Dai suoi raggi

Alla mia poesia Dai suoi raggi è dedicato l’ottavo dei totem poetici presenti per le vie di Ponte di Legno. L’istallazione, collocata in prossimità del complesso scolastico della cittadina della Val Camonica, sarà inaugurata lunedì 20 agosto. I totem sono voluti e realizzati dalla associazione Mirella Cultura, che organizza il prestigioso premio PontedilegnoPoesia.
I totem già presenti sono dedicati a poesie di Giuseppe Langella, Sandro Boccardi, Marisa Brecciaroli, Curzia Ferrari, Franco Loi, Alberto Toni e Franco Buffoni.

La poesia parla del Sole. 

Dai suoi raggi

Risplenderà in decomposizione
un giorno il sole: trasformato in elio
l’idrogeno del cuore, rallentato
il battito, più esile il respiro,
il fiero dio sulla quadriga raggio
dopo raggio comincerà a morire,
saluterà le nuvole e i pianeti,
invecchierà nei secoli dei secoli,
fiacco e gigante, una stella enorme
calerà sui deserti. Sopra il cocchio
celere un tempo, siederà un vecchio
deforme e stanco, triste stella obesa
arresa al fato. L’idolo dolente
che tutto ha visto, tutto ha assecondato,
e fiumi e terra, Helios rinsecchito,
ricorderà montagne e continenti,
i ciclamini, i gemiti degli uomini,
la bontà dei castagni, le distratte
rive dei laghi, il volo rarefatto
della tortora, l’orgoglio dei ghiacciai,
il lume remissivo delle lucciole,
la mano tesa ad indicare il sole:

il sole che brillava sui miraggi,
la mano ad accennare antichi viaggi,
quand’era ogni giornata nuova vita
che scintillava ardente dai suoi raggi.

Metopa che raffigura Helios che esce dall’acqua del mare

RIFRAZIONI di Elio Pecora (Mondadori)

Elio Pecora ha attraversato da assoluto protagonista le vicende culturali degli ultimi decenni. Rifrazioni, pubblicato nella collana dello Specchio di Mondadori, è il suo ventesimo libro di poesie. Alla ponderosa produzione poetica vanno aggiunti i volumi di prosa, gli scritti per bambini, gli interventi critici, l’attività di giornalista culturale, sia per i quotidiani che per le trasmissioni radiofoniche della Rai. Il suo contributo è stato determinante, anche se la sua presenza è sempre apparsa discreta, a tratti, si direbbe, silenziosa.

Con Rifrazioni Pecora, superati gli ottanta anni, fa i conti innanzitutto con il tempo, che vorremmo credere sia un’ordinata sequenza di attimi ed invece si rappresenta come una massa, a volte densa in altri casi rarefatta, di pensieri in movimento, di ricordi che sfuggono, di insicure proiezioni nel futuro. I versi si muovono tra l’accettazione che la propria vicenda non sia “che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco / di una foglia prossima a insecchire” e “la voglia testarda di restare”.

Elio Pecora

Il personaggio protagonista di queste poesie, un se stesso pensieroso e silente, in qualche modo in lotta con un mondo tumultuoso e ostile, viene descritto in terza persona, come se il poeta volesse segnare un margine di distanza, vedersi da un tempo diverso, un immediatamente dopo o un poco prima che già allontana, oppure intendesse liberarsi da una vicenda sentita troppo privata, per denunciare come la propria condizione non sia altro che un dare conto della bellezza e della pochezza dell’esistenza di tutti. Pecora ci dice che sono “tutti qui i paradisi e gli inferni, così da non avere più / da ascendere o da discendere”, che “al desiderio basta il desiderio / di una felicità solo sfiorata”, che la bellezza può appartenere ad ogni cosa, è spesso lontananza e perdita (“Chi negherà bellezza all’abbraccio / che può esserci tolto?”), che infine tutto conduce, quasi come a un approdo rassicurante, a “sottrarsi alla voce, uscire dai piedi, dal nome, / nemmeno più la perdita, nemmeno il silenzio”.

Rifrazioni è un libro sapienziale senza la presunzione di verità che a volte caratterizza la sapienza. I versi si propongono con la voce che distingue i classici, ferma e determinata nel metterci di fronte alla realtà, ma anche lieve ed estremamente chiara quando deve raccontare l’esistenza, arrivando così a sospenderci con delicatezza sull’abisso, sulla linea incerta dove vita e morte di confondono, dove i luoghi frequentati ogni giorno sono abitati ora da presenze reali e da ombre.

Pecora descrive il mondo da “un giardino ai piedi della collina”. In questo spazio protetto “fiorivano d’estate dalie / gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri, / un loto, un’acacia, un melo verde, un fico / spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera”. Il giardino è lo spazio reale su cui si affaccia la casa del paesino di Sant’Arsenio, dove il poeta, che in quel paese è nato, torna d’estate a meditare e a scrivere, ed è anche una sorta di luogo incantato, dove si compie il meraviglioso, dove è possibile che i viventi e coloro che vissero trovino ancora modo di incontrarsi, perché, foscolianamente, “non è perdita l’addio / se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore”. Queste presenze “non sono larve, frammenti. Hanno mani, hanno piedi / e nomi e gesti”, sono “abitatori di un mondo senza peso”, sono ombre che “alle domande mute mute rispondono”. Così la sezione Lo spessore dell’ombra, la quarta delle cinque che compongono la raccolta, si anima della presenza di scrittori e poeti amici, Sandro Penna, Palazzeschi, Moravia, Elsa Morante, Luciano Erba, Dario Bellezza, Francesca Sanvitale, Amelia Rosselli (“Era nella sua voce d’organo, in quel viluppo di note alte, cupe, distese, / e nei farfuglii, negli incagli, / la sua incomparabile musica: / che veniva da cieli segreti / di là dalla muraglia delle lingue”), ma anche dei familiari del poeta o degli oscuri abitatori del paese, come Aduccia, che “portava abiti con molti bottoni, arricciature, volant” e che “finanche i grembiuli da cucina guarniva con viole e gelsomini”: era la sarta del paese e “due anni prima di morire, si chiuse nella sua casa / e ammutì”.

Nel giardino, d’estate, torna “un uomo / che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte / contro il rumore”. E’ questa, in effetti, una dichiarazione di poetica; la poesia, per Elio Pecora, nasce dallo sforzo e dalla necessità di trovare “parole esatte”. L’onestà di ogni poesia, diremmo chiamando in soccorso Saba, è proprio in questa ricerca di precisione, di scrupolo, di meticolosa cura. Ciò che è esatto è anche in qualche modo asciutto, rifiuta gli orpelli, gli ornamenti senza utilità, i fronzoli disonesti. In questo senso la parola esatta è d’ostacolo al rumore, alla parola gridata e abusata, a cui questi tempi ci hanno abituato. La poesia di Pecora, sia quando privilegia il verso lungo che quasi assume il ritmo del poemetto in prosa, sia quando invece propende per i toni più lirici, è fedele a questo principio, non cerca scorciatoie, non si rifugia mai in formule scontate, può essere soltanto rigorosa e disciplinata. E’ una poesia dunque che non si accontenta, che è sempre alla ricerca di un approdo, che peraltro sa irraggiungibile.

In opposizione allo spazio eletto del giardino, c’è la città, con il suo “tumulto infernale / con dannati che vanno / – avvoltolati d’ansia – per ignoti traguardi, dove “tante sono le storie, / tanti sono gli inganni, / quel che ieri ha disfatto / torna intatto domani”. In questo luogo dove regna il rumore, in questa “età affollata di dèi”, anche le divinità hanno perso di vista il proprio ufficio: Ermes “non reca più messaggi”, ma vuole solo istruire “la truppa fittissima dei ladri”, “la truccatissima Afrodite / (…) / si limita alle sue svenevolezze / torcendosi sui tacchi”, mentre Zeus e Plutone “l’uno se ne sta in piedi sul suo scanno, / l’altro mugola chiuso nel suo buio, / entrambi ormai svuotati di potere / ripetono uno stanco teatrino”.

Pecora è forse l’unico poeta che, in questi anni, sia riuscito a parlare di se stesso e della propria vicenda biografica, della fedeltà all’amicizia, di un quotidiano spesso fatto di eventi minimi, e intanto farci vedere il mondo nella sua complessità e nella sua miseria. Anche per questo Rifrazioni (il titolo fa riferimento alla deviazione subita da un’onda, per esempio di luce, quando passa da un mezzo ad un altro, quindi all’atto di percepire un esterno continuamente cangiante) è un libro di grande ricchezza e di straordinaria forza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA GENTILEZZA DELL’ACERO di Alessandro Quattrone (Passigli)

Oltre il clamore dell’epoca, il rumore di fondo che vorrebbe fornire sicurezza, le frasi scontate urlate come verità assolute, oltre la propensione a ridurre la complessità nei confini certi di uno slogan, c’è la poesia.

Alessandro Quattrone è un poeta che ha seguito con coerenza e determinazione una propria strada, continuando a riflettere sul senso della vita, sul rapporto con gli altri, siano essi persone o oggetti, abitando in quei luoghi ritirati e fuori mano a cui obbliga il vocio invadente dei tempi. Nativo di Reggio Calabria, ma da tempo residente a Como, Quattrone ha esordito nel 1984 con la raccolta Interrogare la pioggia ed ha trovato una piena maturità espressiva con L’ombra di chi passa (Puntoacapo. 2015), di cui abbiamo parlato su questo stesso web magazine, e con La gentilezza dell’acero, edito da Passigli e da poco in libreria. Qualche mese fa, ancora per l’editore Puntoacapo, Quattrone ha dato alle stampe il gustoso volume di testi per il teatro A me non sembra di dover morire ed altri dialoghi teatrali

La poesia di Quattrone si propone sottovoce, in un pianissimo (tanto per ribadire la lontana parentela poetica con Sbarbaro, già segnalata nell’introduzione al volume di Giancarlo Pontiggia) che è capace di notevole forza comunicativa, di una ricerca approfondita e severa nel tentativo di mettere il lettore, ogni lettore, anche quello meno accorto, di fronte a se stesso, alle asperità e alle contraddizioni dell’esistenza. La gentilezza dell’acero vive innanzitutto dell’atteggiamento gentile e accorato del poeta nei confronti del mondo che gli sta intorno, nei confronti delle presenze naturali, gli alberi le piante gli animali, ma anche degli oggetti quotidiani, dei piccoli avvenimenti di ogni giorno, che spesso trascorrono senza lasciare traccia nei nostri ricordi e sui quali invece Quattrone indaga, nei quali penetra con occhio vigile. E’ lo sguardo, lo strumento che il poeta utilizza per entrare nel mondo, vicino o lontano che sia. Lo sguardo che si fa subito pensiero. La poesia di Quattrone infatti non vuole dispiegare un susseguirsi di immagini, piuttosto è propensa a riflettere, a fare dell’approccio visivo il punto di partenza di una approfondita meditazione.

Non è un caso che la prima sezione del volume si chiami Osservazioni e sguardi, e non sfugga che il termine “osservazione” può contenere sia l’atto del guardare con attenzione sia quello di fare delle osservazioni, cioè di esprimere delle opinioni. L’idea complessa dello sguardo è peraltro racchiusa in una poesia, che si riporta per intero: “Entrare in un museo non per guardare / ma per essere guardati dai ritratti / di personaggi illustri e consapevoli / della loro evidente dignità. // Entrare per sottrarsi ai volti anonimi / che assorti per la strada non ti vedono. / e apprendere che tuttavia c’è un modo / per conservare intatto anche lo sguardo”.

E’ un mondo sospeso quello che emerge dai versi de La gentilezza dell’acero, alla ricerca di conforto e di una sistemazione che possa risultare in qualche modo o almeno per qualche tempo stabile, dove ogni cosa è in stretto collegamento con il resto del cosmo, ma è anche irrimediabilmente sola, impegnata a capire il motivo per cui esiste e per cui occupa un determinato posto nel mondo. Così “sono gentili gli astri innumerevoli / ma non credono di dover rispondere / agli alberi che implorano spauriti”, nemmeno portano conforto agli animi innamorati o malinconici: “Sono gentili di solito, ma a volte / scintillano così, senza un motivo”.

L’incanto della vita, in questa poesie di straordinaria forza, è in qualcosa che potrebbe accadere e farci felici, nella felicità che è sul punto di manifestarsi, nell’incontro che sta per compiersi. Nulla però accade, ma è proprio in quell’attimo di sospensione, nella pausa tra l’attesa e la delusione, che la vita dà il meglio di se stessa. “E’ stato solamente un malinteso, / come quando ti si avvicina un cane / credendo che tu abbia qualcosa / da offrirgli, uno sguardo, un’amicizia / che sfama, rallegra e rassicura, / qualcosa che ci sarà e non c’era: / e invece nelle mani desolate / non hai altro che una carezza, breve.” Oppure di fronte a un “volto fra mille che incanta” e che ci fa per un attimo credere che in esso si racchiuda una promessa, scoprire presto che “quel volto è un dono inutile / perché non siamo noi i destinatari”. In ogni caso qualcosa è successo, l’incanto si è realizzato, in quanto quella figura “con il solo suo apparire / conferma che la felicità esiste / da qualche parte, e a volte ci sfiora, / ma ci proibisce di chiamarla, e persino / semplicemente di nominarla”. 

La poesia di Quattrone non si concentra sulla delusione, che pure non può che essere l’inevitabile epilogo di ogni attesa, ma in quello che la precede, quando il miracolo sembra stia per realizzarsi. C’è da dire che il miracolo per Quattrone non è lo spiraglio metafisico a cui aspirava Montale, la “maglia rotta nella rete” che ci permette di fuggire verso qualche verità, bensì la possibilità di ricostruirla la rete, di mettere in ordine i pezzi, di dare un senso al rapporto che ci lega alle cose e agli uomini.

La vita è perciò anche sempre ad un passo dal nulla, dall’assenza, da quello che non possiamo conoscere. Può succedere che a un concerto “intanto che la musica si sparge” capiti di pensare a coloro “che una volta c’erano / e cantavano con noi fiduciosi”. Erano lì, come gli uomini in una poesia di Sbarbaro, in quel caso colti nell’atto di inseguire farfalle, “sospesi sull’abisso senza saperlo, / anzi credendo come tutti / di stare battendo il tempo con il piede”.

La poesia di Alessandro Quattrone ci parla della nostra incosciente fragilità, della possibile gioia e dell’inevitabile limite, con esemplare chiarezza e con un tono pacato e composto, sempre attenta a non essere preda di facili entusiasmi, a non suggerire accomodanti verità, a mostrarci quasi felici mentre battiamo il tempo con il piede.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Se Vargas Llosa guarda le stelle

Mario Vargas Llosa visita l’Osservatorio astronomico delle Canarie presso l’isola La Palma, la più piccola dell’arcipelago. Di fronte alla luce che “non è di questo mondo”, ma è “quella di lassù (…) quella che emettono o emisero milioni di anni fa gli astri che navigano (o navigarono prima di scomparire) per l’universo infinito”, il premio Nobel per la letteratura sembra preda di uno stupore che è quasi paralisi.

Nell’articolo pubblicato da El Pais e da Repubblica (venerdì 14 luglio) racconta dello spettacolo notturno “quando il cielo si popola progressivamente di un’infinita miriade di stelle, costellazioni, pianeti, luci che scintillano”. 

Negli ultimi anni ho scritto spesso di stelle, del rapporto così pieno di incognite che lega noi piccoli uomini disperatamente bisognosi di approdo e di certezze a quel mare di luci, che è insieme il nostro presente e il passato più remoto e indecifrabile. Mi è sembrato che il cielo fosse uno spettacolo immenso e disordinato, il luogo del fascino e dall’angoscia, la dimostrazione palese di quanto inconcludenti fossero le ricostruzioni dell’esistenza del cosmo tentate dalle religioni, come mediocri fossero addirittura gli dei stessi di fronte alla grandezza di quello che avrebbero creato. Ho scritto di stelle e di oggetti, del disperatamente lontano e dell’immediatamente concreto e vicino, sperando che la poesia, che non sa dare risposte, potesse suggerire almeno le domande necessarie.

Mi conforta ora leggere l’affermazione di Vargas Llosa per cui “nulla è tanto simile alla letteratura quanto l’astronomia perché in entrambe l’immaginazione è importante quanto la conoscenza e che, senza la prima, la seconda non farebbe alcun progresso”. E’ vero, ma penso che si potrebbe aggiungere che senza l’astronomia, anzi senza la scienza più in generale, anche la poesia sarebbe più lenta a capire e a porre quesiti. Non è forse un caso che una delle prime opere di Leopardi sia stata una Storia dell’astronomia, composta quando il poeta aveva quindici anni.

Vargas Llosa chiede agli astronomi che l’accompagnano se non sia paralizzante vivere quotidianamente a contatto “con lo smisurato infinito, quel tempo senza tempo che è l’eternità”. Per questo, risponde, è nata la teoria del Big Bang.

Insomma gli uomini cercano da sempre di mettere in ordine gli oggetti dell’universo, di dare un senso alla materia infinita, che ancora conosciamo in maniera soltanto molto parziale. Succede però che più aggiungiamo elementi alle nostre conoscenze, più il cosmo diventa grande, più le nostre certezze traballano, più la scienza è costretta a rivedere le proprie posizioni. Non c’è nulla di più scientifico che l’errore: quello che un tempo era assodato, oggi è addirittura deriso; e quanto oggi è dato per indubitabile, in un domani nemmeno tanto lontano sarà visto solo come un passaggio verso un presente di verità.

con Mario Vargas Llosa a Spoleto, luglio 2009

La poesia sa bene tutto questo e si muove spesso in quel terreno di confine tra fisica e metafisica, tra gli oggetti che animano la nostra vita quotidiana, che ci sforziamo di disporre in buon ordine, e quelli lontani decine, centinaia o milioni di anni luce, a cui disperatamente cerchiamo di dare una sistemazione, in modo che cominci ad essere palese per noi il senso della loro presenza.

Per quello che ne so, la poesia trova le parole tra la brillantezza dei bicchieri e il luccichio delle stelle.

Terra, poesie per la rivista Svirgole

Il primo numero della rivista Svirgole, i quaderni di arteterapia pubblicati da Libriliberi e voluti dalla Associazione C.R.E.T.E. (Centro Richerche Europeo Terapia Espressiva), è dedicato al tema delle Mappe e curato da Lucilla Carucci e Ilaria Innocenti. La rivista, molto elegante nella grafica e per le immagini che propone, in gran parte realizzate da Paola Becucci, contiene interventi di grande intere

sse, nati a seguito della mostra Mappe della stessa Lucilla Carucci e di Tano Giuffrida (se ne parla in questo stesso blog alla pagina: http://giuseppegrattacaso.it/rendere-visibile-il-mondo-le-mappe-di-carucci-e-giuffrida/ ).

Svirgole ospita anche alcuni miei scritti, tra cui le poesie di Terra.

Pubblico qui i primi quattro componimenti dei nove che compongono il testo.

 

1.

L’occhio che cerca avido l’approdo
tra il velo della nebbia sopra il mare
e il fogliame di stelle, non rinuncia
a tentare altra strada. Nell’azzardo
della notte che tempera in catrame
la grotta delle nubi, gira in tondo
l’imbarcazione, non c’è altra contrada
che quella esatta dell’inconcludenza,
l’inutile virtù della partenza.

 

2.

Si cerca terra, ma non è la meta,
la conquista di porto e terraferma
che ci sostiene, ma lo smarrimento
d’essere soli, tutto intorno è spugna
che espande e che trattiene, il nostro viaggio
non avanza più in là della domanda,
distribuisce freddo nelle vene,
eppure proseguiamo, non c’è sosta,
verso l’approdo ignoto della costa.

 

3.

Ha un solo grande occhio il telescopio,
ma guarda tutto, vigila paziente
sull’alfabeto morse delle stelle,
sul battito dei cuori, il luccichio
che prima suona alto e poi si appanna
in lieve sonnolenza, chiede gli anni
che distano da qui sperduti soli,
se hanno intorno a sé pietre danzanti,
in preghiera, dervisci roteanti.

 

4.

Durerà venti forse venticinque
milioni di anni, se teniamo il passo,
il viaggio che ci porta ancora a terra,
se non accade nello spostamento
che noi invecchiamo troppo o che il pianeta,
per ora uguale a noi, cambi d’aspetto,
anzi potrebbe rivelarsi carta
geografica di un mondo superato,
il quartiere da altri abbandonato.

Foto di Paola Becucci

LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG di Sandra Petrignani (Neri Pozza Editore)

Natalia Ginzburg scrive in Le piccole virtù che “la bellezza poetica è un insieme di crudeltà, di superbia, di tenerezza carnale, di fantasia e di memoria, di chiarezza e di oscurità”, per cui “se non riusciamo a ottenere tutto questo insieme”, il risultato risulterà “povero, precario e scarsamente vitale”. A ben vedere la vita, la singola esistenza di un individuo, è composta dagli stessi ingredienti disparati e discordi, è anch’essa un inestricabile complesso organismo di cose diverse e a volte opposte che la letteratura cerca solo di riproporre in una sequenza ordinata. La vita insomma, allo stesso modo della “bellezza poetica”, finirebbe per risultare “scarsamente vitale” se fosse totalmente piana, un flusso stabile e disciplinato di segmenti coerenti.

Sa bene tutto questo Sandra Petrignani che, alle prese appunto con la vita, da tradurre in narrazione biografica, dell’autrice di Lessico famigliare, in La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, recentemente edito da Neri Pozza, accetta di fare i conti con quel tanto di inesplicabile che ogni esistenza contiene, col suo grumo disordinato, e affronta il “ritratto” con il piglio della narratrice di storie, che sa benissimo che non c’è da spiegare ma solo da raccontare, non da giustificare, ma tutt’al più da comprendere.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Natalia Ginzburg in una foto di Paola Agosti

Il racconto si muove accostando reperti biografici, riflessioni di carattere critico, considerazioni sugli stati d’animo della scrittrice, analisi sulla società civile e letteraria degli anni in cui visse, non isolando i temi in comparti coerenti, in sezioni ordinate a partire da un contenuto comune, ma scegliendo di seguire il fluttuante ondeggiare della vita, procedendo spesso per digressioni, anche se l’esistenza è quella di una donna timida e austera, all’apparenza triste, spesso silenziosa, come fu la Ginzburg, le cui opinioni, ricorda Sandra Petrignani, “stordivano, irritavano, innamoravano”. La vita è piena di tante cose, di appuntamenti e di abbagli, di perdite, cadute, tentennamenti, di momenti di felicità e di asprezze: la Petrignani segue Natalia nella sua crescita, spesso dolorosa, di donna e di scrittrice, nei rallentamenti e nelle paure, nelle ruvidezze e nei sentimenti contrastanti, con uno sguardo accorato e mai inquisitorio.

Ma c’è di più: il ritratto veramente fedele è quello che in un solo volto e in una sola espressione di quel volto, riesce a far emergere tutti quanti i segni di una vita, gli incontri, le assenze, le vittorie e le sconfitte che quella vita hanno caratterizzato e che il corpo inevitabilmente, e si direbbe inconsapevolmente, ha finito per assimilare. La Petrignani è bravissima a far sì che nella stessa immagine di Natalia Ginzburg si componga e venga raffigurato anche l’affresco di un’epoca. Si guarda nella vita della scrittrice e intanto si percepisce l’atmosfera degli anni della ricostruzione morale e culturale che fece seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Si penetra a fondo nella sua vicenda esistenziale e intellettuale “costantemente oscillante fra vocazione autobiografica e sua negazione, trasparenza memorialistica e reticenza” e si ascoltano le voci di quanti le furono accanto, a cominciare dal primo marito Leone Ginzburg, da Cesare Pavese e Cesare Garboli, che la accompagnarono nel suo cammino culturale, ne compresero, sia pure spesso nella difficoltà determinata dal suo riserbo e dalla riluttanza quasi naturale a partecipare al gioco collettivo, lo spessore dell’opera e l’enorme importanza anche etica della sua scrittura.

Il libro della Petrignani ha il grande pregio di riportare la figura della Ginzburg al centro dell’attenzione e di restituirle un posto di primaria importanza nella vicenda letteraria del secondo Novecento, e insieme di imporre al lettore una riflessione, anche questa di carattere etico, sull’enorme differenza tra quegli anni (stiamo parlando nei decenni che seguirono la caduta del fascismo) e l’epoca in cui viviamo noi oggi: una distanza che la narrazione segnala almeno per quanto riguarda i valori che esprimeva quella che un tempo si chiamava la “società letteraria”, ma che inevitabilmente si estende al mondo della politica e in genere a tutta la società civile. Alla freddezza individualistica di questi nostri anni, al disinteresse per i destini altrui, spesso esibito come una qualità, al valore che si misura solo in termini di visibilità e consenso, le donne e gli uomini che vissero la complessa vicenda del dopoguerra sembrano opporre, nella accurata e notevolmente documentata ricostruzione che ne offre Sandra Petrignani, un impegno che viene coniugato sempre alla prima persona plurale, che fa uso costantemente del “noi” (del resto ossessivamente utilizzato dalla Ginzburg anche nei testi più autobiografici), la determinazione nel sentirsi parte di un progetto collettivo, l’idea che la crescita dell’altro arricchisca anche coloro che gli sono accanto.

Valga come esempio utile ad illustrare il clima di quegli anni quanto scrisse nel 1957 Natalia Ginzburg in Ritratto di un amico, ricordando i tempi che seguirono la morte di Pavese, avvenuta sette anni prima: “Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede tra chi si vuole bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e di proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti”.

Ne deriva un’attenzione assoluta e perentoria nei confronti della parola, che deve essere in grado di esprimere la verità, che non coincide con la realtà, ma è qualcosa di più profondo e di meno intellegibile. La Petrignani distende il suo sguardo premuroso ed esperto sulla vita e sull’opera della scrittrice e ci porta a scoprire che solo la parola che esprime la verità può essere in grado di riconsegnarci alle passioni della vita.

Sandra Petrignani

“Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusioni”: lo scrive la Ginzburg in Lessico famigliare ed è un’affermazione che bene si addice al nostro presente, che potrebbe rappresentare un viatico per affrontare lo stato di frustrazione morale in cui siamo piombati. Scrive ancora la Ginzburg in un articolo pubblicato nel 1950: “Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi”.

La letteratura dovrebbe servire a questo, suggerisce Natalia Ginzburg e le fa eco Sandra Petrignani, a risvegliare i sentimenti, a vincere l’indifferenza, a dare un’anima alla realtà. Anche per questo La corsara non è solo il ritratto di una grande scrittrice, tra le voci maggiori del Novecento, ma ha la forza delle migliori opere narrative, capaci di parlare di ognuno di noi e dell’epoca in cui viviamo, anche quando sembrano dire altro.

Non si ascolta voce

Nessun lamento, non si ascolta voce
che implori né singhiozzo, sta in silenzio
la casa mentre perde i connotati,
si svuota dei cimeli pezzo a pezzo,
di barattoli e sedie, degli sguardi
ordinati con cura nei cassetti,
svaporano i sorrisi degli sposi
ancora in posa, solo un brontolio
s’alza dal ventre, come le pareti
avessero fermato un terremoto,
un male sordo che non trova sfogo,
occulto dramma che rimane opaco,
inconfessato tra la porta e il cuore.

LA SECONDA CIGARA DE TE’ di Andrea Longega (Atì editore)

Sarebbe meglio forse nemmeno parlare di poesia in dialetto, cioè non definirla come tale, evitando di costringere in tal modo in una categoria che suona riduttiva una produzione letteraria che appartiene di fatto al nostro patrimonio culturale comune. La poesia o è poesia o non lo è, in qualsiasi lingua essa venga scritta. Del resto se la lingua poetica si mostra, almeno negli ultimi secoli, come costituzionalmente anacronistica, il dialetto entra di forza e senza alcun limite nel novero delle espressioni fuori del tempo e perciò dunque intrinsecamente poetiche. Succede peraltro che risieda proprio in questo anacronismo la possibilità di affondare lo sguardo nel presente senza le formule e i codici, le celebrazioni rituali, che il presente impone. Il dialetto, che è sempre meno linguaggio della comunicazione quotidiana e ancor meno espressione della cultura contemporanea di un territorio, riesce più facilmente ad evitare gli scivolamenti di una lingua letteraria troppo schiacciata su modelli preordinati, troppo orientata dalla voglia di piacere più che da quella di dire. Paradossalmente, più i dialetti sono lontani dal presente della comunicazione, una lingua dunque quasi reinventata ad uso della letteratura, più essi sono confinati in ambiti comunicativi ristretti, e più riescono a parlare delle nostre vite nel presente.
E’ il caso, ad esempio, del siciliano Nino De Vita, di cui ho scritto non molto tempo fa su questo stesso web magazine, ed è il caso di Andrea Longega, veneziano che vive a Murano, che ha all’attivo già numerosi libri di poesie e diverse collaborazioni con le preziose Edizioni dell’Ombra di Gaetano Bevilacqua. Longega ha esordito in volume nel 2002 con i versi di Ponte de mèzo (Campanotto) e ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Atì editore, la raccolta La seconda cicara de tè. Il poeta veneto è un appartato, poco propenso a partecipare al brusio tanto invadente quanto vacuo che caratterizza i tempi in cui viviamo, meno che mai appare interessato alle trite liturgie letterarie. Eppure la sua voce poetica, che si esprime in un veneziano gradevole e tenue, avrebbe ben diritto di essere ascoltata dal maggior numero possibile di lettori, numero che si sa, per quanto riguarda la poesia e in particolare quella dialettale, è per definizione già irrimediabilmente contenuto. Piuttosto il poeta si dice impegnato, come si ricava da una poesia della raccolta, nel “duro far niente davanti a ‘sto blu potente”, che è poi quello del cielo, ma anche più in generale il colore che riassume l’esistenza.

Andrea Longega

Questo “duro far niente” gli permette di porsi nella condizione dell’osservatore, spesso incantato o commosso o solo meravigliato dallo spettacolo che gli si pone dinanzi. Solo che lo sguardo di Longega tende ad essere attratto dai particolari all’apparenza insignificanti, a soffermarsi sulle scene marginali, sui dettagli. In questo modo l’insieme si annebbia e si sgretola, e proprio nel frantumarsi la realtà viene a manifestarsi nei suoi aspetti più sorprendenti. In altre parole, Longega ci guida a guardare le immagini ricorrenti della quotidianità, mettendone a fuoco le minuzie, le sfumature, che ci appaiono, attraverso questo sguardo ravvicinato e limpidissimo, come eventi inusuali e straordinari. In una sera piovosa, ad esempio, “nel campo belissimo / e lustro de piova, xe là che ne spèta un indian / gióvine, a mostrarne le so tante ombreléte, / le fa pènder nere dal brasso – a milioni / come schiapi dolenti de pipistreli”. E questi ombrellini, che pendono neri dal braccio del venditore indiano a milioni come stormi dolenti di pipistrelli, ci danno l’idea di come la poesia possa reinventare la realtà, raccontarcene il mistero e il miracolo.
Longega comunque non vuole mai stupire, non forza la lingua nel tentativo di produrre effetti speciali, ci dice solo che il mondo è fatto così, che è stupefacente proprio nel punto dove appare maggiormente ordinario. Anche la lingua dunque procede senza scossoni: è un veneziano pacato, sussurrato, esile. D’altra parte non c’è nessuna verità da dichiarare, né positiva né negativa: nella poesia di Longega c’è solo da scoprire armonie e incongruenze del mondo, sbandando verso non si sa dove e rischiando “de intoparme su i gàtoli” (di inciampare nei tombini), c’è da guardare la realtà con gli occhi “sfocati e cisposi”: “Lassé che vada, anche se fasso scagióni / anca se rischio de intoparme su i gatoli / lasséme vardar ‘sto mondo belo / i merli che córe tra erba e maségni / e in fondi / più in fondi, fin dove rivo / co ‘sti oci turbi e incaramelai”.
Del resto cosa può fare la poesia, se non costatare che il mondo non può essere compreso e dunque nemmeno spiegato? Le poesie son merce di poco conto, prodotti di tutti i giorni, anche quelle di un libro dolente e necessario come è La seconda cicara de tè. Il poeta vorrebbe allora portarle “al frutariòl” per fargliele vendere con lo stesso entusiasmo con cui vende ogni giorno la frutta, anche le arance che sono “rànseghe” (rancide). E quando le vecchie chiederanno se sono buone, il fruttivendolo risponderà “bóne? eccezionali”: “Care, le mie vecie – conclude il poeta – che no vede / che le xe tute macae”.
Sono tutti ammaccati i versi: è il destino della buona poesia.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Conto alla rovescia

(ultimo giorno dell’anno)

(ph. G. Grattacaso)

Ci piace che l’attesa sia racconto                  in senso inverso, quello che sarà
speranza cui si approda a marcia indietro,
conteggio certo che prospetta il viaggio
all’ora zero, per esaurimento
del tempo dato il varo della nave,
il razzo che è lanciato verso il cielo
è scatto quando svetta il passo morto.
Numeriamo l’auspicio da infinito
al punto senza tempo, l’ora assente
ci stimola all’imbarco, all’avventura
verso il tragitto ignoto: è proprio il niente,
quell’attimo di vita insospettabile,
per privazione per insufficienza,
che vorremmo durasse, quota zero
che festeggiamo, lì finisce il tempo
e non ha inizio il mondo che farà.
Brindiamo a questo scampolo di nulla,
al precipizio senza qualità,
all’ora che non c’è, camminamento
nella mancanza, esordio nell’assenza.

Uno sguardo Controcielo: gli Orizzonti di Angelo Noce

Il percorso artistico di Angelo Noce, iniziato con piena consapevolezza già negli anni Settanta, approda felicemente ad una nuova significativa tappa con la mostra Controcielo, allestita nella preziosa cornice delle Sale Espositive “Francesco Agello” del Museo Civico di Crema e del Cremasco.

Gli Orizzonti diurni e gli Orizzonti notturni, che compongono l’esposizione e che sistemano in un insieme ordinato l’attività degli ultimi anni, costituiscono un passaggio coerente con il lavoro fin qui svolto dall’artista, ma ne rappresentano anche il punto di svolta verso soluzioni espressive che privilegiano l’apertura, la ricerca di paesaggi, siano essi fisici o interiori, che dilatano verso l’infinito e che insieme, in un contrappunto all’apparenza inconciliabile, confluiscono nello sguardo di chi, di fronte a tali paesaggi, si pone in uno stato di contemplazione e di adesione. In Controcielo l’orizzonte marino, il punto di congiunzione tra cielo e mare, è scrutato da terra, dal punto di vista di chi rimane saldo sul terreno e che manifesta, nello sguardo proteso all’indagine, tutte le sue insicurezze e le insidie che ogni ricerca comporta. E’ lo sguardo di chi vede il mare (e il cielo, che in qualche modo ne costituisce la continuazione visiva) dalla pianura, da luoghi lontani dai litorali costieri, facendolo diventare così proiezione, presenza interiore, metafora, dunque luogo del mito e appunto traguardo dell’anima.

Angelo Noce e un suo Orizzonte

L’allestimento, molto curato ed elegante, permette al visitatore una sorta di passeggiata alla ricerca del proprio orizzonte e lo spinge ad abbandonarsi al racconto che l’artista ci propone. In una sua maniera contemplativa e trasfigurante, Angelo Noce in effetti tende sempre alla narrazione dei paesaggi e delle presenze umane e naturali, ma lo fa sapendo come non sia possibile raccontare vicende ed esperienze in maniera lineare ed oggettiva. I suoi segni, e dunque i racconti che ne derivano, sono allusivi e frammentati, e si muovono sempre nel tentativo di ricreare il mondo, di indicarne i legami più ancestrali e nascosti, le meravigliose scoperte che lo sguardo può presentire.

“Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra” sussurrava Montale nella poesia Falsetto, guardando la giovanissima Esterina spiccare il volo e tuffarsi nell’acqua del mare, “tra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra”. La prospettiva da cui guarda Angelo Noce è la stessa, e quel guardare da terra, l’appiattirsi quasi sul terreno finisce per farci vedere gli orizzonti del mondo da un’ottica inconsueta e ribaltante, tanto che la linea d’orizzonte può proporsi in verticale, coincidere così con la presenza umana (“il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla” mi suggerisce Montale a proposito di Esterina, la cui figura si staglia contro il cielo prima del tuffo), diventare prospettiva spiazzante e insostenibile. In questo modo lo sguardo è teso in direzione di un oggetto del desiderio e insieme è consapevole che l’attrazione verso l’acqua e verso l’orizzonte non potrà mai essere totalmente appagata. La linea dell’orizzonte si delinea così nel dipinto, che per sua natura rende ferma la visione, ma nello stesso momento si propone come apparizione, si nega e si frantuma, tende a dissolversi e a velarsi sotto i nostri occhi.

Come scrive Gaetano Barbarisi nell’ampio testo introduttivo alla mostra, gli Orizzonti di Noce, pur con gli strumenti della riflessione contemporanea sull’arte, ci obbligano “a rientrare nel dipinto”. Insomma l’arte di Noce è astratta e insieme ci avvicina al disegno dell’oggetto, a tratti ci fa sentire lo spessore e la consistenza della materia, ma anche dissolve e disperde i segni di un possibile paesaggio. In qualche modo, come dicevo, ne considera il racconto nello spazio e nel tempo. Noce ci porta “in un territorio di frontiera”, dice ancora Barbarisi, “nel contrasto tra luce e tenebra, ma anche al confine tra iconico e aniconico, dove l’astrazione non rinuncia all’evocazione di scene riconoscibili”.

I paesaggi, in questi dipinti di Noce, sono spinta verso la luce, ricerca di un punto di equilibrio, ma anche tormento prodotto dal desiderio, volontà di conciliazione e di armonia, che rimane aspirazione e in qualche modo diventa ossessione senza via d’uscita. La linea dell’orizzonte, che si propone in orizzontale e in verticale, è sogno, ma anche nostalgia e dunque ferita.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

TUTTI I NOSTRI ERRORI di Mario Fortunato (Bompiani)

Mario Fortunato è uno scrittore di racconti, forse ancor prima che un romanziere. L’autore di I giorni innocenti della guerra, Allegra Street, Le voci di Berlino, da sempre dimostra di essere a suo agio negli spazi brevi, delinea con sicurezza caratteri e situazioni, tratteggia paesaggi naturali e dell’anima in poche righe, sa dosare gli effetti senza mai indugiare nell’emozione troppo violenta o esibita, conclude la storia non quando il cerchio si chiude e il plot si stempera in una soluzione, ma nel momento in cui il necessario, se veramente esiste un necessario nel raccontare, è stato detto.

Ne è dimostrazione il volume Tutti i nostri errori, edito da Bompiani, che raccoglie, nelle oltre trecento pagine, sedici racconti che l’autore ha composto nel corso degli anni o che ha scritto più recentemente e che sono qui dunque pubblicati per la prima volta.

Mario Fortunato alla libreria Lo Spazio di Pistoia (ph. Grattacaso)

Le quattro parti in cui si divide il libro testimoniano la volontà di dare unità ai testi scritti in epoche diverse e per differenti occasioni. In effetti ne nasce davvero un “romanzo controvoglia”, come suggerisce il sottotitolo in copertina. Fortunato finisce per realizzare il possibile romanzo dei nostri giorni: quello che non racconta per esteso e non pretende di dire tutto, ma che procede per frammenti, mette insieme pezzi apparentemente lontani e non combacianti, propone un puzzle il cui disegno di approdo può apparire scomposto, ma che nell’insieme risulta altamente significativo, capace di offrire un ritratto preciso dell’autore e dei tempi e del paese in cui ha vissuto.

Una sorta di dichiarazione di poetica ci viene dal racconto Fuori di qui. Il protagonista, che è anche il narratore della storia, vive in una cella e tenta di vincere l’inevitabile disperazione che nasce dalla vita carceraria, tramite la scrittura. Chiede una macchina da scrivere e in sette anni realizza quindici racconti (che, a ben vedere, se aggiungiamo quello che sta scrivendo e di cui stiamo parlando, diventano sedici, come le narrazioni che compongono il libro). Infine giunge a questa conclusione: “Il bisogno di riprodurre minuziosamente il suono dell’esistenza mi aveva condotto quasi fatalmente a scomporlo, a purificarlo, riducendolo a un unico accordo. Ero in possesso di singole schegge, di frammenti di me stesso, che chiedevano di essere ricomposti in un’unica trama. L’immagine più netta che si affacciava nei miei pensieri era quella di una mappa in scala uno a uno. Un disegno, insomma, che arrivava a sovrapporsi, a identificarsi con tutto me stesso, e con gli altri me stessi che coabitavano nello spazio circoscritto della mia testa”.

Insomma Fortunato sembra suggerire che un procedimento lineare non sia più possibile e che intrecciare le storie e le vite degli altri nella narrazione, in certi casi significa arrivare a disegnare un autoritratto. Si parla di altri, delle esistenze degli altri, e si disegna se stessi. In questo modo, tanti racconti, che pure si soffermano su personaggi e vicende diverse, possono convergere verso la scrittura di un’opera unitaria. “Avrei dovuto allora raccontarmi – afferma ancora il personaggio di Fuori di qui – nell’atto del racconto di altre esistenze intrecciate alla mia? Avrei dovuto optare per una sorta di scrittura multipla? (…) Il rischio, comunque, era quello di giungere a una forma, magari di secondo grado, di autoritratto. Una specie di autoscatto fotografico, fissato sulla pellicola da qualcun altro”. Oppure un selfie, verrebbe fatto di aggiungere, in cui chi si ritrae scopre nella fotografia realizzata l’immagine di un altro.

Vale la pena ricordare che il testo citato è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta di racconti Luoghi naturali, che risale al 1988 e rappresenta l’esordio narrativo di Fortunato. Insomma il “romanzo controvoglia” parte da lontano, così come l’idea di letteratura che sostiene le opere del narratore.

Forse anche perché il raccontare non può che generare il proprio autoritratto, quello di chi scrive ma poi in fondo anche quello del lettore, i personaggi di queste storie tendono a nascondersi, ad immergersi in un contorno opaco, un paesaggio interiore malinconico e indefinito, nel quale porsi e porci domande più che cercare risposte e dove bisogna spesso fare i conti con la memoria, che non offre soluzioni ed anzi si sovrappone al presente confondendone la prospettiva. Sono personaggi che a volte avvertono la mancanza di qualcuno o di qualcosa, che sarà difficile ritrovare, o vivono in una condizione di felicità, sapendo che l’emozione che ora li trascina si risolverà presto in delusione e avvilimento.

I racconti di Tutti i nostri errori (titolo quanto mai felice) costruiscono anche un romanzo dell’Italia degli ultimi decenni, che viene descritta sempre a toni tenui e con fare quasi svagato, ma che risulta di estrema efficacia nel ricordarci i sentimenti e i limiti che la hanno animata. Pur con un procedere sereno e paziente (Daniele Del Giudice ebbe a scrivere, nel presentare Luoghi naturali, che “non deve ingannare l’apparente scrittura piana”, il suo stile “ha un preciso campo corporeo di gesti, e insieme di repentini ribaltamenti”), Fortunato con forza sa metterci di fronte a tutti i nostri errori e alle nostre miserie, ma anche sa dirci che bisogna continuare a credere che una soluzione sia possibile e che questa risiede forse proprio nell’accettazione della nostra condizione di imperfezione e di insufficienza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Andrea Bajani

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

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