Firenze gonfia d’Arno: l’alluvione in una poesia di Piero Santi

Ho tra le mani l’elegante volumetto dei 263 Versi di Piero Santi e scopro che la dedica che volle farmi quello che per me è stato un indimenticabile maestro e un caro amico risale al 7 dicembre del 1983. Avevo conosciuto Santi da qualche mese, ma quella era una delle prime volte, se non la prima in assoluto, che mi recavo nella casa di via dell’Erta Canina, appena all’inizio della ripida salita che, dopo il viale alberato che parte, superata via del Monte alle Croci, da quello che fu il ristorante La Beppa, conduce tra gli ulivi fino a piazzale Michelangelo. 

Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983
Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983

Ci sono tornato qualche giorno fa in compagnia di Mari Yamazaki, a cui ho mostrato il piccolo libro edito da L’Upupa, la casa editrice ideata dallo stesso Piero Santi, il quale darà più tardi lo stesso nome anche allo Spazio d’Arte in via de’ Bardi, gestito insieme a Sergio L. Miranda e luogo di incontro di tanti giovani e meno giovani artisti e scrittori.  

Mari Yamazaki è una disegnatrice molto nota in Giappone ed è a Firenze perché l’emittente televisiva NHK Educational sta girando un documentario sulla sua vita e sui luoghi che sono stati importanti nella sua formazione di artista. Mari ha voluto ricordare il tempo trascorso a Firenze, dove “fondamentale per la mia crescita umana e culturale più degli studi che ho fatto – racconta davanti alle telecamere – è stata la frequentazione con Piero Santi”.

Ci commuoviamo entrambi nel ricordare quei giorni, lontani nel tempo ma ancora così presenti nelle nostre vite. Il desiderio di incontrarsi e di raccontarsi, di condividere esperienze e riflessioni, di conversare su ogni cosa e di sentirsi parte di un gruppo di amici, sono stati la forza di quella stagione e delle persone che si riunivano intorno a Santi. Dopo di allora quell’entusiasmo e quell’interesse solidale alle pratiche artistiche altrui, conveniamo entrambi, la presenza partecipe di un maestro affettuoso come è stato Piero, non sono più tornati.

Sfoglio il libretto dopo un po’ di anni che non lo facevo e mi rendo conto che la prima poesia fa riferimento all’alluvione di Firenze, a quel tragico 4 novembre di 50 anni fa, a quella vicenda di doloro, morte e resurrezione a cui santi aveva già dedicato gli scritti di Da un tetto e nelle stade, editi nel 1967 da De Donato (chi se ne è ricordato, dico solo per inciso, in questi giorni di commemorazioni?).

Piero Santi amava visceralmente la città nella quale era quasi sempre vissuto (era nato a Volterra il 5 aprile del 1912, ma presto la famiglia si era trasferita in riva d’Arno), tanto da soffrire e polemizzare, già negli anni ’80, per la trasfigurazione che la città andava progressivamente subendo e che per lui, che aveva vissuto, a fianco di Montale, Gadda e Landolfi, il periodo in cui tanti intellettuali si ritrovavano a Firenze intorno ai tavolini del Caffè delle Giubbe Rosse, significava una perdita di identità collettiva che nemmeno il fango e la nafta dell’alluvione avevano prodotto.

Riporto di seguito la poesia, nella quale è possibile leggere l’amore profondo e contrastato, come è solo delle passioni più vere, che legava l’autore de Il sapore della menta, di Libertà condizionata e del bellissimo Ritratto di Rosai alla città che un tempo era stata “grande e putrida di gloria”. Vi si scopre anche il dialogo continuo, ricorrente nell’opera di Santi, tra la morte che appare sempre come un’eventualità incombente, e che in questo caso è minaccia e presenza reale, e il desiderio di nascere o rinascere, la necessità di spingere fino all’estremo la voglia di esserci, perché malgrado tutto “la città vive / come arde di vita Hanoi-napalm”. Anche di fronte al fiume violento e assassino, armato in qualche modo comunque dagli uomini, “i coccodrilli / che piangono lacrime d’oro”, Piero Santi ci dice che la letteratura non può che fare i conti con la morte e non può che essere desiderio di vita.

4 Novembre 1966

Nafta! scoppia la città nera gonfia
d’Arno, nafta a Santa Maria del Fiore,
gorghi gialli ungono i palazzi bui
e il campanile-vampiro muore
rosa-sinistro nell’alba vuota.
Un tempo la città si chiamava Firenze
grande e putrida di gloria;
ora grande e morta immota,
domani grande e popolare,
pop, op, rinascimento e geometria;
le indossatrici fragili a sognare
appoggiate languide-isteriche
alle pietre di pietra serena,
i giovani, fango e amore,
cercano nel fango il tuo rosso fiore.
I love Florence
come una ragazza di Chelsea;
dalle scale del Sacré-Coeur
autostop pour Florence
dove il fiume non ha più anse
né letto né sponde;
attorno alla città che non risponde,
fiat lancia alfa
citroen prinz renault impazzite
spaccano il deserto;
la sera i giovani sbucano dalle tane,
hanno lo sguardo bruno
e gialle le mani.
Abbasso abbasso
l’Arno balsamo fino,
abbasso da Santa Croce al Pino,
dalle cantine fetide di Gavinana
alla piana dell’Osmannoro;
abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro;
mon amour vivra encore
plus beau, plus grand,
nafta e amore, fra le talpe travolte
e i gatti uccisi; i fiumi ribollono
ancora ma noi siamo vivi
e in fiore!
La città vive
come arde di vita Hanoi-napalm
nelle brume gialle dell’Est;
la Mortesecca dell’Ovest
drizza le sue ossa omicide;
ecco la città della vita,
Hanoi rossa
Firenze-rabbia,
la città tenera dell’olivo
sopra il diluvio peste;
vive nelle mani secche e meste
dei giovani,
fango-acqua-diga-enel,
sola, caparbia, altera,
fiera
di vivere.
Abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro,
abbasso,
da Santa Croce all’Osmannoro,
dalle stanze-tane di San Frediano
alle Cascine deserte di grilli:
mota, peste fino all’Indiano.
Abbasso i coccodrilli
dalle lacrime d’oro.

 

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PASSAGGIO IN SICILIA di Massimo Onofri (Giunti)

Se si vuole iscrivere l’argomento di cui tratta Passaggio in Sicilia di Massimo Onofri (Giunti) entro limiti chiaramente enunciati, e da questo ricavarne una precisa classificazione, operazione in qualche modo richiesta quando si parla di un libro, a volte addirittura necessaria, gli unici confini nei quali è possibile circoscrivere l’opera sono appunto solamente quelli che distinguono la terra siciliana dal mare circostante. Il libro di Onofri infatti, che con il precedente Passaggio in Sardegna va a comporre un ideale dittico dell’Italia isolana, è un lavoro che parla della Sicilia in ogni suo aspetto, ma che poco si presta a qualsiasi definitiva collocazione. Pur potendo dichiarare qualche parentela con i resoconti di illustri viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento, ma anche con libri più recenti, penso ad esempio a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic o a Danubio e Microcosmi di Claudio Magris, Passaggio in Sicilia si segnala per un proprio particolare e affascinante modo di raccontare la realtà.

massimo-onofri
Massimo Onofri

In effetti l’opera di Onofri è molte cose insieme. Innanzitutto si propone al lettore con la sobria eleganza di un’affabulazione incalzante e seducente: è narrazione dunque, con quel tratto creativo che ogni racconto prevede, ma contiene comunque anche un’approfondita riflessione critico letteraria, che nasce, e non poteva essere diversamente, dall’interesse primario e dal decennale lavoro dell’autore, e insieme a tutto questo racchiude una specie di intelligente e mai banale guida turistica ad uso del viaggiatore, e ancora presenta la capacità di rivelare l’universo siciliano attraverso considerazioni che poggiano sull’acquisizione di fondamentali e avanzati concetti ricavati dalle scienze umane, e infine comprende un piccolo fondamentale manuale degli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita siciliana, anche più recente, che permette di inserire ogni affermazione dentro un preciso quadro storico e politico.

Onofri possiede competenze ed esperienze, che utilizza con grande abilità, che gli consentono di parlare dei più svariati argomenti e di muoversi da un settore dell’esplorazione all’altro, mettendo in mostra conoscenze da erudito senza mai sembrare tale, anzi accompagnando il lettore in una progressiva scoperta che ha sempre il dono della leggerezza e insieme della capacità di assemblare ogni cosa in un tutto organico, dove ogni passaggio dà luogo, in maniera assolutamente necessaria, al successivo.

Impossibile fare un esempio di questa fluidità narrativa che si combina con l’acume critico, senza rischiare di penalizzare l’ampio respiro dell’opera. Basti solo ricordare il passaggio nei pressi di Marsala e la tappa a Cutusio. “Cutusio – scrive Onofri – è una delle contrade attraverso cui Marsala si moltiplica lungo la provinciale che costeggia il pescosissimo Stagnone, parallela alla statale 115, in direzione di Trapani, tra vigneti che insuperbiscono in uno dei vini più dolci d’Italia”. Cutusio è soprattutto la patria di Nino De Vita e di sua moglie Giovanna. E De Vita “lo voglio dire chiaro, è uno dei poeti più puri che la nostra astiosa e fatua patria letteraria possa oggi vantare”. “Dopo viaggi perigliosi di gioventù – prosegue Onofri -, ha scelto di coltivarsi nel più appartato silenzio, nella casa avita tra i limoni, mentre Giovanna, magari, s’ingegnava, paziente e perfetta, con implacabile dolcezza, in qualcuno di quei piatti di pesce su cui sono nate leggende, e che facevano correre quaggiù, oltre a Consolo, anche un sedentario come Sciascia”. La narrazione approda in seguito verso considerazioni di carattere letterario, ricordando che fin dagli esordi di De Vita, “non ci trovavamo di fronte alla Sicilia di colli pensili sull’acque, di volpi d’oro, di sere d’aranci e d’oleandri, d’aspre resine, ma a una terra amarissima e desolata, quella di ‘bbabbaluci scacciati’, e cioè di lumache spiaccicate, di mosche morte, di limoni infradiciti, di bestie sfiancate dall’aratro”. Considerata la storia letteraria di De Vita e offerto un consiglio di lettura, Onofri conclude che al poeta di Cutusio non sono mancati critici d’eccezione, tra i quali Raboni (sono mancati forse, aggiungerei io, i grandi editori, ma la poesia subisce spesso di questi affronti) e esprime, in poche righe, una valutazione sull’opera poetica di De Vita di rara forza e intensità, come del resto avviene in molti altri casi nelle pagine di Passaggio in Sicilia: “i suoi versi continuano a conservare intatta la musica nativa: che è pregio, appunto, solo di quella particolare poesia che, misteriosamente, riesce a schivare la storia. Il suo punto di partenza è sempre l’idillio, ma con occhi che riescono a cogliere, di quella natura trepidante e leopardiana, ogni carie, dentro un paesaggio che s’è andato sempre più aprendo al passo dell’uomo, alle sue gioie e ai suoi dolori, per farsi alla fine racconto”. Poi Onofri riprende la narrazione e dice dell’arrivo, insieme ai suoi compagni di viaggio, alla casa del poeta: “il cancello ferrato lentamente si apre e ci appare subito, col suo sorriso gaudioso e quella dolcezza che le conosco da sempre, donna Giovanna” che dice subito all’amico in visita, perché sa che ne va pazzo, di avere preparato il cuscus di pesce.

Il riferimento alle pagine dedicate all’arrivo a Cutusio ha dato l’occasione per fornire qualche informazione, tramite Onofri, sulla poesia di Nino De Vita, che merita ogni attenzione, e di fare assaggiare a chi legge il modo di procedere di Onofri, che ci accompagna, nelle trecentonovanta pagine di cui si compone questo Passaggio, in un viaggio culturale, umano, antropologico, letterario e alla scoperta di luoghi conosciuti o insoliti, sempre ponendoci delle domande, o invitandoci a porcele, e sempre con la grazia e con la perizia, mai pedante, del fine conoscitore, sorretto, nella sua affabulazione, da vero amore per la terra siciliana. Un amore che permette di animare il racconto con una serie innumerevole di personaggi, una miriade di scrittori, ma anche artisti di diversa fama, uomini politici, gentili signore più o meno note, e di trasmettere la bellezza, ma anche la ferocia di una terra che sembra credere troppo alla propria identità e allo stesso tempo negarla. Significative a tale proposito le pagine sulla mafia, considerata quasi unicamente attraverso le parole degli scrittori, in particolare quelle ricavate da opere di scarso valore letterario, ma che fanno leva su un sicilianismo di marca apologetica, che finisce per giustificare certi atteggiamenti di cui la mafia si è sempre cibata: “Un filone – sostiene Onofri – alle cui tentazioni è difficile sottrarsi, quando non si ha la lucida consapevolezza ideologica d’uno Sciascia o d’un Consolo”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

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Nel cielo innamorato delle rondini: il Sud di Libero De Libero

Volevo una poesia che mi dicesse il sapore della campagna povera, la natura e i paesi del Sud di qualche tempo fa, decenni addietro di arsura e di miseria, ma anche di odori forti e di pomeriggi estivi invasi dalla luce; una poesia che raccontasse gli spazi vicini all’eternità, eppure così fragili, delle contrade preappenniniche, le pianure assolate tra il mare e le montagne. Mi è venuta incontro una lirica di Libero De Libero, contenuta nel volume Sono uno di voi, che raccoglie versi scritti tra il 1945 e il 1956.
De Libero era nato a Fondi il 10 settembre del 1903, ma fin dall’età di ventiquattro anni aveva vissuto a Roma, mantenendo comunque con la Ciociaria un rapporto continuo di anelito, di innamorato tormento e di rarefatta insoddisfazione. “Ciociaria, o mia bianca giovenca, / – scrive in una lirica tratta dalla stessa raccolta – dovunque mi segui col tuo rifiato, / sempre cercata e sempre assente / nei territori della mia paura”.

Libero De Libero
Libero De Libero

La produzione poetica di De Libero è solitamente inserita nel clima culturale ed espressivo dell’ermetismo, in quella sua particolare accezione meridionale che si manifesta soprattutto nelle liriche di Alfonso Gatto, di Leonardo Sinisgalli, di Salvatore Quasimodo. Nel poeta ciociaro il Sud è il luogo di una arcaicità selvaggia e rude, immobile nella sua immutabilità e insieme sempre sfuggente: la regione che rappresenta la patria a cui è necessario ritornare, portando con sé le innumerevoli domande che la vita pone, ma nella consapevolezza che ogni nuova tappa non potrà che comportare una rinnovata ricerca della propria identità.

Ma torniamo alla poesia di cui si diceva.

LETTERA D’ESTATE

Alla cicala delle mie colline
così stordita nella macchia afosa,
voglio tornare alle mie contrade
dove l’ulivo è amico mio celeste.
Con le selve laggiù complotta l’aria
contro i colombi che gelosi vanno
nel cielo innamorato delle rondini:
laggiù cresce la pietra come rosa,
la bella età del giorno si riposa
e in ogni zolla è un seme di furore.
Puledra ondosa della mia pianura,
per acqua e fuoco scalpita il tuo odore
e brulica l’erba, ogni frutto si dona.
Fa luce d’uva e l’arancio straripa
versi di foglie dettando alle strade,
veglia il bufalo con occhi di spiga
e il monte è un mandriano smemorato.
Alla mia lingua spinosa più del cardo
scordata per un’altra così liscia,
voglio tornare alla mia gente amara.

Detto velocemente del forte impatto visivo della lirica, una cifra ricorrente del resto nell’ermetismo meridionale, di una parola che si potrebbe dire dipinta, e di un endecasillabo che ha già superato la ricercatezza sibillina dei canoni ermetici, per approdare ad una più piana narratività, vale la pena soffermarsi subito sui primi versi della lirica e su quelli finali, nei quali appare evidente e fortemente marcato il tema del ritorno.
Il desiderio di tornare alla terra d’origine apre e chiude la lirica (“voglio tornare”). In entrambi i casi il verbo regge, con diversa costruzione sintattica, due complementi di luogo. Inizialmente il paesaggio verso cui approdare è segnato dalla presenza dell’ulivo “celeste”, ma anche della cicala “stordita nella macchia afosa”, che subisce cioè, lei o forse coloro che l’ascoltano, la greve presenza dell’aria soffocante. Insomma siamo in uno spazio che è caratterizzato dalla tensione verso l’alto, ma anche dal forte ancoraggio alla terra arsa e petrosa. Così l’aria complotta con i colombi, “che gelosi vanno / nel cielo innamorato delle rondini”, ma la pietra cresce “come rosa” e “in ogni zolla è un seme di furore”. L’alto e il basso, il cielo limpido e la pietra, le rondini e la zolla, l’opaco e il colorato appartengono allo stesso sguardo, fanno parte di un unico paesaggio, anzi sembra quasi che non possa il viso alzarsi verso l’alto senza che il corpo senta l’aderenza al terreno, il peso di quel mondo riarso. Del resto, ogni zolla genera furore, porta dentro di sé la rabbia del dialogo irrisolto tra il fascino della prepotenza e della rudezza della natura, e la pena che esso comporta. L’energia vitale della campagna, un po’ sano vigore e un po’ brutalità, emerge dalle immagini della “puledra ondosa”, dell’erba che “brulica”, dell’arancio che “straripa / versi di foglie”, del bufalo con “occhi di spiga”, del monte che viene descritto come “un mandriano smemorato”; la forza della natura è segnata dalla presenza dell’acqua e del fuoco.
A contatto con la nostalgia per la sua terra, con il desiderio che offre concretezza ai ricordi, De Libero riscopre la forza di una lingua “spinosa più del cardo”, che ha i caratteri bruschi e severi della sua terra, che non devia verso le scorciatoie di un dire piano e carezzevole, in qualche modo accattivante. Tornare a questa lingua significa anche restituirsi, come uomo e come scrittore, alla propria gente e al suo senso dell’esistenza dolente e desolato. Se il cielo è innamorato delle rondini, per tutti gli altri esseri viventi, colombi inclusi, è necessario fare i conti con un destino che non permette mai di staccarsi del tutto dalla terra, coscienti che l’ambiente che ci ospita risulta tanto maestoso e seducente da apparire feroce.
E’ questo il Sud nella Lettera di De Libero: un luogo dove le presenze animali e vegetali si manifestano con i connotati della divinità (non sfuggano, a tale proposito, le tante personificazioni e metafore) e proprio per questo mettono l’uomo di fronte ai propri limiti e alla propia fragilità. Tornare è dunque accettare la lingua rude che confessa lo stato di instabilità e sofferenza di fronte all’altera esuberanza dell’ambiente naturale.
Il panismo dannunziano, che pure sembra ispirare i primi versi della lirica, la potenza vitale del creato che si trasferisce nell’uomo e nelle sue azioni, l’operato di una forza fecondante, sono qui presto declinati in aridità e amarezza, meglio nella compresenza di una natura che mescola apertura verso orizzonti luminosi e rifiuto. La forte energia vitale che mette in movimento ogni cosa è sempre sottoposta ad una cappa afosa che immobilizza, la pianura soleggiata che si concede all’eternità dialoga costantemente con cardo e colombi, che ci ricordano la condizione di mortalità.

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UN PUNTO DI BIACCA di Anna Elisa De Gregorio (La Vita Felice)

Un tratto ricorrente nei versi di Anna Elisa De Gregorio, raccolti nel volume Un punto di biacca, recentemente edito da La Vita Felice, è dato da una sottile vena di melanconia che pervade le liriche, che pare alimentata dalla ricerca di una ragione che possa dare conto del principio che muove gli avvenimenti terreni e la nostra presenza tra le cose, nella consapevolezza che ogni spiegazione che offra indubitabili certezze è palesemente impossibile e che dunque la nostra vicenda di uomini è sempre segnata dall’assenza, dalla ricerca dell’anello che manca, e che forse risulterebbe risolutivo, dalla confusa bellezza in cui sono disposte le tessere.

Très riches heures du Duc de Berry (gennaio)
La miniatura Très riches heures du Duc de Berry (gennaio) dei fratelli Limbourg

Pure di fronte all’accertamento di questo limite, la voce della De Gregorio continua piana e rassicurante a raccontare, a volte a disegnare, il mondo, spesso facendosi attrarre dai piccoli eventi e dalle contraddizioni che lo caratterizzano, che servono, se non a spiegare la storia, almeno a dirci che in questa incertezza viviamo e che essa ha, in fin dei conti, qualcosa di prodigioso. 

Nella prima sezione del libro, Svelature, ogni lirica porta in calce l’autore e il nome dell’opera d’arte che l’ha ispirata. All’autrice dei versi non interessa illustrare o commentare, ma seguire un proprio cammino, passare attraverso un varco, spesso assolutamente periferico, che può fare intravedere un destino o suggerire, anche in questo caso, che la verità passa sempre accanto alla vita, senza però mai offrire una motivazione decisiva. Si tratta insomma di svelare appunto, ma anche di constatare che un velo impedisce pur sempre una perfetta visuale. Del resto la velatura, nell’arte pittorica, è proprio quella tecnica che consiste nel coprire con uno strato più leggero il colore già asciutto, in modo da determinare particolari effetti e trasparenze. Accostandosi ad esempio alla miniatura Très riches heures du Duc de Berry, esposta nel Musée Condé di Chantilly, e assistendo allo sfarzo dell’ambiente ai “preziosi lapislazzuli / sull’abito del duca e dei compari”, la De Gregorio così coclude la poesia: “Come in ogni altra notte, / fuori morte e miseria: / né morte, né miseria / all’apparenza sfiorano il signore. // Ma sarà l’ultimo suo capodanno: / fino al castello arriverà la peste. / Chi vede il cuore oscuro del futuro? / Solo chi sa rappresentare storie”.

La realtà ha sempre, in queste poesie, un altro suo lato da mostrare, che non è per forza un lato oscuro, anzi è spesso altrettanto palese, ma bisogna disporsi a guardare alle cose a partire da un diverso punto di vista, che offre spunto per una nuova significazione. In questo senso i titoli delle quattro sezioni di cui si compone il libro risultano rivelatori: oltre alle Svelature di cui si è detto, essi sono Sconcerti, Spunti di vista, Spartenze.  

Anna Elisa De Gregorio
Anna Elisa De Gregorio

Nel caso dell’ultima sezione, le Spartenze a cui ci si riferisce rimandano ai dialetti meridionali, dove il termine sta indicare la divisione, l’atto dello spartire appunto, ma è chiaro che al lettore il termine non può che comunicare anche l’idea della mancata partenza. Così una sequenza di poesie contenuta in questa sezione può chiamarsi Vietato oltrepassare la linea gialla e due delle liriche fare riferimento alla stazione di Bologna e alla memoria della strage che al suo interno venne compiuta. Il passato e il presente si mescolano e il punto di vista sull’insieme, che improvvisamente ha uno scarto, serve a scoprire, ma anche a rivelare la presenza di un insondabile segreto: “Si inciampa sulle morti / rimaste tra i binari: / stanno per sempre attonite, / per sempre senza pace. / Ma la stazione spinge / a coincidenze di ore / e qui la vita corre, / corre più che altrove. // Resta come un rimorso / la lapide in memoria / nella sala d’aspetto, / alloggio di fortuna / per i senza biglietto, / quelli dei cappotti / al posto dei pigiami, / che arrivano sul tardi”.

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena e vive ad Ancona dal 1959. Il suo primo libro di poesia, Le Rondini di Manet, arriva solo nel 2010. Al suo attivo anche una plaquette in dialetto anconetano, Corde de tempo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

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Simone Ciani, dopo vent’anni

Il blog ospita un testo appassionato e commosso con il quale Alessandro Fo, che ringrazio per aver pensato a questa sede, ricorda, a venti anni dalla morte precoce, la figura del giovane intellettuale Simone Ciani.

Oggi, 10 agosto del 2016, sono esattamente vent’anni dal giorno in cui chiuse la sua breve vita un giovane fra i più geniali che Siena abbia di recente conosciuto.

Simone Ciani
Simone Ciani

Il 30 luglio del 1996 aveva compiuto 22 anni. Sulla copertina di un numero della rivista letteraria «Caffè Michelangiolo» (gennaio-aprile 2000), che gli dedica un ampio ricordo, Simone, seduto su una panchina in una pineta, si volta verso il fotografo (verso di noi). Gira una pagina del libro che sta leggendo: il Teeteto di Platone. All’epoca di questo scatto, frequentava il Liceo Piccolomini, con un tale profitto che non solo il suo esame conclusivo fu coronato da una speciale menzione di lode, ma soprattutto, quando si è spento, i suoi ex professori e compagni hanno scelto di raccogliere in un volume gli stessi suoi componimenti scolastici. Una iniziativa che potrebbe a tutta prima sembrare azzardata, ma Nel cuore dell’anima, Il quaderno dei temi e altri scritti (Siena, I Mori, 1996) è un libro già pienamente maturo, che propone di continuo osservazioni personali e mirabilmente profonde su tutto l’arco di quelli che erano gli interessi di Simone: la musica, il cinema, la storia del pensiero, la letteratura, con particolare riferimento al mondo antico.

Pochi giorni prima della sua scomparsa, Simone aveva conseguito il diploma di conservatorio in Pianoforte Principale presso l’Istituto «Rinaldo Franci» di Siena. Si interessava anche di composizione musicale, e, per onorare questa sua passione, la società Mens Sana 1871, in accordo e con la collaborazione dell’Università degli studi di Siena, ha istituito fin dal 1998 il premio di composizione «Simone Ciani», giunto nel 2010 alla settima edizione.

Quanto alla ‘decima Musa’, Simone aveva al proprio attivo una fitta messe di recensioni a stampa e via radio che gli valsero nel 1993 il Premio Giornalistico Silvio Gigli, e in cui spaziava dalle pellicole proiettate in televisione ai brillanti commenti sulle novità del Festival di Venezia, cui fu ufficialmente accreditato come critico della testata senese «Il Cittadino» nel 1994 e nel 1995. Il volume Two rode Togethers (Cavalcarono insieme, a cura di Michele Goni, Firenze, Polistampa, 2003), ne raccoglie una scelta: e Pupi Avati, in prefazione, scrive «ritrovo nelle sue recensioni una trepidazione che è di quelli che sanno di aver colto il bersaglio, nel bel mezzo del centro», e ne mette in rilievo la «lucidità rara», raccontando come, colpito da un ‘pezzo’ su un suo film, gli avesse scritto, e, incontrandolo poi a Venezia, fosse rimasto stupito di scoprire come, all’epoca di quel carteggio, Simone fosse solo un adolescente.

Fra tutte le sue vocazioni, aveva scelto di privilegiare, nello studio, quella all’esplorazione del mondo classico, progettando una tesi in Letteratura cristiana antica che non ha poi avuto modo di scrivere. E la scelta si spiega con il fatto che in Simone era forte la spinta a riconoscere nel patrimonio letterario ciò che è universalmente valido per gli esseri umani, a riproporne e valorizzarne il messaggio, mentre, contemporaneamente, nutriva un impulso a studiare la vita di cui era protagonista, fermandone i lineamenti in sensibili ritratti. Era, per sintetizzare in un’unica parola, uno scrittore, e ne ha dato prova in molte brillanti pagine di varia natura ritrovate fra le sue carte. È da queste pagine che ha preso vita il volumetto di racconti Catastrofi e scrigni, uscito a cura di Antonio Pane per Polistampa nel 1999, e vincitore nel 2002 del Premio «Fiesole» sezione giovani. In uno scritto del citato «Caffè Michelangiolo» che ne ricorda le prose, Antonio Tabucchi lo ha definito «mio compagno di banco», facendo leva su «quella fratellanza di sentimenti propria di coloro che, anche senza dirselo, sono sintonizzati sulla stessa misteriosa lunghezza d’onda dell’animo». Tabucchi allude «soprattutto al suo modo di essere scrittore»: un modo che non si sofferma a cesellare il facile ‘pezzo di bravura’, ma punta alla conquista, sulla pagina, di ciò che «costituisce il plasma del comune sentire (intendo dire del soffrire, o del gioire), di ciò che chiamerei il DNA della natura umana». Una virtù innata, perché, come scrive Pupi Avati, a Simone era «sempre chiaro, in qualsiasi contesto, il centro del problema».

Il giovane studioso in compagnia di Umberto Eco
Il giovane studioso in compagnia di Umberto Eco

A Simone era sempre chiaro, in qualsiasi contesto, anche il senso di ciò che è opportuno. Tante eccezionali doti non ne facevano affatto un eccentrico, o un intellettualino spocchioso e pieno di sé e arroccato in un proprio hortus conclusus. Mite, gentile, devoto dell’understatement, ‘sapeva vivere’ con simpatica naturalezza, sia che girovagasse mescolandosi alla folla in un giorno di mercato, o partecipasse invece alla vita della sua Contrada, il Bruco – la cui vittoria nel Palio, attesa per tanti anni, ha perduto per un soffio. Così come non si scomponeva quando si trovava a conversare con alcuni grandi della nostra cultura, quali Umberto Eco o Luciano Berio, al quale ultimo dedicò, quando frequentava ancora le medie, lo svolgimento del tema Un personaggio che stimo.

Per tornare al ricordo firmato da Tabucchi, se «la sua scomparsa così precoce appartiene all’ordine delle catastrofi assurde e ingiuste di cui le Parche, senza motivo, sono prodighe verso noi uomini», d’altro canto «le parole che egli ci lascia sono il dono del suo rapido e luminoso passaggio». Un passaggio attento, innamorato, pronto a cogliere con tenerezza e con spirito ogni minima piega di quelle sinuosità dell’essere con cui ciascuno di noi ricerca un proprio spazio.

Nessuno di noi conosce, invece, ed è forse un bene, la misura del proprio futuro destino e il tratto di tempo di cui potrà approfittare. Simone apparteneva in ogni caso a coloro che scelgono di investirlo generosamente, a beneficio, più ancora che proprio, di un patrimonio comune. E se, dunque, chiudendo, posso invadere questo breve e oggettivo ricordo con la nota personale di chi avrebbe dovuto seguire Simone nella preparazione della tesi, e ancora spera che la nostra Università possa trovare modo di riconoscergli una laurea ad onore, desidero sottolineare quanto senta mie le parole con cui ha voluto salutarlo Pupi Avati: «queste poche righe non vogliono essere altro che un doveroso atto di riconoscenza, per avere occupato diverse ore, così preziose nel lampo della sua vita, aiutandomi a trovare un significato, un senso, celato nel mio lavoro».

                                                                                                                      Alessandro Fo

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Guido, Amalia e le farfalle

Fa caldo a Torino il 9 agosto del 1916. In città l’aria della guerra si avverte solo attraverso le lettere che arrivano dal fronte. Anzi, è quasi il tramonto, con le campane che suonano a festa sembra piuttosto di tornare indietro alle giornate gioiose dell’estate di qualche anno prima, quando, nel 1911, Torino, per celebrare i cinquanta anni dell’Unità d’Italia, ha ospitato l’Esposizione Universale e la città ha vissuto con fermento e grande vitalità le tante iniziative, anche di carattere culturale, che hanno caratterizzato la manifestazione.

Si festeggia l’entrata in Gorizia dell’esercito italiano vittorioso. Il suono festoso delle campane accompagna però, come un triste controcanto, anche la morte di Guido Gozzano.

Due volte, in questa stessa giornata, Amalia Guglielminetti ha bussato alla casa torinese dei Gozzano. Due volte ha subito un rifiuto. La madre del poeta, la signora Diodata, anche su consiglio di don Silvestro, il sacerdote che un tempo aveva fatto parte della banda di artisti e scapestrati che si raccoglievano intorno a Guido, non vuole che la poetessa saluti suo figlio sul letto di morte, teme che la visita possa portare discredito al figlio morente.  

Amalia e Guido
Amalia e Guido

Il legame tra Guido e la Guglielminetti è cominciato nel 1907, all’indomani della pubblicazione de La via del rifugio. Tra Guido e la bella, giovane e affascinante “Saffo dalle chiome viola”, come l’aveva definita il critico Giuseppe Antonio Borgese, era nato un rapporto intenso e passionale, poi stemperatosi nei modi di una salda amicizia e di una forte stima intellettuale, soprattutto per volontà del poeta, che in quello stesso anno aveva anche saputo di essere malato di tisi e aveva cominciato a sentire accanto a sé la presenza di quella che chiamerà la “signora vestita di nulla”.

Nel novembre del 1909 Amalia scrive a Guido parole che rendono chiaro quello che stava diventando il loro rapporto:

Guido molto amato,

si può sapere in che mondo vivi? Da varie parti mi si chiede di te come s’io fossi la tua custode, ed io t’ignoro peggio di altri. (…)Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall’amante e siamo tu celebre e io quasi, senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi: voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m’offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia: dev’essere un po’ cavata la tua tempia, credo. Addio.

Malgrado la volontà del poeta di sottarsi alla stretta affettuosa dell’amica, Amalia continuerà ad essere una presenza costante e significativa nella vita di Guido Gozzano. Lui le scrive anche quando si reca in India nel 1912 nel tentativo di trovare giovamento per la sua malattia:

Amica mia sempre cara,

quanto spazio, quanto silenzio ha diviso la nostra amicizia!. No, non l’amicizia, ché tu sei (e mai l’ho sentito come in questi mesi di remoto pellegrinare), fra i pochi spiriti affini che si ricordano con nostalgia anche a Ceylon, anche in quest’isola che ha la virtù di dismemorare di tutto e di tutti. (…) Ho per amici i consoli di Francia e d’Olanda con le loro famiglie e vado ogni sera dall’hotel alle loro ville, che sono continue: nessuna galanteria, molta cordialità, molta musica (anche italiana), mentre dalle vetrate aperte giunge il coro rauco dei pappagalli, delle scimmie e il barrito stanco degli elefanti, che ritornano dal lavoro… Che strana vita e come ti vorrei qui con me.

Lei lo incontra spesso ancora nell’estate del 1914, quando Guido trascorre le vacanze insieme alla madre a Bogliasco, nei pressi di Genova. In una villa vicina a quella dei Gozzano soggiorna la Guglielminetti e si reca dall’amico sempre caro.

Negli ultimi mesi della vita Gozzano, da sempre attratto dal cinema, scrive un soggetto per un film sulla vita di San Francesco, che non verrà mai realizzato, ma soprattutto lavora a un poemetto di carattere didascalico sulle farfalle, che rimarrà incompiuto e che vuole dedicare ad Alba Nigra, il nome dietro cui si cela ancora una volta Amalia Guglielminetti.

Le farfalle del resto sono state da sempre un interesse del poeta, che in una lettera alla Guglielminetti del settembre del 1908 aveva scritto: “Immaginatevi che in un cassetto ho circa trecento crisalidi, ottenute dai bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane”. Qualche giorno più tardi la metteva al corrente delle novità: “Le mie crisalidi sono tutte farfalle! L’ho scoperto oggi attraverso il reticolato del coperchio: ho chiuso le finestre e aperta la scatola ed è stato nella mia grande camera chiara, un frusciare turbinoso di prigioniere sbigottite”.

Nel poemetto si legge tra l’altro:

                                   Ed io mi sono
quel negromante che nel suo palagio
senza fine, in clessidre senza fine,
custodisce gli spiriti captivi
dei trapassati, degli apparituri.
Veramente la mia stanza modesta
è la reggia del non essere più,
del non essere ancora. E qui la vita
sorride alla sorella inconciliabile
e i loro volti fanno un volto solo.

E ancora:

Voi contemplate, amica, la farfalla
infissa da molt’anni. Ben più dolce
è meditarla viva nel suo regno.
La rivedo con gioia ad ogni estate;
sfuggito all’afa cittadina, appena
giunto al rifugio sospirato, indago
con occhi inquieti lo scenario alpestre:
senza l’ospite candida le nevi
sarebbero per me senza commento.

Ma rade volte scende a valle. Giova
attenderla sull’orlo degli abissi,
fra gli alti cardi i tassi i rododendri.
In quel silenzio primo, intatto come
quando non era l’uomo ed il dolore,
ecco la bella principessa alpestre!
Giunge dall’alto scende con un volo
solenne e stanco, noto all’entomologo,
s’arresta sulle cuspidi dei cardi,
s’adonta di un erebia, d’un virgaurea,
suoi commensali sullo stesso fiore;
s’avvia, s’innalza, saggia il vento, scende,
vibra, si libra, s’equilibra, esplora
l’abisso, cade lungo le pareti
vertiginose ad ali tese: morta.
Dispare, appare sui macigni opposti,
dispare sul candore delle spume,
appare sopra il verde degli abeti,
dispare sul candore dei nevai,
appare, spare, minima… Si perde…
Parnasso Apollo!… Il genïetto lascia
un solco di mistero al suo passaggio.
Il volo stanco, ritmico, diverso
dall’aliar plebeo delle pieridi,
ha un che di malinconico e s’accorda
mirabilmente con la gamma chiara
dell’alte solitudini montane.
E il poeta disteso sull’abisso,
col mento chiuso tra le palme, oblia
la pagina crudele di sofismi,
segue con occhi estatici il Parnasso
e bene intende il sorgere dei miti
nei primi giorni dell’umanità;
pensa una principessa delle nevi
volta in farfalla per un malefizio…


Come farfalle sono spesso i personaggi femminili di Gozzano, sospesi tra il “non essere più” e il “non essere ancora”, tra il tempo della nostalgia e quello della fiaba, tra il mito e il “malefizio”. Come una farfalla Amalia si è posata sulla vita del poeta e vi ha volteggiato intorno. guido l’ha sfiorata, poi ha temuto di farle male. Ha continuato ad ammirarla e a cercarla, a farla volare, perché “ben più dolce / è meditarla viva nel suo regno”.

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Marino Moretti e una rosa

L’opera di Marino Moretti è stata classificata, per tutta la vita dell’autore, sotto l’etichetta di “crepuscolare”. Del resto il suo libro più noto, Poesie scritte col lapis, risale al 1910, e dunque si inserisce, in piena stagione crepuscolare, tra le raccolte di Gozzano, La via del rifugio, che è del 1907, e i Colloqui, del 1911. E’ noto che il critico Borgese abbia coniato il termine pensando innanzitutto all’opera del poeta romagnolo.

Eppure la produzione di Moretti si svilupperà ben oltre il periodo crepuscolare, accompagnando lo scrittore per buona parte della sua vita, fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta nel luglio del 1979 a Cesenatico, la cittadina dove era nato, sempre nel mese di luglio, nel 1885. Non può che suonare strana una così fedele adesione ad un’avanguardia, peraltro mai esibita in dichiarazioni di poetica, tanto più se si considera che, a partire dal 1915, Moretti non pubblicò per diversi decenni libri di poesia, ma solo, e molti, racconti e romanzi, alcuni di grande successo, fino all’ultima sua straordinaria stagione poetica, che si inaugura con L’ultima estate nel 1969 e si conclude con Diario senza le date, che vede la luce nel 1974. 

Marino Moretti nella sua casa di Cesenatico
Marino Moretti nella sua casa di Cesenatico

Certo la poesia di Moretti sviluppa un’attenzione per gli oggetti e gli eventi della vita quotidiana, per i luoghi abituali del vivere, in questo senso aderendo ad un comune sentimento che lo unisce ad altri esponenti della poesia crepuscolare. Ma si tratta di un’applicazione quasi ossessiva e che sempre riporta poi alla vita dell’autore. Ciò risulta particolarmente vero soprattutto per la raccolta Poesie scritte col lapis. Basta scorrere i titoli delle poesie: La giostra, Cane randagio, Hortulus, La maestra di piano, Elogio dello sbadiglio, Orario ferroviario (che è proprio quel librettino giallo, dalle esili pagine fitte di nomi di località e di numeri, che alcuni, nati in epoca pre-tecnologica, ricorderanno), Valigie, Il giardino della stazione, Botteghino del lotto, Dal barbiere, Telefono, Ascensore, fino a rendere degno di poesia anche Il piccolo Melzi, che è poi un dizionario della lingua italiana, particolarmente diffuso a quel tempo, che farà bella mostra di sé nelle case borghesi ancora per alcuni decenni (“Vedi, io non ti domando, amico dotto, / mentre scrivo, un consiglio frettoloso, / né per turbare il tuo giusto riposo / ti riaccosto a un libro mal tradotto; // ti guardo e t’amo perché tu mi vieni / di così lungi come una parola / detta nell’ombra: vieni dalla scuola, / mio buon glossario, dai miei dì sereni”).

Più che fratello di Gozzano, Moretti è figlio di Pascoli. Del poeta di Myricae possiede lo sguardo che si fissa meticolosamente su una realtà vicina, che nella sua ordinarietà svela la mediocrità (o, nel caso di Pascoli, la malvagità) dell’esistenza, il peso del vivere. Ma il mondo di Moretti è essenzialmente cittadino e provinciale, mai campagnolo e rurale, mentre la sua poesia ha voglia di mettersi continuamente in discussione (“Aver qualche cosa da dire / nel mondo, a se stessi, alla gente. / Che cosa? Non so veramente / perché io non ho nulla da dire”) ed è percorsa da un’ironia appena percettibile nell’amara rassegnazione che la contraddistingue. Moretti crede e non crede a quello che dice, ma sempre compone un autoritratto fintamente svagato, in qualche modo affabilmente consolatorio: nel disegno che si compone anche gli oggetti hanno una loro vita, ma solo se possono dire qualcosa sulla vicenda esistenziale dell’autore dei versi. Come scrive Luigi Baldacci, in uno scritto apparso per il centenario della nascita di Moretti e poi riproposto in Novecento passato remoto, “l’accento, la novità di Moretti stanno tutti nel prender coscienza della prigione del già detto, dalla quale il poeta moderno non può evadere”.

Ho scelto di parlare di Marino Moretti, e in particolare della sua prima produzione poetica, appoggiando le mie riflessioni ad un testo solitamente poco frequentato, Elogio di una rosa. Ma poi, in verità, quali sono i testi di Moretti oggi conosciuti, a parte la poesia A Cesena, ancora in qualche caso presente nelle antologie per i licei? Dico per inciso che mi piacerebbe questa pagina fosse la prima di una serie, tale da fornire la base per alcune letture (una per ognuna delle circa trenta settimane di lezione di cui si compone un anno scolastico?), naturalmente fuori dal contesto ufficiale del programma: trenta poesie del Novecento, tra quelle meno presenti nelle antologie, accompagnate da un breve commento.

Elogio di una rosa

Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…

 

E’ chiaro fin dal primo verso che la rosa di cui si parla non è il fiore, ma il termine latino solitamente utilizzato per introdurre gli studenti allo studio della prima declinazione e dunque più in generale della lingua latina. L’immagine di una generica rosa e la parola latina si confondono, tanto che la pianta può “fiorire gracile e contorta / per un dativo od un accusativo”. E’ proprio questo non esistere ad attrarre maggiormente il poeta (e a dirci tanto su quello che Moretti intende per poesia), perché la rosa è insieme presenza concreta e abituale, ed anche solamente astrazione, capace di evocare un’epoca trascorsa, come tale particolarmente seducente, “perché hai la grazia delle cose false”. Il gioco tra la realtà e la sua rappresentazione viene portato al massimo effetto, quando il poeta dichiara che “anche un fior falso odora”, e in questo caso la “rosa della grammatica latina” emana un odore “d’adolescenza”. Mentre gli altri fiori del giardino sono avvizziti, la rosa è rimasta fedele al suo latino, a quell’antica cantilena della declinazione e non è più sfiorita.

Moretti parla dunque del tempo, del procedere della vita che ci allontana da quella che, per lui, ma anche per Pascoli, è la stagione felice della fanciullezza e dell’adolescenza. Il regredire verso gli anni dell’infanzia, anzi la possibilità che il fanciullo accompagni per sempre l’uomo adulto, che pure sente la perdita di quel tempo non più presente, è uno dei grandi temi della poesia di Moretti, che si riproporrà, e con nuovo vigore, anche nelle ultime raccolte.

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MADRE D’INVERNO di Vivian Lamarque (Mondadori)

La raccolta di Vivian Lamarque Madre d’inverno, recentemente pubblicata nella collana Lo Specchio di Mondadori, è un libro compatto e di solida struttura, nel quale la poetessa affronta, ancor più che in precedenti prove, l’argomento che ritorna ossessivamente nella sua opera, presente a partire dai primi libri ed ora qui riproposto con nuova forza. La Lamarque, con la maniera tutta sua con la quale riesce a coniugare fragilità e determinazione, sottile meraviglia e dolente rassegnazione, ci pone di fronte al nucleo nodale della sua biografia, il rapporto con la madre adottiva e con quella biologica, meglio la presenza di queste due figure non tanto e non solo nella vita di tutti i giorni, ma nell’intimità più profonda della scrittrice, ombre i cui movimenti, anche i più impercettibili, anche quelli vissuti in assenza, determinano conseguenze vistose. C’è da dire comunque che Vivian Lamarque proprio quando sembra parlare solo di se stessa, mentre si esprime sulla propria particolare e delicata esperienza, sta anche parlando del mondo, dell’universo tutto e dei suoi oscuri meccanismi, sta parlando di noi e del nostro rapporto con tutto quanto ci scorre attorno. E’ facile richiamare a questo proposito la lezione di Saba e del suo autobiografismo radicale, del resto già manifesta in precedenti raccolte anche per la relazione con la psicoanalisi (freudiana nel caso del triestino, junghiana per la Lamarque), e qui in qualche modo evocata già nel titolo che fa pensare al dualismo sabiano tra la “madre di pianto” e la “madre di gioia”, quest’ultima la balia Beppa Sabaz.    

Vivian Lamarque
Vivian Lamarque

E’ stato detto più volte che tra le qualità più significative della poesia della Lamarque ci siano il tono leggero e il dettato limpido, dietro cui si nascondono contenuti ed emozioni complessi, spesso dolorosi. Già a proposito delle prime poesie, Raboni parlò di “eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce”. Sarebbe utile aggiungere a questo punto che, in particolare in questo libro, la straordinaria capacità di Vivian Lamarque di trasformare, con repentini scatti tonali e di soggetto, il tema ossessivo e la vicenda più propriamente biografica in riflessioni più generali sull’esistenza dell’uomo nel mondo, si concentra in particolare sul nostro rapporto con il tempo, sulla relazione con gli oggetti e le presenze naturali (gli alberi, i fiori, i piccoli animali domestici) che interagiscono con il nostro quotidiano.

A ben guardare Madre d’inverno è soprattutto una lunga, a tratti penosa, sempre sorprendente riflessione sul tema del tempo, il nostro tempo individuale, che rende molteplice la singola vicenda esistenziale, il tempo che rimane, quando le persone care non ci sono più, o quello ancora che ci accompagna lentamente ai margini della vita. In “Venti volte circa già Natale”, la poetessa si chiede quanto tempo resti ancora da vivere: “Di vita venti circa anni ancora, così tanti?”. Ma il così tanto a declinarlo diversamente, a ridurlo in porzioni, sembra diventare decisamente più piccolo: “Specifichiamo allora: inverni venti circa / venti circa primavere, così poche? circa / sole venti volte è già natale, venti andare / al mare? è così poco venti due decine sole / e mentre dici venti il vento ruba siamo a / diciannove”.

Soffermarsi sul valore del tempo è anche un modo per cercare di delimitare la morte, per comprenderla. Il libro si costruisce a partire dalla scomparsa della madre e procede, sempre con tono leggero e sofferente, nel tentativo di dare un posto alla morte e ai morti (tra questi è da annoverare anche la “Madre l’altra”, come suona il titolo della quarta sezione del libro, e cioè la madre naturale), di inserirli ancora nelle vicende della vita. “Agli appuntamenti arrivavi / sempre molto prima, facevi / sembrare in ritardo il mondo / intero, lui si sentiva in colpa, / ti si scusava. Ora nella tua via / mi pare camminino tutti / un po’ più piano e hanno anche / tolto l’orologio stradale, quello / sotto l’albero, si sono accorti / che ormai non lo guardava più / nessuno, tantomeno l’albero, / loro l’ora la conoscono già / per nascita, esatta senza guardare”.

Gli oggetti si diceva, gli alberi, i fiori, sono presenze ricorrenti nelle liriche del libro. Partecipano alle vite, diventano interlocutori attendibili, sembrano essere depositari di una verità che però non possono compiutamente comunicare. Restano, quando gli esseri viventi non ci sono più e, a loro modo essi stessi viventi, possono ricordare, imporre un dialogo tra chi è in vita e coloro che sono scomparsi: “Quando si telefona, dopo, nelle loro case / si fa suonare a lungo più a lungo e di quegli squilli / supplementari ti sono grati gli annoiati mobili / e soprammobili e l’asse da stirare / e più di tutto la disabitata poltrona, tutto / nella casa tende le orecchie, tutti, anche chi / ha formato il numero, e proprio mentre sta per / riagganciare si ferma, alt, è parso di sentire di là / quel lieve fruscio che sempre precede / l’atto del rispondere”.

Una sintesi della poesia della Lamarque (che, sia detto con chiarezza, raggiunge particolarmente in questo libro, esiti alti) la fornisce la stessa autrice in una lirica, Caro dottore, rivolta allo psicanalista junghiano anch’egli già protagonista di molte liriche e della raccolta Poesie dando del Lei: “fare anima cos’è? le chiedevo allora, ora / lo so cos’è, è tante cose, anche camminare / tra oriente e occidente, un po’ facendo uso / di gioia e un po’ di dolore, un po’ di gambe / e un po’ di pensiero, un poco guardando alla terra / e un poco al cielo”.

Fare poesia per Vivian Lamarque cos’è? E’ andare con passo delicato tra luoghi lontani tra loro e scoprire che le distanze possono restringersi o dilatarsi, è fare uso della parola in grado di spiegare che la vita è dialogo tra gioia e dolore, è insieme concretezza e immaterialità. E’ uno sguardo rivolto, nello stesso tempo, alla terra e al cielo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.

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UNGARETTI E IL PORTO SEPOLTO di Leone Piccioni (Succedeoggi)

L’Europa e tanti dei suoi intellettuali e scrittori sono sconvolti dalle vicende drammatiche del primo conflitto mondiale, quando la poesia italiana subisce lo scossone che ne cambierà per sempre le sorti, destinandola definitivamente al nuovo secolo. Nel 1916, grazie all’intervento di un ufficiale, anch’egli poeta, conosciuto al fronte, quel “gentile Ettore Serra” a cui è dedicata la lirica che chiude lo smilzo volumetto, Giuseppe Ungaretti pubblica presso un editore di Udine Il porto sepolto: sono solo 80 copie, che contribuiranno però, come nessun’altra raccolta fino ad allora composta, a svecchiare la poesia italiana, privandola della patina retorica che ne ricopriva spesso le opere, facendole respirare un’aria di cambiamento e novità, proveniente in particolare da oltralpe.

Ungaretti, come tanti altri letterati ed artisti, aveva aderito con entusiamo all’appello della Patria e come volontario si era aggregato alle truppe dell’esercito italiano. In Italia in effetti non era nato e non aveva mai vissuto. Era solo transitato, dopo l’approdo a Brindisi, proveniente dalla natia Alessandria d’Egitto, per quelle terre di cui erano pieni i racconti di sua madre e degli italiani conosciuti in Africa. Aveva soggiornato brevemente a Roma, e più a lungo a Firenze e a Milano. Ma l’Italia era stata solo la tappa per arrivare a Parigi, dove non avrebbe studiato giurisprudenza alla Sorbona, come aveva promesso a sua madre, ma si sarebbe piuttosto interessato alle lezioni di Bergson e ai corsi universitari di letteratura, e più ancora avrebbe frequentato i caffè di Montmartre e del Quartiere Latino per discutere con Guillaume Apollinaire, innanzitutto, e con la schiera di artisti e di poeti, molti dei quali italiani, Modigliani e Soffici su tutti, che si raccoglieva intorno all’autore di Calligrames. 

A quel primo gruppo di poesie, scritte su foglietti di fortuna, sui pacchetti di sigarette, sulle cartoline, come ebbe a raccontare in seguito lo stesso Ungaretti, se ne aggiunsero poi delle altre, mentre le liriche che formavano la prima edizione vennero in parte riviste e corrette, o addirittura eliminate, fino a formare una nuova raccolta, che prenderà il nome di Allegria di naufragi nell’edizione del 1919 e poi, nel 1931, di L’allegria

Piccioni e Ungaretti
Leone Piccioni e Giuseppe Ungaretti

Leone Piccioni, che fu allievo e sodale di Ungaretti a partire dal 1945, frequentandone la casa e raccogliendo i suoi insegnamenti e le sue confidenze, e che si interesserà lungamente, da critico letterario, dell’opera ungarettiana, a cent’anni dalla prima edizione de Il porto sepolto conferma oggi fedeltà e attaccamento all’amico e maestro con l’agile volumetto Ungaretti e il Porto Sepolto, pubblicato dalle edizioni di Succedeoggi.

Superata la soglia dei novanta anni, Leone Piccioni ci mostra ancora una volta, in questo rapido e vivace saggio, che è possibile raccontare la letteratura. E’ possibile cioè dire la fascinazione, l’incanto, la forza espressiva che nasce dall’opera, trasformando in narrazione la lettura e il proprio rapporto con il testo, costruendo un dettato fluido e piano, che interroga e spinge alla riflessione, senza mai risultare faticoso. La letteratura può essere raccontata senza perdere di vista la profondità e i contenuti dell’opera, ma anzi pescando proprio nelle zone più fonde, rendendole accessibili anche al lettore meno esperto. Questo è un libro che dovrebbe essere utilizzato nelle scuole, offerto ai giovani, per renderli partecipi di un momento particolare della vicenda italiana ed europea, quando la letteratura era ancora incontro e confronto, per spiegare loro chi è stato, nei suoi anni giovanili, uno dei poeti più grandi del nostro Novecento, quello forse che ha saputo vedere prima degli altri le caratteristiche del secolo ventesimo, con le sue infinite possibilità e le enormi contraddizioni.

Piccioni, analizzando le poesie de Il porto sepolto, attingendo ai suoi ricordi personali e alle parole del poeta, in particolare contenute in una lunga intervista concessa allo scrittore e critico letterario franco algerino Jean Amrouche e mandata in onda da Radio France, ricostruisce la vicenda esistenziale e culturale di Ungaretti, a partire dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Egitto, fino alle vicende che lo portano a partecipare alla guerra, prima in maniera convinta, poi sempre con maggiore sofferenza e crescente dolore. Sono insomma i luoghi e le situazioni che il poeta riassume nei versi de I fiumi, dei quali appunto parla come di una sua vera carta d’identità culturale: nell’acqua dell’Isonzo, il fiume che attraversa il Carso, teatro della guerra, Ungaretti ritrova la presenza degli altri fiumi che hanno contribuito a formare la sua personalità, il Nilo naturalmente, che lo ha visto “nascere e crescere / e ardere di inconsapevolezza”, la Senna, nel cui “torbido” il poeta si è “rimescolato” e “riconosciuto”, e prima ancora il Serchio, nella lucchesia, nel quale ricercare le sue origini familiari e dove hanno attinto varie generazioni “di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre”.

Gli anni della guerra, quelli della composizione delle poesie de Il porto sepolto, sono terribili per il poeta, ma anche in qualche modo rappresentano, come ricorda Piccioni, la porta d’accesso ai valori più profondi della sua poesia. Dirà Ungaretti in seguito: “Il Carso è la società. E’ una società tragica, una società di guerra, ma è una società umana… L’incontro con gli altri uomini per me avviene sul Carso, avviene nel momento del sentimento di umiltà, di disperazione, di onore e di necessità di aiuto, di comunanza nella sofferenza”.

Ungaretti soldato
Ungaretti soldato

Nel ripercorrere le liriche del primo libro di Ungaretti, a cominciare dai versi dedicati all’amico suicida Moammed Sceab, con il quale il poeta abitò a Parigi in una pensione di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, Leone Piccioni cerca le ragioni di quella poesia, i motivi della sua forza e li ritrova in parte proprio nell’ultimo testo già ricordato, nelle parole di Commiato rivolte ad Ettore Serra: “… poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / è la limpida meraviglia / di un delirante fermento // Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Scrive Piccioni: “Inutile cercare invano pretesti per l’ispirazione poetica: c’è solo da guardare le cose del mondo, dell’umanità, della propria vita affidandosi alla novità e alla purezza di una ispirazione che riguarda molto da vicino tutti i viventi. Una parola non logorata dall’uso improprio, ma trovata con fatica e senza illusioni. Un ‘delirante fermento’ è necessario”.

Si tratta a ben guardare di una lezione di poetica di grande attualità. Così come moderno è l’approccio analitico di Leone Piccioni, che gli permette di tornare a parlare, con rinnovata freschezza, dell’opera di Ungaretti. In tale modo di procedere la profondità con cui si muove il critico letterario non è mai separata dalla vivacità della parola del giornalista. Sono le stesse caratteristiche che gli permisero, ormai decenni fa, quando ebbe ruoli significativi nella Rai, di inventare un modo nuovo di fare divulgazione culturale, dando vita, insieme ad altri intellettuali, a quella mitica e mai dimenticata trasmissione culturale che fu L’Approdo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

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UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo di Paolo (Feltrinelli)

La prosa di Paolo Di Paolo procede ordinata e pacata, senza aggressioni e senza scosse, e sembra volerci condurre in un paesaggio limitato, dentro il quale si rappresenta una vicenda marginale e ordinaria. L’autore riesce però, nello stesso momento, a dirigere uno sguardo ampio sulle cose, semmai alimentato da una visione laterale, che sviluppa una proiezione poco rassicurante e sicuramente spiazzante sul mondo. Del resto il mondo non è un luogo particolarmente armonioso, e chi vi abita non può pensare di mettervi ordine, piuttosto, nel migliore dei casi, può credere di essere protagonista di eventi felicemente sorprendenti. Succede così che dove il lettore si aspetta delle soluzioni, trovi invece un terreno all’apparenza solido, ma che impone continuamente un cambio di passo. La narrativa di Di Paolo, a cominciare dai fortunati Dove eravate tutti e Mandami tanta vita, invita a porsi delle domande sul proprio e sull’altrui destino, sul posto che ognuno occupa nella vita del pianeta e nello scorrere del tempo. 

Il nuovo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, € 15), induce ad uno sguardo obliquo a partire dalla scelta del ruolo del narratore, che è il personaggio di Grazia, una attrice di mezza età, che sembra non avere più nulla da chiedere alla vita, tanto da guardare quanto le accade intorno con distacco, ma insieme con la capacità di distinguere e di far emergere con determinazione la propria lettura degli avvenimenti. Grazia gestisce una scuola di recitazione e ci racconta non la sua storia, ma quella dell’incontro, di cui è testimone, tra sua nipote Teresa, trentenne che da poco si è trasferita da Terracina a Roma, dove lavora senza entusiasmo in un’agenzia di viaggi, e del più giovane Nino, che dopo un’esperienza a Londra decide di fare ritorno in patria, allettato, ma nemmeno poi tanto, dall’offerta di Grazia di tenere un corso di teatro per anziani. Nino, che di cognome fa Morante, ha poco più di vent’anni e in effetti si chiamerebbe Flaminio, ma ha scelto un nome che ritiene più adatto per le sue ambizioni artistiche.

E’ proprio il teatro, l’ambiguità che esso consente o a cui costringe, a fornire una chiave di lettura delle azioni dei personaggi, alla ricerca di una propria identità nella quale riconoscersi, di un posizionamento che li renda riconoscibili agli altri. La vita del resto è sempre teatro, con l’illusione di muoversi nella zona illuminata del palcoscenico, mentre invece siamo nella fase ancora indistinta delle prove, impegnati nel tentativo di costruire con qualche credibilità il nostro personaggio. “D’altra parte, recitare, un po’ si recita sempre, e come viene. E no, non si tratta solo di bugie – gente che nasconde, che dissimula, con l’ansia di essere scoperta e punita. C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…). Non è questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica (…). C’è teatro, il più delle volte dozzinale, al telefono, in ufficio, in camera da letto, è teatro il colloquio di lavoro, la lezione a scuola, la cena preparata con più cura, l’abito finalmente indossato, dopo averne buttati sulla sedia tre o quattro. E come nell’altro teatro, nel vero, nulla si ripete uguale: simile sì, mai identico, nulla si ripete né lascia traccia. Tutto esiste solo in quell’istante e poi niente, scompare, evapora, non ha testimoni che non siano quel pubblico ristretto, scelto o improvvisato, radunato su due piedi: come intorno ai cantanti di strada, ai giocolieri, ai matti”.

Non è un caso che Nino voglia mettere in scena con la sua “classe” di anziani debuttanti (ma il suggerimento è della più esperta Grazia) Le false confidenze di Marivaux, le cui dinamiche, le parole dette a metà o mal comprese, le finzioni e le superficialità nei rapporti, la voglia di apparire a tutti i costi, finiscono per incunearsi nella sua vita, a obbligarlo ad un’attenzione più sincera verso le cose che gli accadono intorno, a comprendere anche che l’attrazione che sente per Teresa non è da ricondurre al repertorio solito di una fatua messa in scena di se stesso.

Di Paolo sa indagare in questa zona vaga delle nostre rappresentazioni quotidiane e sa che i movimenti dei suoi personaggi non possono essere completamente ricondotti ad unità, perché un sistema ordinato e perfettamente funzionante non esiste. Si accontenta dunque di farci scoprire la meraviglia che può determinarsi anche a partire dai consueti avvenimenti di tutti i giorni e sa dirci che il mondo in cui abitiamo è vario e incoerente, forse anche inconcludente, ma è pieno di domande e offre scenari che intervengono sulle nostre esistenze e che dobbiamo imparare a interpretare.

La storia d’amore tra Teresa e Nino, che peraltro viene presentata soprattutto nella fase preparatoria, finisce per essere il pretesto attraverso cui il narratore esplora nelle pieghe degli avvenimenti dei nostri giorni, analizza il difficile dialogo tra generazioni che sono costrette a leggere il mondo attraverso ottiche diverse, scruta il passare del tempo nelle vite dei singoli e si interroga su come il passato finisca per gravare significativamente sul presente. E’ forse Teresa a manifestare con più chiarezza il proprio disagio nei confronti di una realtà che sfugge proprio quando sembra più accessibile: “Non ti chiedi mai che rapporto c’è tra te e il mondo? Fra te e i miliardi di persone che non conosci? (…) E’ che tutto mi sembra tanto più grande della nostra capacità di prendercene cura”.

C’è un fondo amaro in Una storia quasi solo d’amore, che forse emerge già dal “quasi solo” del titolo, che circoscrive la vicenda mettendo un limite alla tensione affettiva, ancorandola a una realtà in cui non è facile guardare oltre i propri bisogni, veri o presunti che siano. Un fondo penoso, che Grazia esprime con disillusione e contarietà, ancora una volta attraverso la metafora del mestiere dell’attore: “Quand’è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. (…) Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

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