke, nella via d’angolo una scuola di danza ha appena finito la sua esibizione: la strada è ancora chiusa dalle transenne, malgrado l’evento sia ormai da un po’ terminato. Nella piazza del Duomo il palco che per tre settimane ne ha occupato un lato ha lasciato da qualche giorno posto alla pista in terra battuta dove si svolgerà l’immancabile, e storicamente poco accreditata, giostra medievale. Ci aspettano corteggi, cavalieri con gli occhiali, sbandieratori sbandieranti e dame in abiti di broccato che hanno trascorso il pomeriggio dal parrucchiere.
La piazzetta dove quotidianamente si svolge il mercato è diventata un grande ristorante all’aperto, al quale si accede però solo se invitati da non so quale associazione di commercianti. Per raggiungerla devo attraversare un mercatino di chincaglierie di vario genere, tra sentori di incenso, olezzi di saponi che dovrebbero curare l’insonnia e effluvi che provengono dal furgone del paninaro.
E’ mezzanotte e schivando accaldate orde schiamazzanti, transenne e gruppi musicali petulanti, faccio rapido ritorno a casa: per sentirmi meno inadeguato di fronte allo spirito dei tempi mi è venuta voglia di rileggere Aria pubblica, il poemetto di Patrizia Cavalli, prima pubblicato nei sassi di Nottetempo e poi raccolto nell’einaudiano Pigre divinità e pigra sorte.

L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio, ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata.

Comincia così il poemetto della Cavalli. Mi sento meno solo nella mia rabbiosa incapacità ad accettare un’estate dove il divertimento passa attraverso il rumore che si riesce a produrre, lo spazio che si deve riempire, la fetta di notte che si deve occupare, eliminando la possibilità che altri possano divertirsi e trascorrere la notte in modo diverso.

I delegati a conservare il bene
di tutti, cittadini e forestieri,
fuggono il vuoto come peste nera,
per loro il vuoto è vuoto di potere.
Non c’è piazzetta slargo o marciapiede
strada o rientranza che, sequestrata,
non si trasformi in gabbia. Da riempire.
Che cosa la riempie non importa:
chiasso puzze concerto promozioni
i cinquemila culturali eventi
fiere-mercato libri chioschi incensi
corpi seduti o in piedi nella mischia,
purché sia tutto pieno, dura festa.

Una volta, parlando a cena di questo argomento, Patrizia Cavalli mi raccontò, in quel suo modo sarcastico e falsamente innocente, della sua vita romana a due passi da Campo dei Fiori, di come era cambiata negli ultimi anni, dell’aggressione di cui ci si è vittime quando appunto non si riesce a oltrepassare una piazza senza sentirsi, invece che in un luogo pubblico, in “un lugubre infinito lunapark”. E concluse: “sono furiosa, buon per te, che vivi a Pistoia”.  

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