TUTTI I NOSTRI ERRORI di Mario Fortunato (Bompiani)

Mario Fortunato è uno scrittore di racconti, forse ancor prima che un romanziere. L’autore di I giorni innocenti della guerra, Allegra Street, Le voci di Berlino, da sempre dimostra di essere a suo agio negli spazi brevi, delinea con sicurezza caratteri e situazioni, tratteggia paesaggi naturali e dell’anima in poche righe, sa dosare gli effetti senza mai indugiare nell’emozione troppo violenta o esibita, conclude la storia non quando il cerchio si chiude e il plot si stempera in una soluzione, ma nel momento in cui il necessario, se veramente esiste un necessario nel raccontare, è stato detto.

Ne è dimostrazione il volume Tutti i nostri errori, edito da Bompiani, che raccoglie, nelle oltre trecento pagine, sedici racconti che l’autore ha composto nel corso degli anni o che ha scritto più recentemente e che sono qui dunque pubblicati per la prima volta.

Mario Fortunato alla libreria Lo Spazio di Pistoia (ph. Grattacaso)

Le quattro parti in cui si divide il libro testimoniano la volontà di dare unità ai testi scritti in epoche diverse e per differenti occasioni. In effetti ne nasce davvero un “romanzo controvoglia”, come suggerisce il sottotitolo in copertina. Fortunato finisce per realizzare il possibile romanzo dei nostri giorni: quello che non racconta per esteso e non pretende di dire tutto, ma che procede per frammenti, mette insieme pezzi apparentemente lontani e non combacianti, propone un puzzle il cui disegno di approdo può apparire scomposto, ma che nell’insieme risulta altamente significativo, capace di offrire un ritratto preciso dell’autore e dei tempi e del paese in cui ha vissuto.

Una sorta di dichiarazione di poetica ci viene dal racconto Fuori di qui. Il protagonista, che è anche il narratore della storia, vive in una cella e tenta di vincere l’inevitabile disperazione che nasce dalla vita carceraria, tramite la scrittura. Chiede una macchina da scrivere e in sette anni realizza quindici racconti (che, a ben vedere, se aggiungiamo quello che sta scrivendo e di cui stiamo parlando, diventano sedici, come le narrazioni che compongono il libro). Infine giunge a questa conclusione: “Il bisogno di riprodurre minuziosamente il suono dell’esistenza mi aveva condotto quasi fatalmente a scomporlo, a purificarlo, riducendolo a un unico accordo. Ero in possesso di singole schegge, di frammenti di me stesso, che chiedevano di essere ricomposti in un’unica trama. L’immagine più netta che si affacciava nei miei pensieri era quella di una mappa in scala uno a uno. Un disegno, insomma, che arrivava a sovrapporsi, a identificarsi con tutto me stesso, e con gli altri me stessi che coabitavano nello spazio circoscritto della mia testa”.

Insomma Fortunato sembra suggerire che un procedimento lineare non sia più possibile e che intrecciare le storie e le vite degli altri nella narrazione, in certi casi significa arrivare a disegnare un autoritratto. Si parla di altri, delle esistenze degli altri, e si disegna se stessi. In questo modo, tanti racconti, che pure si soffermano su personaggi e vicende diverse, possono convergere verso la scrittura di un’opera unitaria. “Avrei dovuto allora raccontarmi – afferma ancora il personaggio di Fuori di qui – nell’atto del racconto di altre esistenze intrecciate alla mia? Avrei dovuto optare per una sorta di scrittura multipla? (…) Il rischio, comunque, era quello di giungere a una forma, magari di secondo grado, di autoritratto. Una specie di autoscatto fotografico, fissato sulla pellicola da qualcun altro”. Oppure un selfie, verrebbe fatto di aggiungere, in cui chi si ritrae scopre nella fotografia realizzata l’immagine di un altro.

Vale la pena ricordare che il testo citato è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta di racconti Luoghi naturali, che risale al 1988 e rappresenta l’esordio narrativo di Fortunato. Insomma il “romanzo controvoglia” parte da lontano, così come l’idea di letteratura che sostiene le opere del narratore.

Forse anche perché il raccontare non può che generare il proprio autoritratto, quello di chi scrive ma poi in fondo anche quello del lettore, i personaggi di queste storie tendono a nascondersi, ad immergersi in un contorno opaco, un paesaggio interiore malinconico e indefinito, nel quale porsi e porci domande più che cercare risposte e dove bisogna spesso fare i conti con la memoria, che non offre soluzioni ed anzi si sovrappone al presente confondendone la prospettiva. Sono personaggi che a volte avvertono la mancanza di qualcuno o di qualcosa, che sarà difficile ritrovare, o vivono in una condizione di felicità, sapendo che l’emozione che ora li trascina si risolverà presto in delusione e avvilimento.

I racconti di Tutti i nostri errori (titolo quanto mai felice) costruiscono anche un romanzo dell’Italia degli ultimi decenni, che viene descritta sempre a toni tenui e con fare quasi svagato, ma che risulta di estrema efficacia nel ricordarci i sentimenti e i limiti che la hanno animata. Pur con un procedere sereno e paziente (Daniele Del Giudice ebbe a scrivere, nel presentare Luoghi naturali, che “non deve ingannare l’apparente scrittura piana”, il suo stile “ha un preciso campo corporeo di gesti, e insieme di repentini ribaltamenti”), Fortunato con forza sa metterci di fronte a tutti i nostri errori e alle nostre miserie, ma anche sa dirci che bisogna continuare a credere che una soluzione sia possibile e che questa risiede forse proprio nell’accettazione della nostra condizione di imperfezione e di insufficienza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Andrea Bajani

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

IL MOTO DELLE COSE di Giancarlo Pontiggia (Mondadori)

Procedendo nella sua maniera pacata e estremamente controllata, disegnando in maniera netta e senza sbavature ogni singolo verso, come ci ha abituati nelle precedenti raccolte, Giancarlo Pontiggia in Il moto delle cose, pubblicato nella collana mondadoriana dello Specchio, si muove nell’ostinata, a tratti commossa, ricerca di un senso che possa spiegare l’esistenza e il suo divenire nel tempo, che possa dare conto del susseguirsi dei giorni e del nostro affannarci a costruire obiettivi e progetti. Ma il significato che cerchiamo, ci dicono senza clamori le belle poesie di questa sequenza lirica così compatta, continuamente sfugge, anzi forse nemmeno risulta ipotizzabile. Non per questo il poeta rinuncia a magnificare la nostra presenza nel mondo, anzi egli sembra celebrare, quando più ne mette in risalto i limiti, proprio l’attaccamento alla vita e al suo caotico mistero, al “delirante moto delle cose”, che ci affascina nella sua incongruenza.

All’interno di “città tetre, apocalittiche”, in preda a un incessante lavorio per stare al passo con il trascorrere di un tempo che pure inevitabilmente è imperscrutabile, il protagonista di queste liriche è abbagliato dal movimento, che sembra non avere scopo, che è provocato da tutto quello che ci è intorno, dalle immagini che si propongono incessantemente dinanzi ai suoi (ai nostri) occhi, e che vorrebbe continuare a guardare, stupendosi ogni volta del panorama incompiuto che si materializza “tra i cieli e la terra, i fiori e gli asfalti”.

Pontiggia guarda il mondo nelle sue manifestazioni più diverse, dal “firmamento algido” agli accadimenti minimi di tutti i giorni, con sguardo rassegnato e incantato. Il suo modo di raccontarci le cose non mescola l’alto con il basso: la quotidianità con i suoi singoli eventi, minuti e differenti, serve solo a spiegare l’insieme, ad alimentare un pensiero alto, una riflessione caparbia e appassionata, a formulare una risposta, sempre a sua volta interrogativa, sulle mille domande che la vita ci pone, anche nelle sue manifestazioni più trascurabili, nei suoi prodotti più passivi. : “che cos’è, pensi, questa vita / se non vita in sé, soffi / di vapore che si sollevano / dalla bocca, sangue / che fugge dalle vene / e s’impasta con la terra // (…) cos’era – ti chiedi – questo / fervente agitìo, / questo mùgghio / di vite che premono, ansano, / che ribollono / nella gran pappa del mondo // il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso”

Le poesie di questo libro, alcune di pochi versi, altre che hanno il respiro del poemetto, tutte comunque coerentemente, quasi ossessivamente, all’interno di un’ideale disciplinata successione, compongono un dialogo serrato del poeta con se stesso: il tu che ritroviamo con continuità nelle poesie in effetti non si rivolge ad altri che a chi scrive, è un tu orientato verso lo specchio: chi guarda scopre in se stesso le mutazioni dovute al passare del tempo e alle rinunce che il transito impone (“Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco.”), chi legge scopre che l’immagine riflessa in qualche modo gli appartiene. Infatti proprio quando più concitato si fa il colloquio con sé, tanto più netta diventa la certezza che quel identifichi in effetti tutti noi lettori.

Il moto delle cose, come suggerisce il titolo, parla anche del movimento degli oggetti e di ogni presenza più in generale alla ricerca di una propria identità definitiva. Anche le cose, che pure ci sopravvivono e appaiono meno deteriorabili nell’avanzare del tempo, sono preda del mutamento, forse alla ricerca di un senso o forse perché solo sospinte dal vortice che ci guida. Queste metamorfosi sono segnalate dalla numerosa serie di verbi che dicono di un’alterazione accidentale, quasi sempre di uno scivolamento verso il basso, verso un punto d’approdo che si vorrebbe ultimo: “e sai e non sai, / t’increti / nella memoria sottile delle cose / che non sono (larve, lemuri, bolle che crepitano / nella caverna della mente che delira), implori / un cenno, un suono / di niente, che scardini / il corso del tempo, affondi // in genealogie di pensieri troppo remoti”.

Per dire delle cose che sono “sospese / nella loro formula di caso / e ordine”, Pontiggia ancora una volta procede con un dettato estremamente nitido, come era già accaduto del resto nella precedente produzione poetica, qualche tempo fa riproposta dall’editore Interlinea nell’antologia Origini, di cui abbiamo già parlato in questa stessa sede. In una breve dichiarazione di poetica, è lo stesso Pontiggia a indicare il procedere della sua poesia: “Pochi versi, ma veri. / Valgano per te, come per me. / Che siano limpidi – per guardare il cielo / alto – / e severi, se così è il tuo animo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Arrampicato su un albero. Ricordo di Pierluigi Cappello

di Alessandro Fo

 

Desidero scrivere qui poche «parole povere», a caldo, per salutare Pierluigi nel momento in cui si ricongiunge ai suoi amati genitori, e scelgo intenzionalmente di farlo da un punto di vista personale. Poche persone ho conosciuto, nella mia vita, che abbiano saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi.

A sedici anni, fra le tante passioni e speranze che coltiva ogni ragazzo, aveva quella dell’atletica leggera, ed era un velocista. Ma uno sventurato pomeriggio accettò un passaggio in moto da un amico. Di lì a poco, la moto uscì di strada, l’amico morì, Pierluigi riportò lesioni gravissime, che hanno trasformato la sua esistenza in un calvario ospedaliero, e l’hanno costretto poi per sempre su una sedia a rotelle. 

Pierluigi Cappello riceve la notizia della vittoria del premio Viareggio

Quanto la letteratura e la poesia abbiano giocato per lui un ruolo fondamentale per superare questo momento è scritto in pagine altissime, nel racconto che egli stesso ha tessuto del suo itinerario biografico: il libro Questa libertà, che Rizzoli ha pubblicato nel 2013. Vi racconta dei primi successi quando scriveva i suoi temi alle elementari: il libro-premio con le immagini degli aerei che, insieme al suo risiedere in alto, a dominare la valle, gli avrebbe istillato la passione del volo. E poi della sua vita a Chiusaforte, del momento epico in cui, nella povera casa arrampicata sui crinali, il padre trasportò di peso sulla propria schiena, lungo un’erta ripidissima, quel così necessario e quasi fantastico strumento che era una lavatrice. E di come quella povera casa venisse poi presto spazzata via dal terremoto del Friuli. Vi racconta di quando leggeva arrampicato su un albero, e di come gli si schiudesse così un nuovo universo di avventure e di mirabili viaggi e percorsi, dei quali da ora e per sempre avrebbe voluto divenire parte integrante. Quell’universo che poi, recuperato – appena possibile, e con braccia deboli e incerte – fra le lenzuola del primo ospedale, l’avrebbe salvato. Lodevole impresa, quella di Francesca Archibugi, aver voluto a sua volta salvare questa vicenda con i mezzi del cinema nel suo film del 2013 (in commercio come DVD) Parole povere.

A presentarmi Pierluigi è stato, in qualche modo, il poeta tardolatino che ha dirottato sui classici il mio viaggio personale: Rutilio Namaziano. Dopo una conferenza sul suo poemetto Il ritorno, il giovane studioso Maurizio Zuliani mi segnalò che un poeta friulano aveva scritto un acrostico su Rutilio. Infatti, nella sua raccolta La misura dell’erba (Milano, Ignazio Maria Gallino 1998, seconda edizione 2000), Pierluigi studia già il tema (poi cruciale nelle sue poesie, e forse non sempre in piena consapevolezza) del conflitto fra movimento e immobilità, scegliendo a suoi campioni Rutilio Namaziano, cioè un poeta che ‘parte’ e vorrebbe restare (p. 19), e Umberto Saba, che invece è un poeta che ‘resta’, con nostalgia e quasi ansia del partire (p. 20):

Namaziano

Non le barche, le scapole dei servi
amare al peso del trasloco, o l’alba
marina di Roma; lui magister
alzò su di sé lo sguardo, divenne
zona viva tra il suo respiro e l’altro
il filo e la sostanza del poeta;
allora non fu partenza il congedo:
nero, in mezzo, lo scalpito del mare
oltre l’indice teso del pontile.

 

Umberto Saba

Uno soltanto tu mi sei poeta
marino, che con l’iride d’azzurro
brevi ansietà d’imbarco mi riveli
e aria e onda spuma di mare e scoglio
respirano nei versi come te;
tu ne tremi, poeta, e quanto il mare
o l’ansito delle navi a vapore
sbioccate là sui fogli dove il cielo
altro non è che estrema ed incessabile
brama d’Odisseo che eri, torni in me:
alto com’è dei culmini ti levi.

Così cercai un contatto, e conobbi sia Pierluigi (all’epoca ricoverato per una lunga degenza nell’ennesimo dei suoi tanti ospedali), sia Anna De Simone, l’autentico angelo che lo ha seguito e aiutato in tutti questi anni nel suo itinerario di artista. Nascevano due grandi amicizie, che ancora oggi riempiono e riempiranno la mia vita. E che ne hanno comportate molte altre, altrettanto belle e importanti. 

Cappello con Alessandro Fo

Dei molti momenti che ci hanno legato vorrei ricordare qui quello forse più bello, quello in cui ho potuto vedere ‘in diretta’ l’amico nel momento in cui si accendeva una delle sue più grandi felicità. Nell’agosto del 2010 Pierluigi figurava nella cinquina finale del Premio Viareggio con la bellissima silloge pubblicata nelle eleganti edizioni del nobile amico Nicola Crocetti Mandate a dire all’imperatore. La Commissione giudicatrice si sarebbe riunita per designare il ‘supervincitore’ di ciascuna sezione solo il 26 agosto, cioè il giorno immediatamente precedente a quello in cui l’esito sarebbe stato reso noto in conferenza stampa, e si sarebbe tenuta quindi, in serata, la Premiazione. Le condizioni di salute di Pierluigi non gli permettevano quasi di affrontare alcun viaggio, figuriamoci un viaggio tanto lungo come quello da Tricesimo, dove viveva, a Viareggio. Non era pensabile tentarlo, nemmeno in caso di definitiva vittoria. Avventurarsi comunque? Pierluigi decise di rischiare e di suddividere la spedizione in due tappe. Con l’aiuto di una squadra di amici generosi, si organizzò con una sorta di ambulanza, in cui viaggiava sdraiato, e, quella famosa vigilia, fece tappa in un Motel sull’autostrada, nei pressi di Bologna. Se lì avesse appreso la notizia della vittoria, l’intera compagnia avrebbe proseguito la mattina seguente per Viareggio. Altrimenti, sarebbero rientrati tutti a Tricesimo. Io lo raggiunsi in quel motel e, quando uno dei giurati telefonò – era Mario Graziano Parri, che si era molto battuto per lui ed era era particolarmente in ansia sapendo di quel viaggio – , capitò proprio a me di ricevere la chiamata e di vivere con lui quel momento (l’ho potuto fermare in una fotografia, e penso non sia sbagliato accluderla, anche se lo coglie stanco e provato in un letto). Il giorno dopo eravamo a Viareggio.

Pierluigi era bello, simpatico, delicato, paziente, umile. Non si poteva non volergli bene. Fino dall’inclusione nei quaderni di poesia contemporanea curati da Franco Buffoni, il mondo letterario italiano gli ha riconosciuto quanto ha potuto: fra gli altri, oltre al Viareggio, il Premio Bagutta, il Premio Montale, il Premio Pisa; senza contare la laurea honoris causa dell’Università di Udine. È stato il modo in cui ‘concretamente’ la poesia e la letteratura hanno cercato di consolare un giovane ferito nel profondo dagli eventi della vita, ricompensandolo dell’autentico spirito religioso – laico, contingente, e sempre propugnato con così calda umanità – con cui Pierluigi si è avvicinato ai loro meravigliosi segreti. L’editore Rizzoli ne aveva di recente fatto uno dei propri autori più significativi, e nel suo catalogo si possono trovare ora praticamente tutte le sue poesie ‘riconosciute’: la silloge che egli stesso curò nel 2013 con il titolo di Azzurro elementare e le ultime poesie che con caparbia volontà ha strappato a condizioni sempre più impervie lo scorso anno: sono uscite sotto il Natale del 2016 con il titolo Stato di quiete (in appendice, l’accurata bibliografia delle sue opere e degli interventi critici che lo riguardano, curata da Anna De Simone).

Fra le tante sue bellissime poesie, ne amo particolarmente una tanto breve e significativa, da Mandate a dire all’imperatore, che recupera tutta la sua gentile proiezione verso le figure amate, da quella distanza che spesso impone la vita (e tanto più a chi ha conosciuto deprivazioni di libertà quali quelle con cui Pierluigi ha dovuto sempre combattere):

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato

 

L’ultima poesia dell’ultima raccolta, Stato di quiete, è una breve lirica separata da un foglio bianco, e presentata senza alcun titolo, in corsivo, che in qualche modo racchiude tutta la sua sensibilità: la vicinanza alla natura e ai giochi infantili, la fede nelle parole, e nei loro riti, che fasciano il cuore più intimo e prezioso di ogni nostra realtà:

Costruire una capanna
di sassi, rami, foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

 

Giorgio Orelli: la realtà corre sui tasti della Olivetti

La poesia di Giorgio Orelli si è spesso circondata di eventi minimi, muovendosi in una geografia dell’ordinario, alimentata da un rapporto con la realtà che potremmo dire dettato dalla consuetudine. La tangibilità del mondo reale è d’altra parte sempre elemento sostanziale delle sue liriche. E’ proprio nell’usuale svolgersi dei fatti, nella trita regolarità di quello che ci è davanti, che Orelli affonda lo sguardo, non per sfidare la banalità del vivere, né per dircene la ragione, ma solo per guardarla, così da meravigliarsi che proprio nella normalità della realtà risieda la sua stravaganza, si manifesti un’ipotesi di eccezionalità.

E’ proprio lì, in quel tratto tra l’ovvio e lo straordinario, che si nasconde l’occasione, la strada che porta alla poesia, a patto però di non credere che nel tragitto, o tanto meno nel suo punto di avvio, si nasconda un senso, che si possa insomma, proseguendo per il cammino, arrivare ad una verità. La realtà, sembra dire il poeta, e anche tutto quello che la trascende, è già in quei fatti insignificanti, nelle piccole deviazioni che comunque si ripresentano quotidianamente, nei tasselli che non riescono a comporre infine nessun quadro d’insieme. Gli oggetti dunque non rimandano ad altro, non sono il correlativo di stati d’animo o di sentimenti, ma valgono per se stessi e per quello che riescono a contenere. A volte essi infatti sono i depositari di un passato, il tramite attraverso cui la realtà non presenta più se stessa per quello che è, ma per quello che è stata.

Ad esempio, nella poesia In memoria gli oggetti ordinari sono “il nastro ormai privo d’inchiostro” della “vecchia Olivetti”, la bicicletta che utilizza il poeta e che gli permette di passare davanti a un negozio, di cui conosce bene il proprietario e la sua famiglia, il cartello con su scritto CHIUSO PER LUTTO.

Giorgio Orelli

Vale la pena considerare che la poesia, che riporto di seguito, è tratta dalla raccolta Il collo dell’anitra, che Giorgio Orelli pubblicò nel 2001, appena dopo aver compiuto ottanta anni. La notazione temporale serva a porre l’attenzione sul fatto che, ad inizio del nuovo millennio, alcuni degli oggetti nominati nella poesia sono di fatto “fuori corso”, compreso quel “negozio” a gestione familiare, che ancora sarebbe in possesso di nastri per una vecchia macchina da scrivere. E’ chiaro che, se anche i versi rimandano a una situazione vissuta qualche anno prima, tutto serve a comporre un disegno che rimanda al passato, all’impossibilità che questo si ripresenti, se non denunciando le assenze, le separazioni dalle figure e dagli oggetti, che il trascorrere del tempo comporta. Anche per questo il sintagma nominale “totale scomparsa” viene ad acquisire una posizione centrale nell’intera lirica.

In memoria

Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

Da notare, nella prima parte della poesia, oltre a quanto già detto sulla presenza di oggetti desueti e comunque caratterizzanti un paesaggio minimo, che l’espressione “ho visto / che non c’era nessuno”, di uso sicuramente colloquiale, appare in qualche modo paradossale, facendo riferimento, in maniera quasi accidentale, ancora una volta a delle assenze. Potremmo addirittura esagerarla in “ho visto delle assenze”. Le due sequenze tra parentesi che compaiono nei versi successivi stanno poi ad indicare dei pensieri (da qui l’uso del presente, in una poesia in cui prevale il passato narrativo: non a caso la poesia si apre appunto con un verbo all’imperfetto). Il protagonista della poesia prima dice a se stesso che forse Lina è di sopra con Dora (moglie e figlia di Lino? due sorelle?), poi che forse Lino è morto.

E’ a questo punto che, tornando alle ragioni della sua visita, il poeta confessa che avrebbe voluto dire al proprietario del negozio della “totale scomparsa” sui tasti della macchina da scrivere dei segni della E e della O, che si sono evidentemente consumati per l’uso, ma che lui continua a vedere (vede, anche in questo caso, delle assenze) come se fossero intatte, proprio come la X che non viene quasi mai usata.

Il passato insomma si ripresenta e gli oggetti sembrano essere in grado di evocarlo. La scomparsa di Lino (non si dice così per significare che qualcuno è morto?) viene ribadita e nello stesso momento il lutto elaborato grazie al parallelo riferimento alla scomparsa delle lettere. Ma se da una parte il poeta continua a vedere le lettere sui tasti, dall’altra della presenza di Lino è possibile solo sentire nostalgia, la stessa che provava nel Livro do Desassossego Bernardo Soares, eteronimo di Pessoa, alla scoperta della morte del barbiere da cui spesso si recava: “Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mia strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita”.

Parlando di ciò che è possibile toccare con mano, anzi con le dita nel caso della Olivetti e dei suoi tasti, Orelli ci porta verso quello che non c’è, che è senza rimedio lontano e trascendente., verso ciò che Pessoa individua come “l’angoscia della fuga del tempo”. L’eternità viene richiamata da un limite, da una disabilità: il poeta riesce a battere sui tasti della macchina da scrivere eternamente, anche se solo con due dita.

LE NOTTI ASPRE di Evelina De Signoribus (Il Canneto)

La poesia di Evelina De Signoribus è costantemente mossa da un’esigenza di equilibrio, che non è solamente rivolta in direzione della ricerca formale, ma nasce dalla volontà di trovare un’armonia, una possibilità di bilanciamento tra le cose e gli avvenimenti che animano l’esistenza. La poesia si è come data l’impegnativo obiettivo di portare alla luce il rapporto esistente, e il dialogo che da esso può scaturire, tra animali e uomini, tra i vivi e i morti, tra gli oggetti inanimati e gli esseri viventi, tra gli eventi che confluiscono nella Storia e le vicende quotidiane dei singoli individui, tra le azioni degli uomini e le ragioni o le fatalità che le hanno determinate. Anzi, la poesia si è messa in testa di ricrearlo questo rapporto, di inventare, se mai fosse possibile, un nuovo modo di stare al mondo e dunque, necessariamente, un mondo più stabile.

Evelina De Signoribus in una foto di Mario Vespasiani

Le notti aspre, pubblicato dalla casa editrice genovese Il Canneto, è il secondo libro di poesie (dopo Pronuncia d’inverno del 2009) della giovane scrittrice nata a San Benedetto del Tronto, autrice anche del quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e curatrice, insieme a Elena Frontaloni, del più recente Poeti in classe. 25 poesie per l’infanzia e non solo (Italic Pequod).

La raccolta si compone di cinque parti, nelle quali assumono spesso il centro della scena personaggi che non hanno voce, gli animali ad esempio, ma anche i morti, gli assenti, gli assediati dal peso di una guerra (come avviene nella terza sezione, La lingua della terra, che “si svolge come un racconto in una striscia di terra-di guerra”).

La poesia è dunque lo strumento che può dare voce alla privazione e alla scomparsa. “Se riuscissi a dire di questo prato muto / e del cigolio della giostra vuota / che in tondo gira come un lamento // se riuscissi a dire quanto sarebbe bello / vederti lì ancora tornare con il vento”.

Se è vero che un punto di equilibrio deve pur esistere e va dunque cercato con convinzione, è altrettanto evidente che si tratta pur sempre di un traguardo solamente sperato. A ben guardare, sia quando parla di animali o di coloro che non sono più vivi, sia quando rende protagonisti gli abitanti di un territorio segnato da un lungo conflitto armato, Evelina De Signoribus fronteggia sempre una mancanza, si mette davanti a qualcosa che non ha avuto la forza di realizzarsi o che soltanto non ci appartiene più. (“Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo, / se è un posto dove abbiamo vissuto / se salivamo le scale o non c’erano gradini. / Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo. / Avevi voce? Avevo vita? / Mi occorre sapere se ricordi / perché io altro non so che eri tu”.

La parola allora, non solo deve dare conto di questa situazione di sofferenza, prendere atto della lacerazione che ogni distacco comporta, ma diventa, nelle mani della poetessa, lo strumento privilegiato per cercare di ricostruire lì dove la ferita è visibile, per sanare la perdita. Anche per questo Le notti aspre è una sorta di Libro dei morti. Come nel mito nordico descritto da Peter Handke in Saggio del luogo tranquillo e ricordato dalla De Signoribus nella breve nota introduttiva, le notti aspre “sono quelle comprese tra Natale e Epifania, quando si liberavano le anime dei morti dall’oltretomba, mentre i mortali, i vivi, usavano per conforto restare chiusi in casa, davanti al fuoco”. Evelina ha immaginato “che queste anime venissero a scuotere gli uomini, a bussare alle loro porte”, con l’intento di “forse un giorno rinascere”: “Tra il qui e il là solo gente in fuga / gli uni dagli altri, molti da sé / che aspettano uno squarcio improvviso / o un filo di luce che l’accompagni”.

Le notti aspre assume a tratti le caratteristiche di una preghiera: la parola può essere utile per quello che riesce ad evocare, anche solo a suggerire, ma deve essere capace di assumere i toni e di raggiungere quelle peraltro irraggiungibili proporzioni di una lingua che può essere solo immaginata, che ad ogni passo deve essere rifondata.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

Il canarino

(versi fischiati a Saba)

nel mondo dei volatili mi perdo
U. S.

 

Hai chiuso tante volte la finestra
perché volasse nella stanza angusta
il canarino, forse gli fischiavi
per essergli vicino, diventavi
esile, tutto piume, becco a becco
gli porgevi il panìco, quello prodigo
lo spargeva dintorno, vecchio Saba
cercavi di volare, con che grazia
lanciavi le tue attese verso il cielo,
perché sognavi d’essere un uccello
dentro la gabbia, nell’angusta stanza,
e dalla gabbia a tutto quell’azzurro
ti dedicavi, era lì la vita,
nel frullo senza pena delle ali.

Saba e i canarini

 

Saba, come un uccello

Quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera confessava di avere preferito che la vicenda di cui era stato protagonista, e che dunque dava luogo per la prima volta ad una narrazione non d’invenzione, fosse raccontata proprio come avrebbe fatto Saba, in versi cioè invece che in prosa. E aggiungeva che era stato in qualche modo ispirato all’impresa (lui, il narratore di La rosa rossa, Il cavallo Tripoli e del più noto L’onda dell’incrociatore) dopo che era entrato in possesso di una pipa del poeta, la più consunta, quella più usata dal poeta, per volontà della figlia Linuccia, che aveva voluto in questo modo che l’amico caro possedesse un oggetto in ricordo di suo padre.

Umberto Saba

Nella lettera, che è un documento prezioso e struggente e che è posta a introduzione dell’edizione Mondadori del 1965 del Racconto d’amore (sia detto per inciso che ne devo la conoscenza all’amico Alessandro Fo), sempre rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. “Un’altra volta – scrive Quarantotti Gambini nella lettera – stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole”. 

Umberto Saba morì a Gorizia, dove era ospite di una casa di cura, il 25 agosto del 1957, all’età di 74 anni. Le liriche di Uccelli erano state scritte nel 1948, nell’appartamento in via Crispi a Trieste che abitava con la moglie Lina. Quarantotti Gambini ricorda che Saba da qualche tempo si era trasferito in un nuovo appartamento, situato comunque nello stesso stabile, “più elevato di uno o due piani, come ben conveniva, quasi simbolicamente, a un poeta ch’era andato cercando una limpidezza sempre maggiore”. Insomma Saba si era avvicinato alla purezza del cielo, a quel cielo, c’è da aggiungere, frequentato dagli uccelli che tanto amava. Dopo la breve raccolta dedicata agli uccelli, il poeta triestino scriverà solo le poesie raccolte in Quasi un racconto (e tra loro sono le Dieci poesie per un canarino), le Sei poesie della vecchiaia e il romanzo Ernesto, che sarà pubblicato diversi anni dopo la morte.

Tra i testi contenuti in Uccelli, i ricordi riportati nella lettera di Quarantotti Gambini mi fanno concentrare, ora a sessanta anni dalla scomparsa del poeta, sulla poesia Cielo, che peraltro è dell’intero gruppo, insieme all’altra che ha titolo Nietzsche, quella dove meno si parla dei volatili, o meglio dove essi hanno soltanto il ruolo di comparse.

Trascrivo la poesia:

Cielo

La buona, la meravigliosa Lina
spalanca la finestra perché veda
il cielo immenso.

Qui tranquillo a riposo, dove penso
che ho dato invano, che la fine approssima,
più mi piace quel cielo, quelle rondini,
quelle nubi. Non chiedo altro.
Fumare
la mia pipa in silenzio come un vecchio
lupo di mare.

E’ indubbio che il centro tematico dei versi sia proprio il cielo. La parola compare, oltre che nel titolo, altre due volte nel testo. Particolarmente indicativo è il terzo verso, composto da un sintagma nominale altamente significativo, legato in enjambement con il “veda” del verso precedente. La prima strofa è animata dall’azione della premurosa Lina, che consiste nello spalancare la finestra. E’ come se Saba, che ha spesso parlato nei suoi testi di strade cittadine, a volte oscure e degradate, di persone che le attraversano, dei personaggi più umili, a cui si è sentito affine, di un “nero magazzino di carbone”, con l’approssimarsi della fine senta il bisogno di luce, di spalancare la finestra per vedere “quel cielo, quelle rondini, quelle nubi”. Saba aveva allora 65 anni, ed era vittima di una grave forma di depressione: le poesie di Uccelli vengono composte, come scrive lo stesso Saba, in “un breve periodo di tregua” concessogli dal suo male, che gli impediva “ugualmente di vivere e di morire”.

E’ singolare che sia nel ricordo del più giovane amico che in questi versi si parli di una finestra (ed è da presumere che sia la stessa): Quarantotti Gambini riporta di come le imposte si chiudessero presto la sera per rispettare le abitudini dei canarini, che il poeta accudiva con amore; Saba ci pone davanti a una finestra che si spalanca perché sia visibile “il cielo immenso”. I due gesti comunque concorrono alla stessa situazione. Il poeta è immobile, non chiede altro che guardare e fumare l’immancabile pipa, “come un vecchio / lupo di mare”. E cosa fa un lupo di mare, una volta diventato “vecchio” (anche questa parola è in posizione forte, alla fine del verso, in enjambement), se non ammirare l’immenso paesaggio che ha davanti, ammirare con nostalgia e ricordare, non potendo più agire?

In questa poesia, il protagonista sembra non potere fare altro che percorrere lo spazio angusto della propria camera (anche questo il ricordo di Quarantotti Gambini ce lo restituisce chiaramente) e contemplare il cielo, che diventa, allo stesso modo che per i canarini nelle loro gabbie, un luminoso e irraggiungibile oggetto del desiderio. Saba è come i suoi canarini chiuso in uno spazio limitato; come agli amati volatili, anche al poeta è sufficiente la visione del cielo per cantare ed essere felice, sia pure di una felicità segnata dalla nostalgia e dall’impossibilità di essere libero, di poter volare nel “cielo immenso”. 

Saba con un suo canarino

Nella lettera che Saba scrive ai “cari amici” (anche qui una lettera) a modo di prefazione alle poesie di Uccelli, sostiene “di non avere nulla da dire o da fare” in un mondo che non è più il suo. Racconta anche che “il gerente” della Libreria Antiquaria “che porta ancora il mio nome” aveva acquistato un gruppo di libri sugli uccelli e, temendo di aver fatto un cattivo affare, li aveva nascosti. Questi volumi però, scoperti dal poeta, lo attraggono e lo affascinano, aprono alla sua curiosità scenari imprevisti. Scrive Saba: “Sentirsi leggero e volare per forza propria mi sembrò, in quell’ultimo respiro che mi dette la vita, il colmo della felicità”.

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi

COMICA FINALE

(tre poesie per Laurel and Hardy)

Sessanta anni fa, il 7 agosto del 1957, moriva Oliver Hardy. Aveva 65 anni. Negli ultimi tempi era stato vittima di un infarto e poi di un ictus, che lo avevano costretto ad una dieta rigidissima. Stan Laurel ebbe poi alcune offerte di lavoro, che rifiutò, poiché aveva deciso di non recitare più senza Hardy.

Da trent’anni penso di scrivere qualcosa sulla loro arte. Spero di esserci riuscito ora. In queste settimane ho rivisto molti dei loro film e, per la prima volta, un video amatoriale, girato dai familiari di Stan pochi mesi prima della morte di Oliver. Anche Laurel era stato colpito, in quel periodo, da un ictus, che rendeva precari i movimenti della parte sinistra del corpo.

1.

Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.

2.

Non c’è niente che sia davvero facile,
nessun passo di danza o acrobazia
che accorci la distanza. Fedeltà
a vana cianfrusaglia, la zavorra
inutile, l’orpello, il giro a vuoto
aiutano a capire che la vita
spesso divaga, che l’inesattezza
porta a contatto con la verità.
Non c’è tetto, nessuna costruzione
che possa sopportare un’esplosione,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è un tuffo dentro una pozzanghera,
l’interno di una stanza traboccante
di oggetti da sfasciare, vanità
è credere che esista il gesto esatto,
la strada breve, un unico espediente.
La caduta, il passo falso è ballo,
movimento impacciato è uguale a grazia.

3.

Una mattina del cinquantasei,
in un filmino ad uso familiare
Oliver Hardy guarda stralunato
e sorridente verso l’obiettivo.

Non c’è didascalia, la scena muta
ce lo propone davanti la sua casa
in mezze maniche, pantaloni larghi,
l’atteggiamento allegro e sofferente.

Al suo fianco Stan Laurel in giacca grigia,
cravatta a righe, recita la parte:
un frullo d’ali, smorfia alzando il mento
per annuire, siamo ancora qui.

La comica finale ora è un dolente
addio al mondo, l’ultima pellicola
girata insieme, ma non cade niente,
tutto sta in piedi per la prima volta:

non c’è moglie che gridi o piatto rotto,
un tetto che si sbricioli, la sedia
che si fracassi, arcigno poliziotto
che chieda il conto. Tutto è già distante,

sceneggiatura insignificante,
non sanno cosa fare, eppure insieme
rimangono per sempre, è questo il film,
la vita che si tiene i suoi cimeli.

Laurel non muove mai il braccio sinistro,
Hardy è più magro di settanta chili.

 

 

Natalia Ginzburg, le parole da non gridare

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere l’uno con l’altro indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: ‘Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna’ o ‘De cosa spussa l’acido solfidrico’, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo”.

Così scrive Natalia Ginzburg in Lessico famigliare, il romanzo pubblicato nel 1963, che contiene eventi e memorie della vita risalenti agli anni del fascismo, quando la scrittrice era poco più che una ragazza.

Natalia Ginzburg

Succede così, soprattutto nelle famiglie numerose, che l’inevitabile diaspora lasci intatto un frasario gergale, una sorta di idioletto ad uso familiare, capace di riattivarsi anche a distanza di anni e di ricostruire, appunto come un testo di una civiltà scomparsa, un’atmosfera, un ambiente culturale. Si scopre, con il passare del tempo e con il cambiamento di abitudini, di conoscenze e di frequentazioni, che quelle parole e quelle espressioni, che noi credevamo di uso comune, sono in effetti comprensibili nei loro riferimenti comunicativi, solo ad un ristretto numero di persone. Non solo: sono parole ed espressioni che contengono una forte carica emotiva, possono ad esempio generare subito il riso o richiamare momenti dolorosi, ma solo per noi e per pochi affini. Insomma la frase “De cosa spussa l’acido solfidrico” ha significato qualcosa di rilevante, accedendo a chissà quali allusioni, solo per Natalia Levi (questo il nome della scrittrice prima di sposare Leone Ginzburg) e per i suoi familiari.

C’è da dire però che la casa torinese dei Levi, anzi le varie abitazioni che si riferiscono al periodo raccontato nel romanzo, erano frequentate da personaggi che partecipavano attivamente, o l’avrebbero fatto di lì a poco, alle vicende politiche e culturali di quegli anni, attivi nel movimento antifascista, fuoriusciti o inviati al confino, o comunque scrittori e scienziati che sarebbero poi stati al centro della vita nazionale. Nella casa di via Pastrengo approdano, ad esempio, Filippo Turati (“lo ricordo, grosso come un orso, con la grigia barba tagliata in tondo, nel nostro salotto”), il fisico Franco Rasetti, Giancarlo Pajetta, Adriano Olivetti, che avrebbe poi sposato la sorella della scrittrice, e suo padre Camillo (“a me faceva impressione l’idea che quei cartelloni di réclame che vedevo per strada, e che raffiguravano una macchina da scrivere in corsa sulle rotaie d’un treno, erano strettamente connessi con quell’Adriano in panni grigio-verdi, che usava mangiare con noi, la sera, le nostre insipide minestrine”); vi arrivavano ancora Paola Carrara, che era figlia di Cesare Lombroso e che scrisse libri per l’infanzia, Vittorio Foa, naturalmente Leone Ginzburg, e in una foto campeggiava una giovane Anna Kuliscioff, a fianco della mamma della scrittrice

La scrittrice con Leone Ginzburg

Insomma, la Ginzburg parte dal ricordo dei momenti in cui quel vocabolario privato veniva creato e alimentato, per approdare ai grandi avvenimenti, sempre però visti da un’ottica familiare: racconta le storie quotidiane per dirci che la Storia, quella che si compone di eventi collettivi, non può prescindere dai piccoli fatti, da quanto accade all’interno delle mura familiari. Non è solo la grande Storia a ripercuotersi sulla vita dei singoli, ma sono per primi gli atteggiamenti domestici e quotidiani a modificare il corso della Storia.

Le parole in questa ottica risultano fondamentali. Così come sono capaci di ricomporre un’atmosfera e il senso di un mondo perduto, possono esprimere, con la loro semplicità, i valori di una quotidianità rigorosa e contenuta, contro la retorica di un regime che tendeva a esagerare i fasti e a voler far passare l’enfasi e la ridondanza per gloria. Contro la verbosità ampollosa di Mussolini e dei suoi simili, Natalia Ginzburg propone il lessico famigliare della linearità e della essenzialità.

Anche per questo Lessico famigliare sarebbe lettura da riproporre oggi, anche ai più giovani, come antidoto contro la barbarie di un linguaggio sempre gridato ed esagerato, come è quello della politica dei nostri giorni, come medicina preventiva, per evitare di credere che le soluzioni importanti passino solo attraverso un linguaggio complicato e poco chiaro. E’ anche il libro che ci permette di capire che quello che diciamo tutti i giorni, anche nell’ambito ristretto della famiglia, del piccolo gruppo di amici, ha un suo valore, una propria forza che, a distanza di tempo, può prodigiosamente proporre i suoi effetti.

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi