Saba, come un uccello

Quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera confessava di avere preferito che la vicenda di cui era stato protagonista, e che dunque dava luogo per la prima volta ad una narrazione non d’invenzione, fosse raccontata proprio come avrebbe fatto Saba, in versi cioè invece che in prosa. E aggiungeva che era stato in qualche modo ispirato all’impresa (lui, il narratore di La rosa rossa, Il cavallo Tripoli e del più noto L’onda dell’incrociatore) dopo che era entrato in possesso di una pipa del poeta, la più consunta, quella più usata dal poeta, per volontà della figlia Linuccia, che aveva voluto in questo modo che l’amico caro possedesse un oggetto in ricordo di suo padre.

Umberto Saba

Nella lettera, che è un documento prezioso e struggente e che è posta a introduzione dell’edizione Mondadori del 1965 del Racconto d’amore (sia detto per inciso che ne devo la conoscenza all’amico Alessandro Fo), sempre rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. “Un’altra volta – scrive Quarantotti Gambini nella lettera – stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole”. 

Umberto Saba morì a Gorizia, dove era ospite di una casa di cura, il 25 agosto del 1957, all’età di 74 anni. Le liriche di Uccelli erano state scritte nel 1948, nell’appartamento in via Crispi a Trieste che abitava con la moglie Lina. Quarantotti Gambini ricorda che Saba da qualche tempo si era trasferito in un nuovo appartamento, situato comunque nello stesso stabile, “più elevato di uno o due piani, come ben conveniva, quasi simbolicamente, a un poeta ch’era andato cercando una limpidezza sempre maggiore”. Insomma Saba si era avvicinato alla purezza del cielo, a quel cielo, c’è da aggiungere, frequentato dagli uccelli che tanto amava. Dopo la breve raccolta dedicata agli uccelli, il poeta triestino scriverà solo le poesie raccolte in Quasi un racconto (e tra loro sono le Dieci poesie per un canarino), le Sei poesie della vecchiaia e il romanzo Ernesto, che sarà pubblicato diversi anni dopo la morte.

Tra i testi contenuti in Uccelli, i ricordi riportati nella lettera di Quarantotti Gambini mi fanno concentrare, ora a sessanta anni dalla scomparsa del poeta, sulla poesia Cielo, che peraltro è dell’intero gruppo, insieme all’altra che ha titolo Nietzsche, quella dove meno si parla dei volatili, o meglio dove essi hanno soltanto il ruolo di comparse.

Trascrivo la poesia:

Cielo

La buona, la meravigliosa Lina
spalanca la finestra perché veda
il cielo immenso.

Qui tranquillo a riposo, dove penso
che ho dato invano, che la fine approssima,
più mi piace quel cielo, quelle rondini,
quelle nubi. Non chiedo altro.
Fumare
la mia pipa in silenzio come un vecchio
lupo di mare.

E’ indubbio che il centro tematico dei versi sia proprio il cielo. La parola compare, oltre che nel titolo, altre due volte nel testo. Particolarmente indicativo è il terzo verso, composto da un sintagma nominale altamente significativo, legato in enjambement con il “veda” del verso precedente. La prima strofa è animata dall’azione della premurosa Lina, che consiste nello spalancare la finestra. E’ come se Saba, che ha spesso parlato nei suoi testi di strade cittadine, a volte oscure e degradate, di persone che le attraversano, dei personaggi più umili, a cui si è sentito affine, di un “nero magazzino di carbone”, con l’approssimarsi della fine senta il bisogno di luce, di spalancare la finestra per vedere “quel cielo, quelle rondini, quelle nubi”. Saba aveva allora 65 anni, ed era vittima di una grave forma di depressione: le poesie di Uccelli vengono composte, come scrive lo stesso Saba, in “un breve periodo di tregua” concessogli dal suo male, che gli impediva “ugualmente di vivere e di morire”.

E’ singolare che sia nel ricordo del più giovane amico che in questi versi si parli di una finestra (ed è da presumere che sia la stessa): Quarantotti Gambini riporta di come le imposte si chiudessero presto la sera per rispettare le abitudini dei canarini, che il poeta accudiva con amore; Saba ci pone davanti a una finestra che si spalanca perché sia visibile “il cielo immenso”. I due gesti comunque concorrono alla stessa situazione. Il poeta è immobile, non chiede altro che guardare e fumare l’immancabile pipa, “come un vecchio / lupo di mare”. E cosa fa un lupo di mare, una volta diventato “vecchio” (anche questa parola è in posizione forte, alla fine del verso, in enjambement), se non ammirare l’immenso paesaggio che ha davanti, ammirare con nostalgia e ricordare, non potendo più agire?

In questa poesia, il protagonista sembra non potere fare altro che percorrere lo spazio angusto della propria camera (anche questo il ricordo di Quarantotti Gambini ce lo restituisce chiaramente) e contemplare il cielo, che diventa, allo stesso modo che per i canarini nelle loro gabbie, un luminoso e irraggiungibile oggetto del desiderio. Saba è come i suoi canarini chiuso in uno spazio limitato; come agli amati volatili, anche al poeta è sufficiente la visione del cielo per cantare ed essere felice, sia pure di una felicità segnata dalla nostalgia e dall’impossibilità di essere libero, di poter volare nel “cielo immenso”. 

Saba con un suo canarino

Nella lettera che Saba scrive ai “cari amici” (anche qui una lettera) a modo di prefazione alle poesie di Uccelli, sostiene “di non avere nulla da dire o da fare” in un mondo che non è più il suo. Racconta anche che “il gerente” della Libreria Antiquaria “che porta ancora il mio nome” aveva acquistato un gruppo di libri sugli uccelli e, temendo di aver fatto un cattivo affare, li aveva nascosti. Questi volumi però, scoperti dal poeta, lo attraggono e lo affascinano, aprono alla sua curiosità scenari imprevisti. Scrive Saba: “Sentirsi leggero e volare per forza propria mi sembrò, in quell’ultimo respiro che mi dette la vita, il colmo della felicità”.

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi

COMICA FINALE

(tre poesie per Laurel and Hardy)

Sessanta anni fa, il 7 agosto del 1957, moriva Oliver Hardy. Aveva 65 anni. Negli ultimi tempi era stato vittima di un infarto e poi di un ictus, che lo avevano costretto ad una dieta rigidissima. Stan Laurel ebbe poi alcune offerte di lavoro, che rifiutò, poiché aveva deciso di non recitare più senza Hardy.

Da trent’anni penso di scrivere qualcosa sulla loro arte. Spero di esserci riuscito ora. In queste settimane ho rivisto molti dei loro film e, per la prima volta, un video amatoriale, girato dai familiari di Stan pochi mesi prima della morte di Oliver. Anche Laurel era stato colpito, in quel periodo, da un ictus, che rendeva precari i movimenti della parte sinistra del corpo.

1.

Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.

2.

Non c’è niente che sia davvero facile,
nessun passo di danza o acrobazia
che accorci la distanza. Fedeltà
a vana cianfrusaglia, la zavorra
inutile, l’orpello, il giro a vuoto
aiutano a capire che la vita
spesso divaga, che l’inesattezza
porta a contatto con la verità.
Non c’è tetto, nessuna costruzione
che possa sopportare un’esplosione,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è un tuffo dentro una pozzanghera,
l’interno di una stanza traboccante
di oggetti da sfasciare, vanità
è credere che esista il gesto esatto,
la strada breve, un unico espediente.
La caduta, il passo falso è ballo,
movimento impacciato è uguale a grazia.

3.

Una mattina del cinquantasei,
in un filmino ad uso familiare
Oliver Hardy guarda stralunato
e sorridente verso l’obiettivo.

Non c’è didascalia, la scena muta
ce lo propone davanti la sua casa
in mezze maniche, pantaloni larghi,
l’atteggiamento allegro e sofferente.

Al suo fianco Stan Laurel in giacca grigia,
cravatta a righe, recita la parte:
un frullo d’ali, smorfia alzando il mento
per annuire, siamo ancora qui.

La comica finale ora è un dolente
addio al mondo, l’ultima pellicola
girata insieme, ma non cade niente,
tutto sta in piedi per la prima volta:

non c’è moglie che gridi o piatto rotto,
un tetto che si sbricioli, la sedia
che si fracassi, arcigno poliziotto
che chieda il conto. Tutto è già distante,

sceneggiatura insignificante,
non sanno cosa fare, eppure insieme
rimangono per sempre, è questo il film,
la vita che si tiene i suoi cimeli.

Laurel non muove mai il braccio sinistro,
Hardy è più magro di settanta chili.

 

 

Natalia Ginzburg, le parole da non gridare

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere l’uno con l’altro indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: ‘Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna’ o ‘De cosa spussa l’acido solfidrico’, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo”.

Così scrive Natalia Ginzburg in Lessico famigliare, il romanzo pubblicato nel 1963, che contiene eventi e memorie della vita risalenti agli anni del fascismo, quando la scrittrice era poco più che una ragazza.

Natalia Ginzburg

Succede così, soprattutto nelle famiglie numerose, che l’inevitabile diaspora lasci intatto un frasario gergale, una sorta di idioletto ad uso familiare, capace di riattivarsi anche a distanza di anni e di ricostruire, appunto come un testo di una civiltà scomparsa, un’atmosfera, un ambiente culturale. Si scopre, con il passare del tempo e con il cambiamento di abitudini, di conoscenze e di frequentazioni, che quelle parole e quelle espressioni, che noi credevamo di uso comune, sono in effetti comprensibili nei loro riferimenti comunicativi, solo ad un ristretto numero di persone. Non solo: sono parole ed espressioni che contengono una forte carica emotiva, possono ad esempio generare subito il riso o richiamare momenti dolorosi, ma solo per noi e per pochi affini. Insomma la frase “De cosa spussa l’acido solfidrico” ha significato qualcosa di rilevante, accedendo a chissà quali allusioni, solo per Natalia Levi (questo il nome della scrittrice prima di sposare Leone Ginzburg) e per i suoi familiari.

C’è da dire però che la casa torinese dei Levi, anzi le varie abitazioni che si riferiscono al periodo raccontato nel romanzo, erano frequentate da personaggi che partecipavano attivamente, o l’avrebbero fatto di lì a poco, alle vicende politiche e culturali di quegli anni, attivi nel movimento antifascista, fuoriusciti o inviati al confino, o comunque scrittori e scienziati che sarebbero poi stati al centro della vita nazionale. Nella casa di via Pastrengo approdano, ad esempio, Filippo Turati (“lo ricordo, grosso come un orso, con la grigia barba tagliata in tondo, nel nostro salotto”), il fisico Franco Rasetti, Giancarlo Pajetta, Adriano Olivetti, che avrebbe poi sposato la sorella della scrittrice, e suo padre Camillo (“a me faceva impressione l’idea che quei cartelloni di réclame che vedevo per strada, e che raffiguravano una macchina da scrivere in corsa sulle rotaie d’un treno, erano strettamente connessi con quell’Adriano in panni grigio-verdi, che usava mangiare con noi, la sera, le nostre insipide minestrine”); vi arrivavano ancora Paola Carrara, che era figlia di Cesare Lombroso e che scrisse libri per l’infanzia, Vittorio Foa, naturalmente Leone Ginzburg, e in una foto campeggiava una giovane Anna Kuliscioff, a fianco della mamma della scrittrice

La scrittrice con Leone Ginzburg

Insomma, la Ginzburg parte dal ricordo dei momenti in cui quel vocabolario privato veniva creato e alimentato, per approdare ai grandi avvenimenti, sempre però visti da un’ottica familiare: racconta le storie quotidiane per dirci che la Storia, quella che si compone di eventi collettivi, non può prescindere dai piccoli fatti, da quanto accade all’interno delle mura familiari. Non è solo la grande Storia a ripercuotersi sulla vita dei singoli, ma sono per primi gli atteggiamenti domestici e quotidiani a modificare il corso della Storia.

Le parole in questa ottica risultano fondamentali. Così come sono capaci di ricomporre un’atmosfera e il senso di un mondo perduto, possono esprimere, con la loro semplicità, i valori di una quotidianità rigorosa e contenuta, contro la retorica di un regime che tendeva a esagerare i fasti e a voler far passare l’enfasi e la ridondanza per gloria. Contro la verbosità ampollosa di Mussolini e dei suoi simili, Natalia Ginzburg propone il lessico famigliare della linearità e della essenzialità.

Anche per questo Lessico famigliare sarebbe lettura da riproporre oggi, anche ai più giovani, come antidoto contro la barbarie di un linguaggio sempre gridato ed esagerato, come è quello della politica dei nostri giorni, come medicina preventiva, per evitare di credere che le soluzioni importanti passino solo attraverso un linguaggio complicato e poco chiaro. E’ anche il libro che ci permette di capire che quello che diciamo tutti i giorni, anche nell’ambito ristretto della famiglia, del piccolo gruppo di amici, ha un suo valore, una propria forza che, a distanza di tempo, può prodigiosamente proporre i suoi effetti.

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

SULITA’ di Nino De Vita (Mesogea)

La poesia di Nino De Vita è sorprendente. E’ insieme antica e modernissima, si ciba di un dialetto in uso, e forse neppure più tanto, in un territorio geograficamente piuttosto limitato e riesce a farsi intendere ben al di fuori dei confini nazionali, proprio perché paradossalmente utilizza una lingua poetica vicina ad esperienze culturali di respiro europeo. E’ una poesia che si sofferma sui grandi temi dell’esistenza, innanzitutto del nulla che ci è intorno e condiziona ogni nostra azione, ma lo fa senza esibire nessuna filosofia, anzi scegliendo che siano personaggi marginali a dire la loro idea sul mondo, protagonisti di eventi minimi, di storie apparentemente insignificanti.

Nino De Vita

Le vicende che la poesia di De Vita presenta restano come sospese, sono brandelli che penzolano sull’animo del lettore, come se fossero appunto aggredite all’improvviso da una mancanza di senso, dal vuoto che senza tregua si riprende il suo posto. Si tratta di piccoli racconti in versi, di segmenti narrativi, nei quali lo svolgimento della vicenda viene spesso presentato attraverso l’espediente del dialogo. C’è chi ha voluto parlare, a tale proposito, di poesia epica, di un’epos che rimane comunque circoscritto all’interno di un preciso e ridotto perimetro. Direi comunque che l’epica di De Vita non si concretizza in una rivelazione fluida degli avvenimenti, non si costruisce attorno a uno svolgimento cronologico preciso, essa al contrario è frantumata, la sua tendenza a raccontare si scontra inevitabilmente con l’impossibilità a chiudere il cerchio. E’ come se un cantastorie siciliano o un puparo avesse incontrato sul suo cammino Raymond Carver. A ben guardare, la poesia di De Vita è vicina a quella di tanta produzione anglosassone, forse anche in maniera inconsapevole, tanto che viene fatto di pensare che la traduzione del suo siciliano risulterebbe più vicina all’originale in inglese invece che in italiano.

Nino De Vita scrive nel dialetto di Cutusio, o Cutusìu, la contrada di Marsala dove è nato nel 1950 e dove vive. Dopo l’esordio in lingua nel 1984 con la raccolta Fosse Chiti, ha sempre pubblicato opere in dialetto. Tra queste vanno ricordate Cutusìu, Cùntura, Nnòmura, Omini. La sua raccolta più recente, in circolazione da alcune settimane, è Sulità, edita dalle messinesi edizioni Mesogea. “Sulità” significa solitudine, ma, forte anche dell’uso che se ne fa nel proverbio “sulità santità”, diventa nelle mani del poeta, al pari della saudade per i portoghesi, una sorta di categoria dello spirito, una chiave per interpretare il mondo, una condizione interiore invece che fisica, determinata dai casi della vita, dalle sciagure e dalle afflizioni, da eventi semmai già avvenuti da tempo e che tornano o si lasciano intravedere nei racconti dei protagonisti delle poesie.

I protagonisti di queste poesie (l’io lirico si esibisce solo raramente: nel ruolo di un personaggio che guarda e annota, a volte interloquisce) sono uomini e donne che improvvisamente vengono posti di fronte al proprio destino o che ritornano senza pietà, e senza che sia possibile un rimedio, agli eventi che ne hanno segnata la vita. Il poeta si muove in questa Spoon River di viventi con la grazia discreta di chi sa che ogni singola esistenza non si può spiegare ma solo raccontare, si può abbracciare non giudicare.

Nella poesia “I cosi chi si fannu” (Quello che si fa) una donna è costretta a vivere quotidianamente a contatto con l’uomo che segretamente ama, che è il futuro sposo di sua sorella. La donna vive dei suoi sguardi e delle sue rare parole (“Mi piaci chi mi parla. / M’arrèstanu ‘i palori / chiantati poi pi gghiorna / chini”. “Mi piace che mi parla, / Mi restano le parole / dopo, dentro, per giorni / interi”), ma vorrebbe che i due andassero a vivere altrove e la casa tornasse “a com’era prima”. Il momento più duro è quando sua sorella e l’uomo si appartano: “Rririnu tutti rui, / si strìncinu, sarrà… / Sta cruci ‘unn’a circai. / L’ha purtari e ‘un cci ‘ a fazzu. / Ora ‘un rrìrinu cchiù… / Mi veni ri nfuddiri. / ‘I cosi chi si fannu, / chi nna st’accianza si / fannu…”. “Ridono tutti e due / si stringono, forse…/ Questa croce non l’ho cercata. / Devo portarla e io non ho le forze. / ora non ridono più… / Mi viene da impazzire. / Quello che si fa, / che in questi momenti si / fa…”

Le donne e gli uomini di queste poesie appunto sono colti nel momento in cui si manifesta dinanzi ai loro occhi la croce che sono costretti a portare. Il poeta non può liberarli dal peso, ma può parlarne. Del resto, come scrive De Vita nella poesia “I libbra” (I libri) “I libbra stannu fermi / ma rintra hannu una vita / ch’ì macina: cci sunnu / ‘i cinchedda, i sbintati, i luparini; / i torti, i macanzisi; / allivoti cci sunnu ‘i nannalau, / ‘i scarafuna, l’òmini squaquègnari, i ngazzati, l’eroi; / cci su’ nzivati tinti / nne cantunera bbianchi / ri fogghi, cc’è u silenziu, / cci su’ ncuttumi, i tuppuli nu cori…”, “I libri stanno fermi / ma dentro hanno una vita / intensa: ci sono / gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere; / i malvagi, i traditori; / a volte ci sono gli stupidi, / gli ingordi, gli uomini miseri, / gli amanti, gli eroi; / ci sono paure indicibili / negli spazi bianchi / dei fogli, c’è il silenzio, / ci sono pene, palpiti”.

Anche le poesie di Nino De Vita stanno ferme, ma dentro ci sono gli uomini e le loro storie, il silenzio, le pene, i palpiti, ci sono la lingua e le storie di Cutusio, che sanno parlare al mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA TENEREZZA di Gianni Amelio

 

Dice un poeta arabo: la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare. Sembrerebbe racchiuso nella frase che pronuncia commossa Elena, la figlia dell’anziano avvocato intorno al quale ruota la vicenda narrata, il senso ultimo del film La tenerezza, che Gianni Amelio ricava dal romanzo La tentazione di essere felici dello scrittore napoletano (nato nel 1974) Lorenzo Marone. Una storia insomma, che si muove sul terreno degli affetti familiari, uno spazio certo insidioso ma in qualche misura in fondo protettivo. Ma, come spesso accade nei film del regista calabrese, la vicenda contiene un non detto che si lascia solo intravedere e che costituisce il contenuto più vero dell’opera.

Amelio, in una sua maniera terribile e straziante, estremamente intensa, ricorrendo spesso a primi piani e dialoghi densi di contenuti, disegna un paesaggio intimo dei personaggi, e particolarmente dell’avvocato Lorenzo, magistralmente interpretato da Renato Carpentieri, perennemente in bilico tra la volontà di sentire la presenza degli altri, in qualche modo di affidarsi a loro, e l’urgenza di negarli, di abitare fino in fondo, senza sconti la propria solitudine. Certo la storia parla di affetti familiari e della violenza pronta ad esplodere all’interno di un mondo che sembrerebbe non prevederla, dell’incapacità di manifestare se stessi particolarmente proprio di fronte a chi ci è più vicino, dell’egoismo che spesso ci tiene lontani dalle esigenze e dalle sofferenze altrui, ma anche, con uno sguardo che sembra diretto e che invece sottilmente scarta e si stende obliquo e impietoso sugli avvenimenti, dice soprattutto di quella zona di confine dove più o meno tutti abitiamo, continuamente segnata dai sentimenti più puri e dal loro contrario, dal bisogno di donare e da quello di depredare. Siamo, ci fa confessare Amelio, insensatamente ma molto umanamente sempre capaci di pietà e di ferocia. 

Renato Carpentieri in una scena del film

E’ proprio intorno a questo difficile equilibrio che deve essere cercata la sostanza più vera del discorso che il regista calabrese propone: siamo troppi sentimenti insieme e la casa che cerchiamo è difficile da riconoscere. Così spesso la tenerezza si nasconde dietro affetti lacerati, in piccoli gesti, in parole appena sussurrate, in incontri del tutto casuali e improvvisamente indispensabili.

La casa in cui tornare, ed è la problematica che appunto si presenta nel film, è un punto di approdo difficile da raggiungere, perché continuamente si sposta, corre davanti a chi la insegue, si sbriciola, si maschera, risorge in un posto lontano, in cui fino a un momento prima sembrava regnare il deserto.

Gianni Amelio sul set con Vittoria Mezzogiorno

Renato Carpentieri è Lorenzo, un avvocato in pensione, che pare non si sia fatto mai troppi scrupoli pur di portare in fondo vittoriosamente le sue cause. Ha un rapporto pessimo con i suoi due figli (lei è Vittoria Mezzogiorno, lui Arturo Muselli). Al suo ritorno a casa, dopo una degenza in ospedale in seguito a un infarto, scopre di avere dei nuovi vicini. Con essi, e particolarmente con Michela (una sicura Micaela Ramazzotti) intrattiene rapporti sempre più profondi, quasi a sostituire quelli estremamente conflittuali in ambito familiare. Sua moglie è morta da qualche anno, ma l’avvocato confessa che non l’amava. Anche quella che era stata la sua amante (Maria Nazionale) è ormai distante dalla sua vita. L’avvocato Lorenzo è, almeno all’apparenza, egoista e cinico, scortese ai limiti della sgradevolezza, ma nasconde dietro l’evidenza scontrosa, come certi personaggi del cinema di Clint Eastwood, dei valori veri e profondi che lo tormentano. L’incontro con Fabio (un intenso Elio Germano), Michela e con i loro due figli produrrà un corto circuito che porterà in luce gli aspetti più delicati e compassionevoli del suo carattere.  

La tenerezza è un film come se ne fanno pochi oggi, particolarmente nel nostro paese: non ammicca, non vuole rappresentare la realtà smussandone le asperità, non vuole farci ridere a tutti i costi. Invece ci mette di fronte alla miseria dei quotidiani piccoli e feroci squilibri affettivi, facendoci da essi aggredire e lasciandoci frastornati, così come sono spesso disorientati e confusi i personaggi mentre attraversano le vie del centro di Napoli, trafficate e caotiche. Il regista evita di cadere nel patetico e nel melodrammatico, non avendo paura del rischio che corre e comunque facendo arrivare lo spettatore sempre un attimo dopo, quando gli avvenimenti si sono già consumati.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PLATONE! di Francesco Bargellini (Aragno)

 

Non può essere messa in dubbio l’affermazione che voglia sottolineare il legame esistente, sul piano etico innanzitutto, tra filosofia e poesia: la ricerca di una ragione che spieghi l’esistenza, da qualunque lato la si voglia vedere, è attività alla base di ogni opera filosofica, così come essa non può che sempre sottendere anche il corpus poetico che voglia dirsi tale. E’ altrettanto vero che la parola della filosofia si nutre in qualche modo anche di alcuni degli strumenti retorici che sollevano la significazione dal livello più blandamente comunicativo, al fine di poter dire quello che l’uso convenzionale e denotativo del linguaggio non riesce compiutamente ad esprimere. E’ noto come la filosofia greca antica abbia fatto uso di un linguaggio immaginifico ed evocativo e che Platone, in particolare, abbia intessuto le sue opere con momenti di puro lirismo.

Francesco Bargellini con Platone!, pubblicato per i tipi di Nino Aragno Editore, ci mette dinanzi ad un’operazione di grande interesse culturale e dalla riuscitissima tenuta poetica, non solo traducendo in versi le parole del grande pensatore, ma ricomponendo i lacerti di questa azione in una raccolta, tale da prestarsi ad essere considerata un’opera del tutto originale, pur attingendo in maniera puntuale ai diversi scritti del filosofo. Dei testi originari non si tiene conto di quel continuum che ogni scritto filosofico è costretto ad inseguire, ma anzi si preferisce pensarli, così costruendo un tracciato del tutto nuovo, come se si trattasse di una raccolta di frammenti, come se dell’impresa iniziale fossero rimaste solo segni sparsi da cui è possibile immaginare le parti mancanti. 

Spiega Bargellini nell’ampio scritto in prosa che dà inizio al volume, che il percorso poetico che ha ricavato dagli scritti di Platone è “delineato per frammenti, quasi che il corpus platonico fosse un solo grande poema perduto e ora riemerso per schegge isolate; e questo percorso ha la natura dell’omaggio e del saccheggio al contempo”. Aggiungerei che ha anche la natura di un libro compiuto e di tono e di linguaggio unitari, fedele del resto alla parola del maestro ateniese al punto da ricostruirla in maniera inusuale e profondamente incisiva.

Bargellini insomma scrive un libro di poesia che è sicuramente opera di Platone (le traduzioni d’altra parte, sia pure in versi, sono fedeli per contenuto e verrebbe da dire nell’intonazione musicale alla lezione originaria), ma che è anche, con la stessa sincerità e la stessa forza, risultato della più intima natura artistica ed umana dello stesso Bargellini. Quindi se è vero, come saggiamente suggerisce Alessandro Fo che firma la prefazione al volume, che “Platone filosofo-poeta e Bargellini poeta-filosofo” sanno che “la filosofia procede dalla meraviglia” e che “la meraviglia a sua volta produce anche parola meravigliata e meravigliosa, cioè poesia”, sta di fatto che in questo caso la parola che “trasferisce nell’animo del lettore, in un unico tratto, bellezza, conoscenza, pienezza, producendo inestimabile ricchezza” è frutto del lavoro di entrambi: e anche questo lavoro a quattro mani a distanza di secoli risulta certamente meraviglioso, e spiega molto dell’intento dell’autore nostro contemporaneo, che tiene comunque a precisare che l’antologia “è proditoria, in primo luogo, ai danni del pensatore”.

Non c’è dubbio, danno o no, che il risultato sia di grande forza espressiva e che consegni al lettore intatto, anzi in qualche modo rinnovato, il valore del pensiero di Platone. Basta qualche esempio: “La gente non sa: / senza questo tragitto attraverso ogni cosa, / senza vagabondaggio // se pure la incontri non avrai intelligenza / della Verità” (“Il vagabondo” dal Parmenide); “mi ordinava di fare musica, / e io questo facevo // sicuro che la filosofia / fosse la musica massima” (“La musica” dal Fedone); “Guardati intorno, davvero, sta’ attento / non ci senta un profano // questi sicuri che non ci sia altro / oltre ciò che le mani riescono a stringere // che alle azioni, alle generazioni / e all’Invisibile tutto / non concedono essere” (“Il profano” dal Teeteto).

Il Platone! di Francesco Bargellini parla anche alla e della nostra contemporaneità. Ne è prova a suo modo l’ultima parte del libro, che è costituita dalle brevi prose che hanno titolo Platonico. In questo caso Bargellini parla esclusivamente (almeno così si direbbe) a proprio nome: considerati i presupposti e la scelta di far esprimere Platone in versi, non può, lui che è autore di versi, al quarto libro di poesia dopo Il significato, Dresda e Sono paura, che scegliere la strada di esprimersi in prosa. Sono scritti che ci mettono di fronte ai mali e alla limitatezza dei nostri tempi, quasi a voler ribadire l’urgenza e la necessità di recuperare un’esistenza da platonici, appunto. In uno di questi scritti Bargellini afferma che il Platonico “diceva che la gente, per non conoscersi, frantumava peculiari specchi; ed era bene che facessimo orecchio a quel crash di ogni giorno, da tutte le case. Era istruttivo sapere degli innumerevoli settennati di guai, e la follia di quell’autoteppismo, mentre i bambini si ferivano con i frantumi”. Se fossero di più i platonici, dice in un altro di questi poemes en prose, se ci fosse “un esercito Platonicorum”, gli uomini avrebbero pietà per le disgrazie proprie e dei propri simili.

Pubblicato su Poesia n.324

PARLAVANO DI ME in prima nazionale al teatro Bolognini di Pistoia

Parlavano di me, il mio racconto che dà il titolo alla raccolta pubblicata dall’editore Effigi nel 2015, diventa un testo teatrale e approda sulle tavole del palcoscenico. L’Associazione culturale Isole nel Sapere, in collaborazione con l’Associazione Teatrale Pistoiese, realizza una messa in scena, affidata alla regia di Marco Zingaro e all’interpretazione di Francesca Nerozzi. Il lavoro sarà presentato in anteprima nazionale domenica 23 aprile 2017 alle ore 21 al teatro Bolognini di Pistoia.

Al termine nel foyer del teatro sarà possibile visitare una mostra delle opere di Cristina Gardumi, autrice dell’immagine grafica dei materiali pubblicitari.

Parlavano di me è la confessione di una giovane donna a sua madre. 

La ragazza ​parla, con rassegnazione e durezza, di un’umanità esaltata e inconsistente, di un microcosmo di adulti che sembrano non voler crescere, dove regnano banalità e frivolezza. E’ il mondo dei concorsi di bellezza, nel quale emergono personaggi dagli atteggiamenti superficiali, cinici, dettati dall’invidia, ma a ben guardare ​mossi dallo sforzo di vivere.

La ragazza si rivolge alla madre inizialmente con rabbia, freneticamente, quasi incapace di tenere a freno la sua agitazione, poi il suo racconto tradisce un crescente turbamento, una condizione di sofferenza, e il linguaggio e l’atteggiamento si fanno più accorati. In fondo l’argomento principale delle sue parole non è quel mondo di lustrini, di accappatoi e tacchi a spillo, ma la propria condizione di disagio, il malessere che la affligge e che condiziona pesantemente la sue giornate.
Con il proseguire della storia, il discorso diventa un monologo appassionato, una supplica, una confessione. La madre, così incombente nella vita della figlia, forse è assente, comunque distante. La ragazza, infine con timore e con tenerezza, rivela la propria reale condizione, e palesa un disturbo che condivide con tante coetanee.

Francesca Nerozzi, pistoiese, è attrice, ballerina, cantante. La sua formazione iniziata dal balletto classico in giro per l’Europa, spazia dal cinema al teatro. Fa parte del trio vocale swing “Ladyvette” protagoniste della fortunata serie Rai1 “Il Paradiso delle Signore”. Vanta anche collaborazioni con il trio “Le Sorelle Marinetti” e ruoli da protagonista femminile in numerose produzioni ​n​azionali e ​internazionali.

Marco Zingaro,  ​p​ugliese trapiantato a Londra, è attore, performer e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha intrapreso una carriera ​i​nternazionale. Fondamentali le sue collaborazioni con compagnie inglesi quali Old Vic Theatre Community Company, Frantic Assembly, Coplicitè e Punchdrunk. Per il cinema​ è presente in pellicole quali “007 Spectre” e “Belli di Papà”, per la tv nelle fortunate serie “Medici, Masters of Florence”, “Tyrant”, “Knightfall” e in uscita per Rai1 “​I​l Capitano Maria”. Recentemente protagonista di uno noto spot pubblicitario nei panni di un supereroe.

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IL NOME DELLA FIGLIA DI SAFFO di Jesper Svenbro (Settegiorni Editore)

 

Jesper Svenbro è un poeta che tende a rimuovere le distanze: siano esse quelle fisiche o geografiche esistenti tra territori lontani, oppure le differenze che si manifestano tra ambienti diversi di natura più propriamente culturale. Il passato e il presente, i miti dell’antica Grecia e gli eventi dolorosi o felici della nostra quotidianità, gli dei, gli eroi e i derelitti, le isole del mar Egeo e i boschi della Scandinavia, nei versi di Svenbro interagiscono e danno luogo a nuova significazione. Allo stesso modo una tensione di matrice più evidentemente lirica si insinua nella versificazione che è incline al racconto e alla soluzione narrativa, la riflessione propria dell’argomentazione saggistica entra in stretta relazione con un movimento di natura privata ed affettiva.

Anche quando i versi propongono una materia più intima e familiare, o quando si soffermano sui drammi che affliggono il genere umano, la violenza, la morte, la guerra, la fuga da luoghi inospitali, Svenbro non dimentica la sua attività di filologo e di studioso di letteratura greca, che non si sviluppa solo sul terreno dell’investigazione accademica ma è frutto di passione profonda e si costruisce nel rapporto con la vita di tutti i giorni: la sua poesia in questo modo si ciba di alimenti diversi, che restituisce al lettore dotati di nuova energia, di una rinnovata incisività. Il ricorso ad argomenti lontani, eppure in qualche modo presenti, conduce la poesia ad essere raffinata e popolare, colta nei riferimenti e lineare nella formulazione lessicale e sintattica. 

Jesper Svenbro

A Jesper Svenbro è stato assegnato pochi giorni fa il Premio Internazionale Il Ceppo, dedicato a Piero Bigongiari, e l’Accademia che concede il riconoscimento ha meritoriamente promosso la pubblicazione, presso i tipi di Settegiorni Editore, di un’ampia scelta del nuovo libro di versi del poeta scandinavo, in ampio anticipo rispetto all’uscita in terra svedese, dove le liriche verrano edite solo il prossimo autunno. La raccolta Il nome della figlia di Saffo è curata da Paolo Fabrizio Iacuzzi e si compone di diciannove liriche, tradotte da Maria Cristina Lombardi, che firma anche un’illuminante introduzione al volume.

Di Jesper Svenbro, che dal 2006 è membro dell’Accademia di Svezia che assegna il premio Nobel per la letteratura, in Italia sono stati pubblicati i saggi La parola e il marmo. Alle origini della poetica greca (Bollati Boringhieri, 1984), Storia della lettura nella Grecia antica (Laterza, 1991) e le raccolte poetiche Apollo blu, cura e traduzione di M. Cristina Lombardi (Interlinea, 2008) e Romanzo di guerra, a cura di Marina Giaveri (ES, 2013).

A partire dal ritrovamento nel 2014 di ulteriori due frammenti della poetessa di Lesbo, Svenbro, che a Saffo ha dedicato molta parte dei suoi studi di filologia, sente il bisogno di ritornare sulla sua vicenda, questa volta inserendola in un delicato e originalissimo quadro sociale e familiare. Svenbro ci conduce, attraverso un’inchiesta che diremmo di natura politico-economica, a ricostruire i legami dell’aristocratica Saffo e di suo fratello Carasso con l’ambiente dell’isola dove vivevano e dove la loro famiglia era giunta esule dalla sconfitta Troia. Carasso in effetti aveva messo in piedi una significativa e redditizia attività economica, esportando l’ottimo vino dell’isola, di cui era anche produttore, e importando, soprattutto dall’Egitto, vari prodotti, tra cui quel nìtron, il salnitro, che diventa centrale nella raccolta. Proprio a partire dal nìtron infatti si sviluppa il discorso di Svenbro, che combina, facendoli interagire tra loro in maniera altamente e insolitamente significativa, affermazioni che potrebbero appartenere ad un saggio di carattere economico con dotte e approfondite questioni squisitamente filologiche, il linguaggio piano e scarnificato tipico di un libro di storia con improvvisi scarti lirici. “Cosa può avere indotto Saffo all’uso / di una parola come “salnitro” in un testo poetico? / Nella lista delle merci che Carasso / portò con sé nel viaggio di ritorno // da Naukratis davvero è menzionato / (…) // Il suo profumo così simile al Palmolive! / Un sapone democratico che può insaponare / il corpo nudo di una donna d’estate / prima di un’aristocratica doccia.”

Così scrive Svenbro, in una poesia dal titolo eloquente ed inatteso, almeno in un libro dedicato a Saffo: Palmolive. Sapone verde per la poesia, partendo dalla costatazione che esiste un brevissimo frammento di Saffo dove appunto compare la parola nìtron.

Tra saponi e prodotti per lavarsi i denti (la poesia Dentifricio è dedicata all’amico scomparso Valentino Zeichen), tra tracce per i compiti d’esame e poemi didattici sul significato dei nomi propri nell’antica Grecia, tra richiami alla mitologia classica e citazioni dalla cinematografia più conosciuta, indicazioni per un’estetica saffiana e riferimenti alla più dolorosa attualità in una foto dell’artista Ai Weiwei (“Il suo Istagram lo mostra tra i profughi siriani / sullo sfondo di migliaia di salvagenti e gommoni bucati. / Il mare nel sole della sera. Il suo volto: / una maschera di Dioniso”) la poesia di Svenbro costringe il lettore a scivolare da un contenuto all’altro, ad aggiustare continuamente il tiro, alla costante, eccitante perdita di equilibrio. Chi legge entra dunque nel vortice di un gioco vertiginoso, nel quale la linea di confine tra il territorio dell’ironia e quello governato dal rigore scientifico è davvero straordinariamente labile.

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Umana, troppo umana: una poesia per Marilyn

L’editore Aragno ha recentemente pubblicato l’antologia di poesie Umana, troppo umana, dedicata a Marilyn Monroe, in occasione dei novanta anni dalla nascita. Questo è il mio contributo al volume, curato da Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo.

Preghiera (a M.)

Ave, Marilyn, piena di tua grazia
e di tristizia, splendida tra tutte
le donne e maledetta, unica dea
che compare nei sogni degli umani
in gonne sollevate dalla furia
dei fiati sotterranei, metropolitani
riprovevoli abissi, e reggiseni
di linde trasparenze, et benedictus
tuo seno senza gioia solo sfiorato
dall’amore di mani, da milioni
d’insaziabili occhi, e preservato
da morte, sempre uguale nei secoli
dei secoli, lo sguardo che non muore
affatturato, avvocata nostra,
inerme tu, sprovvista di difesa,
da noi invocata, come noi esclusa
dal paradiso, sei senza peccato
senza letizia: nell’eternità
la biondissima aureola sfolgorante
ci faccia luce e la luce illuda
che sia senza vecchiaia l’aldilà.
Marilyn madre, Marilyn mia donna,
amante nostra e mai Marilyn sposa,
prega per noi che abbiamo tanto errato
con l’animo vagante e intrappolato
da sempre in cerca, come tu hai cercato
senza riposo il frutto immacolato,
ora pro nobis, se tu sai implorare
e se puoi farlo dalla tua dimora
prega per noi che ti desideriamo
per non averti mai, nunc et in hora.

 

 

 

Rendere visibile il mondo: le Mappe di Carucci e Giuffrida

Le Mappe di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida saranno esposte presso Libri Liberi, a via San Gallo 25/r a Firenze dal 24 febbraio 2017 al 9 marzo. Questo è il mio testo di presentazione della mostra.

Per chi ha vissuto buona parte della propria esistenza ben ancorato alle vicende e alle conoscenze del secolo scorso, la parola mappa evoca avventure alla ricerca di tesori, paesaggi sconosciuti e straordinari da visitare, carte geografiche di paesi lontani verso i quali è soprattutto l’immaginazione a muoversi. Per tutti costoro, aprire un atlante è stata sempre un’azione emotivamente intensa, resa appena meno suggestiva, negli ultimi anni, dalla semplificazione negli spostamenti e nella percezione di territori e distanze prodotta da google maps, dai voli low cost e dall’idea di avere il mondo a portata di mano. Tanto per dare un’idea, google hearth per android assicura che l’istallazione dell’applicazione consentirà di esplorare il globo scorrendo con un dito, di sorvolare il pianeta e di volare in 3D su città come New York e Parigi.

Opera di Lucilla Carucci esposta nella mostra a Libri Liberi.

O anche, perchè no, sulle città indiane, un tempo animate da fiorenti attività coloniali. Goa ad esempio. A Goa, la Dourada, fu Guido Gozzano nel suo viaggio in India intrapreso nel 1912 alla ricerca, tra l’altro, di un’impossibile salvezza dalla tubercolosi che ne minava il fisico. Gozzano nello straordinario resoconto di quell’esperienza che è Verso la cuna del mondo, ricorda di avere già visitato la città “cento volte con la matita, durante le interminabili lezioni di matematica, con l’atlante aperto tra il banco e le ginocchia: ora passando attraverso l’istmo di Suez e il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, ora circumnavigando l’Africa su un veliero che toccava le Isole di Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, Madagascar”. A distanza di un po’ di anni, mentre è su “una caravella panciuta, lunga trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia a vapore che sia stata inventata”, a Gozzano sembra che il viaggio di una volta sull’atlante sia “la realtà viva” e “pallida fantasia questo cielo e questo mare”. Il poeta de La via del rifugio arriva alla conclusione che “termina oggi il viaggio intrapreso a matita sull’atlante di vent’anni or sono”.

Una matita simile, con la quale tracciare linee che permettano di visitare luoghi e di ricrearli, la stessa con la quale fantasticavano sugli atlanti della loro fanciullezza, è ancora tra le mani di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, che non hanno smesso di viaggiare accompagnati dalle figure e dai paesaggi che i segni e i sogni producono. Con impareggiabile sapienza e con costante pazienza, hanno continuato a credere che il mondo vero, “la realtà viva”, fosse innanzitutto quello vissuto e visitato con l’atlante poggiato sulle ginocchia, e dunque non hanno smesso di costruirlo, il mondo, e di ricostruirlo, segnandone i confini, modellandone i paesaggi.

I due artisti, non nuovi a imprese in comune, lei fedele alla materialità cedevole dei tessuti, lui sempre alle prese con una ricerca che gli consenta ancora di meravigliarsi di quello che vede intorno, ci affidano ora le loro Mappe, ci mettono al corrente di una loro privata geografia, per dirci come sono fatti i luoghi che abitiamo e quelli che soltanto immaginiamo, per renderli, in qualche modo, finalmente visibili. Ci propongono di guardare il mondo da un diverso punto di vista, di alzarci, insieme a loro, a una visione dall’alto, tale da consentire una prospettiva inusuale, apparentemente oggettiva, idonea ad offrire una visione piatta e razionale dei territori, in fondo invece capace di penetrare nelle profondità dei paesaggi.

Una Mappa di Tano Giuffrida

Visti da quella zona alta e inconsistente, i luoghi hanno una loro superiore eleganza, sembrano contrapporre la grazia geometrica dell’esattezza, la composta essenzialità della squadratura, all’inesauribile scompiglio di cui è sempre vittima il reale. Le opere di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, sia pure in maniera diversa, ci lasciano intravedere paesaggi da cui si vorrebbero scomparse la confusione generata dai dettagli e l’incostanza delle differenze. Proprio a partire da quel luogo di osservazione, da quello spazio esterno e aereo nel quale non è possibile abitare, il viaggio diventa realizzabile e i confini possono essere cancellati. L’azione stessa del partire, si direbbe, è interamente già presente nella visione. Ed è proprio da quel luogo paradossalmente che possiamo rendere visibile il mondo, comprenderne le increspature, segnalare i dettagli, spingere chi guarda con noi, chi è davanti alla nostra mappa, a immaginare i particolari e reinterpretare i luoghi, mettendo a fuoco fino al più esile filo d’erba.Concentrati a tracciare con la matita, sull’atlante che conservano sulle ginocchia, i propri percorsi umani ed esistenziali, Lucilla e Tano, entrambi fiorentini d’adozione, la prima originaria di Camerino, l’altro di Catania, luoghi entrambi di incancellabile caratterizzazione culturale, ci consegnano un mondo la cui partitura, innanzitutto cromatica e musicale, ci porta dentro noi stessi, quasi a volerci far considerare come l’analisi di ogni mappa non possa che condurre a una soluzione, e dunque a un tragitto utilmente percorribile, se non si è disposti a guardare anche alle nostre regioni interiori.

Ogni mappa è un testo da decifrare, a volte da scompaginare e riadattare, un tessuto i cui fili sembrano scomparire nell’ordito, ma che sono lì a spiegare la trama del percorso, a rendere possibile il racconto. Sanno bene tutto questo Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, sanno che la realtà per essere compresa, un paesaggio per essere veramente descritto, vanno rimescolati, tagliati, spezzettati e ricomposti.

E’ il compito della scienza cartografica ed è da sempre il compito di ogni artista.