Se Vargas Llosa guarda le stelle

Mario Vargas Llosa visita l’Osservatorio astronomico delle Canarie presso l’isola La Palma, la più piccola dell’arcipelago. Di fronte alla luce che “non è di questo mondo”, ma è “quella di lassù (…) quella che emettono o emisero milioni di anni fa gli astri che navigano (o navigarono prima di scomparire) per l’universo infinito”, il premio Nobel per la letteratura sembra preda di uno stupore che è quasi paralisi.

Nell’articolo pubblicato da El Pais e da Repubblica (venerdì 14 luglio) racconta dello spettacolo notturno “quando il cielo si popola progressivamente di un’infinita miriade di stelle, costellazioni, pianeti, luci che scintillano”. 

Negli ultimi anni ho scritto spesso di stelle, del rapporto così pieno di incognite che lega noi piccoli uomini disperatamente bisognosi di approdo e di certezze a quel mare di luci, che è insieme il nostro presente e il passato più remoto e indecifrabile. Mi è sembrato che il cielo fosse uno spettacolo immenso e disordinato, il luogo del fascino e dall’angoscia, la dimostrazione palese di quanto inconcludenti fossero le ricostruzioni dell’esistenza del cosmo tentate dalle religioni, come mediocri fossero addirittura gli dei stessi di fronte alla grandezza di quello che avrebbero creato. Ho scritto di stelle e di oggetti, del disperatamente lontano e dell’immediatamente concreto e vicino, sperando che la poesia, che non sa dare risposte, potesse suggerire almeno le domande necessarie.

Mi conforta ora leggere l’affermazione di Vargas Llosa per cui “nulla è tanto simile alla letteratura quanto l’astronomia perché in entrambe l’immaginazione è importante quanto la conoscenza e che, senza la prima, la seconda non farebbe alcun progresso”. E’ vero, ma penso che si potrebbe aggiungere che senza l’astronomia, anzi senza la scienza più in generale, anche la poesia sarebbe più lenta a capire e a porre quesiti. Non è forse un caso che una delle prime opere di Leopardi sia stata una Storia dell’astronomia, composta quando il poeta aveva quindici anni.

Vargas Llosa chiede agli astronomi che l’accompagnano se non sia paralizzante vivere quotidianamente a contatto “con lo smisurato infinito, quel tempo senza tempo che è l’eternità”. Per questo, risponde, è nata la teoria del Big Bang.

Insomma gli uomini cercano da sempre di mettere in ordine gli oggetti dell’universo, di dare un senso alla materia infinita, che ancora conosciamo in maniera soltanto molto parziale. Succede però che più aggiungiamo elementi alle nostre conoscenze, più il cosmo diventa grande, più le nostre certezze traballano, più la scienza è costretta a rivedere le proprie posizioni. Non c’è nulla di più scientifico che l’errore: quello che un tempo era assodato, oggi è addirittura deriso; e quanto oggi è dato per indubitabile, in un domani nemmeno tanto lontano sarà visto solo come un passaggio verso un presente di verità.

con Mario Vargas Llosa a Spoleto, luglio 2009

La poesia sa bene tutto questo e si muove spesso in quel terreno di confine tra fisica e metafisica, tra gli oggetti che animano la nostra vita quotidiana, che ci sforziamo di disporre in buon ordine, e quelli lontani decine, centinaia o milioni di anni luce, a cui disperatamente cerchiamo di dare una sistemazione, in modo che cominci ad essere palese per noi il senso della loro presenza.

Per quello che ne so, la poesia trova le parole tra la brillantezza dei bicchieri e il luccichio delle stelle.

Terra, poesie per la rivista Svirgole

Il primo numero della rivista Svirgole, i quaderni di arteterapia pubblicati da Libriliberi e voluti dalla Associazione C.R.E.T.E. (Centro Richerche Europeo Terapia Espressiva), è dedicato al tema delle Mappe e curato da Lucilla Carucci e Ilaria Innocenti. La rivista, molto elegante nella grafica e per le immagini che propone, in gran parte realizzate da Paola Becucci, contiene interventi di grande intere

sse, nati a seguito della mostra Mappe della stessa Lucilla Carucci e di Tano Giuffrida (se ne parla in questo stesso blog alla pagina: http://giuseppegrattacaso.it/rendere-visibile-il-mondo-le-mappe-di-carucci-e-giuffrida/ ).

Svirgole ospita anche alcuni miei scritti, tra cui le poesie di Terra.

Pubblico qui i primi quattro componimenti dei nove che compongono il testo.

 

1.

L’occhio che cerca avido l’approdo
tra il velo della nebbia sopra il mare
e il fogliame di stelle, non rinuncia
a tentare altra strada. Nell’azzardo
della notte che tempera in catrame
la grotta delle nubi, gira in tondo
l’imbarcazione, non c’è altra contrada
che quella esatta dell’inconcludenza,
l’inutile virtù della partenza.

 

2.

Si cerca terra, ma non è la meta,
la conquista di porto e terraferma
che ci sostiene, ma lo smarrimento
d’essere soli, tutto intorno è spugna
che espande e che trattiene, il nostro viaggio
non avanza più in là della domanda,
distribuisce freddo nelle vene,
eppure proseguiamo, non c’è sosta,
verso l’approdo ignoto della costa.

 

3.

Ha un solo grande occhio il telescopio,
ma guarda tutto, vigila paziente
sull’alfabeto morse delle stelle,
sul battito dei cuori, il luccichio
che prima suona alto e poi si appanna
in lieve sonnolenza, chiede gli anni
che distano da qui sperduti soli,
se hanno intorno a sé pietre danzanti,
in preghiera, dervisci roteanti.

 

4.

Durerà venti forse venticinque
milioni di anni, se teniamo il passo,
il viaggio che ci porta ancora a terra,
se non accade nello spostamento
che noi invecchiamo troppo o che il pianeta,
per ora uguale a noi, cambi d’aspetto,
anzi potrebbe rivelarsi carta
geografica di un mondo superato,
il quartiere da altri abbandonato.

Foto di Paola Becucci

LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG di Sandra Petrignani (Neri Pozza Editore)

Natalia Ginzburg scrive in Le piccole virtù che “la bellezza poetica è un insieme di crudeltà, di superbia, di tenerezza carnale, di fantasia e di memoria, di chiarezza e di oscurità”, per cui “se non riusciamo a ottenere tutto questo insieme”, il risultato risulterà “povero, precario e scarsamente vitale”. A ben vedere la vita, la singola esistenza di un individuo, è composta dagli stessi ingredienti disparati e discordi, è anch’essa un inestricabile complesso organismo di cose diverse e a volte opposte che la letteratura cerca solo di riproporre in una sequenza ordinata. La vita insomma, allo stesso modo della “bellezza poetica”, finirebbe per risultare “scarsamente vitale” se fosse totalmente piana, un flusso stabile e disciplinato di segmenti coerenti.

Sa bene tutto questo Sandra Petrignani che, alle prese appunto con la vita, da tradurre in narrazione biografica, dell’autrice di Lessico famigliare, in La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, recentemente edito da Neri Pozza, accetta di fare i conti con quel tanto di inesplicabile che ogni esistenza contiene, col suo grumo disordinato, e affronta il “ritratto” con il piglio della narratrice di storie, che sa benissimo che non c’è da spiegare ma solo da raccontare, non da giustificare, ma tutt’al più da comprendere.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Natalia Ginzburg in una foto di Paola Agosti

Il racconto si muove accostando reperti biografici, riflessioni di carattere critico, considerazioni sugli stati d’animo della scrittrice, analisi sulla società civile e letteraria degli anni in cui visse, non isolando i temi in comparti coerenti, in sezioni ordinate a partire da un contenuto comune, ma scegliendo di seguire il fluttuante ondeggiare della vita, procedendo spesso per digressioni, anche se l’esistenza è quella di una donna timida e austera, all’apparenza triste, spesso silenziosa, come fu la Ginzburg, le cui opinioni, ricorda Sandra Petrignani, “stordivano, irritavano, innamoravano”. La vita è piena di tante cose, di appuntamenti e di abbagli, di perdite, cadute, tentennamenti, di momenti di felicità e di asprezze: la Petrignani segue Natalia nella sua crescita, spesso dolorosa, di donna e di scrittrice, nei rallentamenti e nelle paure, nelle ruvidezze e nei sentimenti contrastanti, con uno sguardo accorato e mai inquisitorio.

Ma c’è di più: il ritratto veramente fedele è quello che in un solo volto e in una sola espressione di quel volto, riesce a far emergere tutti quanti i segni di una vita, gli incontri, le assenze, le vittorie e le sconfitte che quella vita hanno caratterizzato e che il corpo inevitabilmente, e si direbbe inconsapevolmente, ha finito per assimilare. La Petrignani è bravissima a far sì che nella stessa immagine di Natalia Ginzburg si componga e venga raffigurato anche l’affresco di un’epoca. Si guarda nella vita della scrittrice e intanto si percepisce l’atmosfera degli anni della ricostruzione morale e culturale che fece seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Si penetra a fondo nella sua vicenda esistenziale e intellettuale “costantemente oscillante fra vocazione autobiografica e sua negazione, trasparenza memorialistica e reticenza” e si ascoltano le voci di quanti le furono accanto, a cominciare dal primo marito Leone Ginzburg, da Cesare Pavese e Cesare Garboli, che la accompagnarono nel suo cammino culturale, ne compresero, sia pure spesso nella difficoltà determinata dal suo riserbo e dalla riluttanza quasi naturale a partecipare al gioco collettivo, lo spessore dell’opera e l’enorme importanza anche etica della sua scrittura.

Il libro della Petrignani ha il grande pregio di riportare la figura della Ginzburg al centro dell’attenzione e di restituirle un posto di primaria importanza nella vicenda letteraria del secondo Novecento, e insieme di imporre al lettore una riflessione, anche questa di carattere etico, sull’enorme differenza tra quegli anni (stiamo parlando nei decenni che seguirono la caduta del fascismo) e l’epoca in cui viviamo noi oggi: una distanza che la narrazione segnala almeno per quanto riguarda i valori che esprimeva quella che un tempo si chiamava la “società letteraria”, ma che inevitabilmente si estende al mondo della politica e in genere a tutta la società civile. Alla freddezza individualistica di questi nostri anni, al disinteresse per i destini altrui, spesso esibito come una qualità, al valore che si misura solo in termini di visibilità e consenso, le donne e gli uomini che vissero la complessa vicenda del dopoguerra sembrano opporre, nella accurata e notevolmente documentata ricostruzione che ne offre Sandra Petrignani, un impegno che viene coniugato sempre alla prima persona plurale, che fa uso costantemente del “noi” (del resto ossessivamente utilizzato dalla Ginzburg anche nei testi più autobiografici), la determinazione nel sentirsi parte di un progetto collettivo, l’idea che la crescita dell’altro arricchisca anche coloro che gli sono accanto.

Valga come esempio utile ad illustrare il clima di quegli anni quanto scrisse nel 1957 Natalia Ginzburg in Ritratto di un amico, ricordando i tempi che seguirono la morte di Pavese, avvenuta sette anni prima: “Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede tra chi si vuole bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e di proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti”.

Ne deriva un’attenzione assoluta e perentoria nei confronti della parola, che deve essere in grado di esprimere la verità, che non coincide con la realtà, ma è qualcosa di più profondo e di meno intellegibile. La Petrignani distende il suo sguardo premuroso ed esperto sulla vita e sull’opera della scrittrice e ci porta a scoprire che solo la parola che esprime la verità può essere in grado di riconsegnarci alle passioni della vita.

Sandra Petrignani

“Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusioni”: lo scrive la Ginzburg in Lessico famigliare ed è un’affermazione che bene si addice al nostro presente, che potrebbe rappresentare un viatico per affrontare lo stato di frustrazione morale in cui siamo piombati. Scrive ancora la Ginzburg in un articolo pubblicato nel 1950: “Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi”.

La letteratura dovrebbe servire a questo, suggerisce Natalia Ginzburg e le fa eco Sandra Petrignani, a risvegliare i sentimenti, a vincere l’indifferenza, a dare un’anima alla realtà. Anche per questo La corsara non è solo il ritratto di una grande scrittrice, tra le voci maggiori del Novecento, ma ha la forza delle migliori opere narrative, capaci di parlare di ognuno di noi e dell’epoca in cui viviamo, anche quando sembrano dire altro.

Non si ascolta voce

Nessun lamento, non si ascolta voce
che implori né singhiozzo, sta in silenzio
la casa mentre perde i connotati,
si svuota dei cimeli pezzo a pezzo,
di barattoli e sedie, degli sguardi
ordinati con cura nei cassetti,
svaporano i sorrisi degli sposi
ancora in posa, solo un brontolio
s’alza dal ventre, come le pareti
avessero fermato un terremoto,
un male sordo che non trova sfogo,
occulto dramma che rimane opaco,
inconfessato tra la porta e il cuore.

LA SECONDA CIGARA DE TE’ di Andrea Longega (Atì editore)

Sarebbe meglio forse nemmeno parlare di poesia in dialetto, cioè non definirla come tale, evitando di costringere in tal modo in una categoria che suona riduttiva una produzione letteraria che appartiene di fatto al nostro patrimonio culturale comune. La poesia o è poesia o non lo è, in qualsiasi lingua essa venga scritta. Del resto se la lingua poetica si mostra, almeno negli ultimi secoli, come costituzionalmente anacronistica, il dialetto entra di forza e senza alcun limite nel novero delle espressioni fuori del tempo e perciò dunque intrinsecamente poetiche. Succede peraltro che risieda proprio in questo anacronismo la possibilità di affondare lo sguardo nel presente senza le formule e i codici, le celebrazioni rituali, che il presente impone. Il dialetto, che è sempre meno linguaggio della comunicazione quotidiana e ancor meno espressione della cultura contemporanea di un territorio, riesce più facilmente ad evitare gli scivolamenti di una lingua letteraria troppo schiacciata su modelli preordinati, troppo orientata dalla voglia di piacere più che da quella di dire. Paradossalmente, più i dialetti sono lontani dal presente della comunicazione, una lingua dunque quasi reinventata ad uso della letteratura, più essi sono confinati in ambiti comunicativi ristretti, e più riescono a parlare delle nostre vite nel presente.
E’ il caso, ad esempio, del siciliano Nino De Vita, di cui ho scritto non molto tempo fa su questo stesso web magazine, ed è il caso di Andrea Longega, veneziano che vive a Murano, che ha all’attivo già numerosi libri di poesie e diverse collaborazioni con le preziose Edizioni dell’Ombra di Gaetano Bevilacqua. Longega ha esordito in volume nel 2002 con i versi di Ponte de mèzo (Campanotto) e ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Atì editore, la raccolta La seconda cicara de tè. Il poeta veneto è un appartato, poco propenso a partecipare al brusio tanto invadente quanto vacuo che caratterizza i tempi in cui viviamo, meno che mai appare interessato alle trite liturgie letterarie. Eppure la sua voce poetica, che si esprime in un veneziano gradevole e tenue, avrebbe ben diritto di essere ascoltata dal maggior numero possibile di lettori, numero che si sa, per quanto riguarda la poesia e in particolare quella dialettale, è per definizione già irrimediabilmente contenuto. Piuttosto il poeta si dice impegnato, come si ricava da una poesia della raccolta, nel “duro far niente davanti a ‘sto blu potente”, che è poi quello del cielo, ma anche più in generale il colore che riassume l’esistenza.

Andrea Longega

Questo “duro far niente” gli permette di porsi nella condizione dell’osservatore, spesso incantato o commosso o solo meravigliato dallo spettacolo che gli si pone dinanzi. Solo che lo sguardo di Longega tende ad essere attratto dai particolari all’apparenza insignificanti, a soffermarsi sulle scene marginali, sui dettagli. In questo modo l’insieme si annebbia e si sgretola, e proprio nel frantumarsi la realtà viene a manifestarsi nei suoi aspetti più sorprendenti. In altre parole, Longega ci guida a guardare le immagini ricorrenti della quotidianità, mettendone a fuoco le minuzie, le sfumature, che ci appaiono, attraverso questo sguardo ravvicinato e limpidissimo, come eventi inusuali e straordinari. In una sera piovosa, ad esempio, “nel campo belissimo / e lustro de piova, xe là che ne spèta un indian / gióvine, a mostrarne le so tante ombreléte, / le fa pènder nere dal brasso – a milioni / come schiapi dolenti de pipistreli”. E questi ombrellini, che pendono neri dal braccio del venditore indiano a milioni come stormi dolenti di pipistrelli, ci danno l’idea di come la poesia possa reinventare la realtà, raccontarcene il mistero e il miracolo.
Longega comunque non vuole mai stupire, non forza la lingua nel tentativo di produrre effetti speciali, ci dice solo che il mondo è fatto così, che è stupefacente proprio nel punto dove appare maggiormente ordinario. Anche la lingua dunque procede senza scossoni: è un veneziano pacato, sussurrato, esile. D’altra parte non c’è nessuna verità da dichiarare, né positiva né negativa: nella poesia di Longega c’è solo da scoprire armonie e incongruenze del mondo, sbandando verso non si sa dove e rischiando “de intoparme su i gàtoli” (di inciampare nei tombini), c’è da guardare la realtà con gli occhi “sfocati e cisposi”: “Lassé che vada, anche se fasso scagióni / anca se rischio de intoparme su i gatoli / lasséme vardar ‘sto mondo belo / i merli che córe tra erba e maségni / e in fondi / più in fondi, fin dove rivo / co ‘sti oci turbi e incaramelai”.
Del resto cosa può fare la poesia, se non costatare che il mondo non può essere compreso e dunque nemmeno spiegato? Le poesie son merce di poco conto, prodotti di tutti i giorni, anche quelle di un libro dolente e necessario come è La seconda cicara de tè. Il poeta vorrebbe allora portarle “al frutariòl” per fargliele vendere con lo stesso entusiasmo con cui vende ogni giorno la frutta, anche le arance che sono “rànseghe” (rancide). E quando le vecchie chiederanno se sono buone, il fruttivendolo risponderà “bóne? eccezionali”: “Care, le mie vecie – conclude il poeta – che no vede / che le xe tute macae”.
Sono tutti ammaccati i versi: è il destino della buona poesia.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Conto alla rovescia

(ultimo giorno dell’anno)

(ph. G. Grattacaso)

Ci piace che l’attesa sia racconto                  in senso inverso, quello che sarà
speranza cui si approda a marcia indietro,
conteggio certo che prospetta il viaggio
all’ora zero, per esaurimento
del tempo dato il varo della nave,
il razzo che è lanciato verso il cielo
è scatto quando svetta il passo morto.
Numeriamo l’auspicio da infinito
al punto senza tempo, l’ora assente
ci stimola all’imbarco, all’avventura
verso il tragitto ignoto: è proprio il niente,
quell’attimo di vita insospettabile,
per privazione per insufficienza,
che vorremmo durasse, quota zero
che festeggiamo, lì finisce il tempo
e non ha inizio il mondo che farà.
Brindiamo a questo scampolo di nulla,
al precipizio senza qualità,
all’ora che non c’è, camminamento
nella mancanza, esordio nell’assenza.

Uno sguardo Controcielo: gli Orizzonti di Angelo Noce

Il percorso artistico di Angelo Noce, iniziato con piena consapevolezza già negli anni Settanta, approda felicemente ad una nuova significativa tappa con la mostra Controcielo, allestita nella preziosa cornice delle Sale Espositive “Francesco Agello” del Museo Civico di Crema e del Cremasco.

Gli Orizzonti diurni e gli Orizzonti notturni, che compongono l’esposizione e che sistemano in un insieme ordinato l’attività degli ultimi anni, costituiscono un passaggio coerente con il lavoro fin qui svolto dall’artista, ma ne rappresentano anche il punto di svolta verso soluzioni espressive che privilegiano l’apertura, la ricerca di paesaggi, siano essi fisici o interiori, che dilatano verso l’infinito e che insieme, in un contrappunto all’apparenza inconciliabile, confluiscono nello sguardo di chi, di fronte a tali paesaggi, si pone in uno stato di contemplazione e di adesione. In Controcielo l’orizzonte marino, il punto di congiunzione tra cielo e mare, è scrutato da terra, dal punto di vista di chi rimane saldo sul terreno e che manifesta, nello sguardo proteso all’indagine, tutte le sue insicurezze e le insidie che ogni ricerca comporta. E’ lo sguardo di chi vede il mare (e il cielo, che in qualche modo ne costituisce la continuazione visiva) dalla pianura, da luoghi lontani dai litorali costieri, facendolo diventare così proiezione, presenza interiore, metafora, dunque luogo del mito e appunto traguardo dell’anima.

Angelo Noce e un suo Orizzonte

L’allestimento, molto curato ed elegante, permette al visitatore una sorta di passeggiata alla ricerca del proprio orizzonte e lo spinge ad abbandonarsi al racconto che l’artista ci propone. In una sua maniera contemplativa e trasfigurante, Angelo Noce in effetti tende sempre alla narrazione dei paesaggi e delle presenze umane e naturali, ma lo fa sapendo come non sia possibile raccontare vicende ed esperienze in maniera lineare ed oggettiva. I suoi segni, e dunque i racconti che ne derivano, sono allusivi e frammentati, e si muovono sempre nel tentativo di ricreare il mondo, di indicarne i legami più ancestrali e nascosti, le meravigliose scoperte che lo sguardo può presentire.

“Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra” sussurrava Montale nella poesia Falsetto, guardando la giovanissima Esterina spiccare il volo e tuffarsi nell’acqua del mare, “tra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra”. La prospettiva da cui guarda Angelo Noce è la stessa, e quel guardare da terra, l’appiattirsi quasi sul terreno finisce per farci vedere gli orizzonti del mondo da un’ottica inconsueta e ribaltante, tanto che la linea d’orizzonte può proporsi in verticale, coincidere così con la presenza umana (“il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla” mi suggerisce Montale a proposito di Esterina, la cui figura si staglia contro il cielo prima del tuffo), diventare prospettiva spiazzante e insostenibile. In questo modo lo sguardo è teso in direzione di un oggetto del desiderio e insieme è consapevole che l’attrazione verso l’acqua e verso l’orizzonte non potrà mai essere totalmente appagata. La linea dell’orizzonte si delinea così nel dipinto, che per sua natura rende ferma la visione, ma nello stesso momento si propone come apparizione, si nega e si frantuma, tende a dissolversi e a velarsi sotto i nostri occhi.

Come scrive Gaetano Barbarisi nell’ampio testo introduttivo alla mostra, gli Orizzonti di Noce, pur con gli strumenti della riflessione contemporanea sull’arte, ci obbligano “a rientrare nel dipinto”. Insomma l’arte di Noce è astratta e insieme ci avvicina al disegno dell’oggetto, a tratti ci fa sentire lo spessore e la consistenza della materia, ma anche dissolve e disperde i segni di un possibile paesaggio. In qualche modo, come dicevo, ne considera il racconto nello spazio e nel tempo. Noce ci porta “in un territorio di frontiera”, dice ancora Barbarisi, “nel contrasto tra luce e tenebra, ma anche al confine tra iconico e aniconico, dove l’astrazione non rinuncia all’evocazione di scene riconoscibili”.

I paesaggi, in questi dipinti di Noce, sono spinta verso la luce, ricerca di un punto di equilibrio, ma anche tormento prodotto dal desiderio, volontà di conciliazione e di armonia, che rimane aspirazione e in qualche modo diventa ossessione senza via d’uscita. La linea dell’orizzonte, che si propone in orizzontale e in verticale, è sogno, ma anche nostalgia e dunque ferita.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

TUTTI I NOSTRI ERRORI di Mario Fortunato (Bompiani)

Mario Fortunato è uno scrittore di racconti, forse ancor prima che un romanziere. L’autore di I giorni innocenti della guerra, Allegra Street, Le voci di Berlino, da sempre dimostra di essere a suo agio negli spazi brevi, delinea con sicurezza caratteri e situazioni, tratteggia paesaggi naturali e dell’anima in poche righe, sa dosare gli effetti senza mai indugiare nell’emozione troppo violenta o esibita, conclude la storia non quando il cerchio si chiude e il plot si stempera in una soluzione, ma nel momento in cui il necessario, se veramente esiste un necessario nel raccontare, è stato detto.

Ne è dimostrazione il volume Tutti i nostri errori, edito da Bompiani, che raccoglie, nelle oltre trecento pagine, sedici racconti che l’autore ha composto nel corso degli anni o che ha scritto più recentemente e che sono qui dunque pubblicati per la prima volta.

Mario Fortunato alla libreria Lo Spazio di Pistoia (ph. Grattacaso)

Le quattro parti in cui si divide il libro testimoniano la volontà di dare unità ai testi scritti in epoche diverse e per differenti occasioni. In effetti ne nasce davvero un “romanzo controvoglia”, come suggerisce il sottotitolo in copertina. Fortunato finisce per realizzare il possibile romanzo dei nostri giorni: quello che non racconta per esteso e non pretende di dire tutto, ma che procede per frammenti, mette insieme pezzi apparentemente lontani e non combacianti, propone un puzzle il cui disegno di approdo può apparire scomposto, ma che nell’insieme risulta altamente significativo, capace di offrire un ritratto preciso dell’autore e dei tempi e del paese in cui ha vissuto.

Una sorta di dichiarazione di poetica ci viene dal racconto Fuori di qui. Il protagonista, che è anche il narratore della storia, vive in una cella e tenta di vincere l’inevitabile disperazione che nasce dalla vita carceraria, tramite la scrittura. Chiede una macchina da scrivere e in sette anni realizza quindici racconti (che, a ben vedere, se aggiungiamo quello che sta scrivendo e di cui stiamo parlando, diventano sedici, come le narrazioni che compongono il libro). Infine giunge a questa conclusione: “Il bisogno di riprodurre minuziosamente il suono dell’esistenza mi aveva condotto quasi fatalmente a scomporlo, a purificarlo, riducendolo a un unico accordo. Ero in possesso di singole schegge, di frammenti di me stesso, che chiedevano di essere ricomposti in un’unica trama. L’immagine più netta che si affacciava nei miei pensieri era quella di una mappa in scala uno a uno. Un disegno, insomma, che arrivava a sovrapporsi, a identificarsi con tutto me stesso, e con gli altri me stessi che coabitavano nello spazio circoscritto della mia testa”.

Insomma Fortunato sembra suggerire che un procedimento lineare non sia più possibile e che intrecciare le storie e le vite degli altri nella narrazione, in certi casi significa arrivare a disegnare un autoritratto. Si parla di altri, delle esistenze degli altri, e si disegna se stessi. In questo modo, tanti racconti, che pure si soffermano su personaggi e vicende diverse, possono convergere verso la scrittura di un’opera unitaria. “Avrei dovuto allora raccontarmi – afferma ancora il personaggio di Fuori di qui – nell’atto del racconto di altre esistenze intrecciate alla mia? Avrei dovuto optare per una sorta di scrittura multipla? (…) Il rischio, comunque, era quello di giungere a una forma, magari di secondo grado, di autoritratto. Una specie di autoscatto fotografico, fissato sulla pellicola da qualcun altro”. Oppure un selfie, verrebbe fatto di aggiungere, in cui chi si ritrae scopre nella fotografia realizzata l’immagine di un altro.

Vale la pena ricordare che il testo citato è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta di racconti Luoghi naturali, che risale al 1988 e rappresenta l’esordio narrativo di Fortunato. Insomma il “romanzo controvoglia” parte da lontano, così come l’idea di letteratura che sostiene le opere del narratore.

Forse anche perché il raccontare non può che generare il proprio autoritratto, quello di chi scrive ma poi in fondo anche quello del lettore, i personaggi di queste storie tendono a nascondersi, ad immergersi in un contorno opaco, un paesaggio interiore malinconico e indefinito, nel quale porsi e porci domande più che cercare risposte e dove bisogna spesso fare i conti con la memoria, che non offre soluzioni ed anzi si sovrappone al presente confondendone la prospettiva. Sono personaggi che a volte avvertono la mancanza di qualcuno o di qualcosa, che sarà difficile ritrovare, o vivono in una condizione di felicità, sapendo che l’emozione che ora li trascina si risolverà presto in delusione e avvilimento.

I racconti di Tutti i nostri errori (titolo quanto mai felice) costruiscono anche un romanzo dell’Italia degli ultimi decenni, che viene descritta sempre a toni tenui e con fare quasi svagato, ma che risulta di estrema efficacia nel ricordarci i sentimenti e i limiti che la hanno animata. Pur con un procedere sereno e paziente (Daniele Del Giudice ebbe a scrivere, nel presentare Luoghi naturali, che “non deve ingannare l’apparente scrittura piana”, il suo stile “ha un preciso campo corporeo di gesti, e insieme di repentini ribaltamenti”), Fortunato con forza sa metterci di fronte a tutti i nostri errori e alle nostre miserie, ma anche sa dirci che bisogna continuare a credere che una soluzione sia possibile e che questa risiede forse proprio nell’accettazione della nostra condizione di imperfezione e di insufficienza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Andrea Bajani

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

IL MOTO DELLE COSE di Giancarlo Pontiggia (Mondadori)

Procedendo nella sua maniera pacata e estremamente controllata, disegnando in maniera netta e senza sbavature ogni singolo verso, come ci ha abituati nelle precedenti raccolte, Giancarlo Pontiggia in Il moto delle cose, pubblicato nella collana mondadoriana dello Specchio, si muove nell’ostinata, a tratti commossa, ricerca di un senso che possa spiegare l’esistenza e il suo divenire nel tempo, che possa dare conto del susseguirsi dei giorni e del nostro affannarci a costruire obiettivi e progetti. Ma il significato che cerchiamo, ci dicono senza clamori le belle poesie di questa sequenza lirica così compatta, continuamente sfugge, anzi forse nemmeno risulta ipotizzabile. Non per questo il poeta rinuncia a magnificare la nostra presenza nel mondo, anzi egli sembra celebrare, quando più ne mette in risalto i limiti, proprio l’attaccamento alla vita e al suo caotico mistero, al “delirante moto delle cose”, che ci affascina nella sua incongruenza.

All’interno di “città tetre, apocalittiche”, in preda a un incessante lavorio per stare al passo con il trascorrere di un tempo che pure inevitabilmente è imperscrutabile, il protagonista di queste liriche è abbagliato dal movimento, che sembra non avere scopo, che è provocato da tutto quello che ci è intorno, dalle immagini che si propongono incessantemente dinanzi ai suoi (ai nostri) occhi, e che vorrebbe continuare a guardare, stupendosi ogni volta del panorama incompiuto che si materializza “tra i cieli e la terra, i fiori e gli asfalti”.

Pontiggia guarda il mondo nelle sue manifestazioni più diverse, dal “firmamento algido” agli accadimenti minimi di tutti i giorni, con sguardo rassegnato e incantato. Il suo modo di raccontarci le cose non mescola l’alto con il basso: la quotidianità con i suoi singoli eventi, minuti e differenti, serve solo a spiegare l’insieme, ad alimentare un pensiero alto, una riflessione caparbia e appassionata, a formulare una risposta, sempre a sua volta interrogativa, sulle mille domande che la vita ci pone, anche nelle sue manifestazioni più trascurabili, nei suoi prodotti più passivi. : “che cos’è, pensi, questa vita / se non vita in sé, soffi / di vapore che si sollevano / dalla bocca, sangue / che fugge dalle vene / e s’impasta con la terra // (…) cos’era – ti chiedi – questo / fervente agitìo, / questo mùgghio / di vite che premono, ansano, / che ribollono / nella gran pappa del mondo // il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso”

Le poesie di questo libro, alcune di pochi versi, altre che hanno il respiro del poemetto, tutte comunque coerentemente, quasi ossessivamente, all’interno di un’ideale disciplinata successione, compongono un dialogo serrato del poeta con se stesso: il tu che ritroviamo con continuità nelle poesie in effetti non si rivolge ad altri che a chi scrive, è un tu orientato verso lo specchio: chi guarda scopre in se stesso le mutazioni dovute al passare del tempo e alle rinunce che il transito impone (“Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco.”), chi legge scopre che l’immagine riflessa in qualche modo gli appartiene. Infatti proprio quando più concitato si fa il colloquio con sé, tanto più netta diventa la certezza che quel identifichi in effetti tutti noi lettori.

Il moto delle cose, come suggerisce il titolo, parla anche del movimento degli oggetti e di ogni presenza più in generale alla ricerca di una propria identità definitiva. Anche le cose, che pure ci sopravvivono e appaiono meno deteriorabili nell’avanzare del tempo, sono preda del mutamento, forse alla ricerca di un senso o forse perché solo sospinte dal vortice che ci guida. Queste metamorfosi sono segnalate dalla numerosa serie di verbi che dicono di un’alterazione accidentale, quasi sempre di uno scivolamento verso il basso, verso un punto d’approdo che si vorrebbe ultimo: “e sai e non sai, / t’increti / nella memoria sottile delle cose / che non sono (larve, lemuri, bolle che crepitano / nella caverna della mente che delira), implori / un cenno, un suono / di niente, che scardini / il corso del tempo, affondi // in genealogie di pensieri troppo remoti”.

Per dire delle cose che sono “sospese / nella loro formula di caso / e ordine”, Pontiggia ancora una volta procede con un dettato estremamente nitido, come era già accaduto del resto nella precedente produzione poetica, qualche tempo fa riproposta dall’editore Interlinea nell’antologia Origini, di cui abbiamo già parlato in questa stessa sede. In una breve dichiarazione di poetica, è lo stesso Pontiggia a indicare il procedere della sua poesia: “Pochi versi, ma veri. / Valgano per te, come per me. / Che siano limpidi – per guardare il cielo / alto – / e severi, se così è il tuo animo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Arrampicato su un albero. Ricordo di Pierluigi Cappello

di Alessandro Fo

 

Desidero scrivere qui poche «parole povere», a caldo, per salutare Pierluigi nel momento in cui si ricongiunge ai suoi amati genitori, e scelgo intenzionalmente di farlo da un punto di vista personale. Poche persone ho conosciuto, nella mia vita, che abbiano saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi.

A sedici anni, fra le tante passioni e speranze che coltiva ogni ragazzo, aveva quella dell’atletica leggera, ed era un velocista. Ma uno sventurato pomeriggio accettò un passaggio in moto da un amico. Di lì a poco, la moto uscì di strada, l’amico morì, Pierluigi riportò lesioni gravissime, che hanno trasformato la sua esistenza in un calvario ospedaliero, e l’hanno costretto poi per sempre su una sedia a rotelle. 

Pierluigi Cappello riceve la notizia della vittoria del premio Viareggio

Quanto la letteratura e la poesia abbiano giocato per lui un ruolo fondamentale per superare questo momento è scritto in pagine altissime, nel racconto che egli stesso ha tessuto del suo itinerario biografico: il libro Questa libertà, che Rizzoli ha pubblicato nel 2013. Vi racconta dei primi successi quando scriveva i suoi temi alle elementari: il libro-premio con le immagini degli aerei che, insieme al suo risiedere in alto, a dominare la valle, gli avrebbe istillato la passione del volo. E poi della sua vita a Chiusaforte, del momento epico in cui, nella povera casa arrampicata sui crinali, il padre trasportò di peso sulla propria schiena, lungo un’erta ripidissima, quel così necessario e quasi fantastico strumento che era una lavatrice. E di come quella povera casa venisse poi presto spazzata via dal terremoto del Friuli. Vi racconta di quando leggeva arrampicato su un albero, e di come gli si schiudesse così un nuovo universo di avventure e di mirabili viaggi e percorsi, dei quali da ora e per sempre avrebbe voluto divenire parte integrante. Quell’universo che poi, recuperato – appena possibile, e con braccia deboli e incerte – fra le lenzuola del primo ospedale, l’avrebbe salvato. Lodevole impresa, quella di Francesca Archibugi, aver voluto a sua volta salvare questa vicenda con i mezzi del cinema nel suo film del 2013 (in commercio come DVD) Parole povere.

A presentarmi Pierluigi è stato, in qualche modo, il poeta tardolatino che ha dirottato sui classici il mio viaggio personale: Rutilio Namaziano. Dopo una conferenza sul suo poemetto Il ritorno, il giovane studioso Maurizio Zuliani mi segnalò che un poeta friulano aveva scritto un acrostico su Rutilio. Infatti, nella sua raccolta La misura dell’erba (Milano, Ignazio Maria Gallino 1998, seconda edizione 2000), Pierluigi studia già il tema (poi cruciale nelle sue poesie, e forse non sempre in piena consapevolezza) del conflitto fra movimento e immobilità, scegliendo a suoi campioni Rutilio Namaziano, cioè un poeta che ‘parte’ e vorrebbe restare (p. 19), e Umberto Saba, che invece è un poeta che ‘resta’, con nostalgia e quasi ansia del partire (p. 20):

Namaziano

Non le barche, le scapole dei servi
amare al peso del trasloco, o l’alba
marina di Roma; lui magister
alzò su di sé lo sguardo, divenne
zona viva tra il suo respiro e l’altro
il filo e la sostanza del poeta;
allora non fu partenza il congedo:
nero, in mezzo, lo scalpito del mare
oltre l’indice teso del pontile.

 

Umberto Saba

Uno soltanto tu mi sei poeta
marino, che con l’iride d’azzurro
brevi ansietà d’imbarco mi riveli
e aria e onda spuma di mare e scoglio
respirano nei versi come te;
tu ne tremi, poeta, e quanto il mare
o l’ansito delle navi a vapore
sbioccate là sui fogli dove il cielo
altro non è che estrema ed incessabile
brama d’Odisseo che eri, torni in me:
alto com’è dei culmini ti levi.

Così cercai un contatto, e conobbi sia Pierluigi (all’epoca ricoverato per una lunga degenza nell’ennesimo dei suoi tanti ospedali), sia Anna De Simone, l’autentico angelo che lo ha seguito e aiutato in tutti questi anni nel suo itinerario di artista. Nascevano due grandi amicizie, che ancora oggi riempiono e riempiranno la mia vita. E che ne hanno comportate molte altre, altrettanto belle e importanti. 

Cappello con Alessandro Fo

Dei molti momenti che ci hanno legato vorrei ricordare qui quello forse più bello, quello in cui ho potuto vedere ‘in diretta’ l’amico nel momento in cui si accendeva una delle sue più grandi felicità. Nell’agosto del 2010 Pierluigi figurava nella cinquina finale del Premio Viareggio con la bellissima silloge pubblicata nelle eleganti edizioni del nobile amico Nicola Crocetti Mandate a dire all’imperatore. La Commissione giudicatrice si sarebbe riunita per designare il ‘supervincitore’ di ciascuna sezione solo il 26 agosto, cioè il giorno immediatamente precedente a quello in cui l’esito sarebbe stato reso noto in conferenza stampa, e si sarebbe tenuta quindi, in serata, la Premiazione. Le condizioni di salute di Pierluigi non gli permettevano quasi di affrontare alcun viaggio, figuriamoci un viaggio tanto lungo come quello da Tricesimo, dove viveva, a Viareggio. Non era pensabile tentarlo, nemmeno in caso di definitiva vittoria. Avventurarsi comunque? Pierluigi decise di rischiare e di suddividere la spedizione in due tappe. Con l’aiuto di una squadra di amici generosi, si organizzò con una sorta di ambulanza, in cui viaggiava sdraiato, e, quella famosa vigilia, fece tappa in un Motel sull’autostrada, nei pressi di Bologna. Se lì avesse appreso la notizia della vittoria, l’intera compagnia avrebbe proseguito la mattina seguente per Viareggio. Altrimenti, sarebbero rientrati tutti a Tricesimo. Io lo raggiunsi in quel motel e, quando uno dei giurati telefonò – era Mario Graziano Parri, che si era molto battuto per lui ed era era particolarmente in ansia sapendo di quel viaggio – , capitò proprio a me di ricevere la chiamata e di vivere con lui quel momento (l’ho potuto fermare in una fotografia, e penso non sia sbagliato accluderla, anche se lo coglie stanco e provato in un letto). Il giorno dopo eravamo a Viareggio.

Pierluigi era bello, simpatico, delicato, paziente, umile. Non si poteva non volergli bene. Fino dall’inclusione nei quaderni di poesia contemporanea curati da Franco Buffoni, il mondo letterario italiano gli ha riconosciuto quanto ha potuto: fra gli altri, oltre al Viareggio, il Premio Bagutta, il Premio Montale, il Premio Pisa; senza contare la laurea honoris causa dell’Università di Udine. È stato il modo in cui ‘concretamente’ la poesia e la letteratura hanno cercato di consolare un giovane ferito nel profondo dagli eventi della vita, ricompensandolo dell’autentico spirito religioso – laico, contingente, e sempre propugnato con così calda umanità – con cui Pierluigi si è avvicinato ai loro meravigliosi segreti. L’editore Rizzoli ne aveva di recente fatto uno dei propri autori più significativi, e nel suo catalogo si possono trovare ora praticamente tutte le sue poesie ‘riconosciute’: la silloge che egli stesso curò nel 2013 con il titolo di Azzurro elementare e le ultime poesie che con caparbia volontà ha strappato a condizioni sempre più impervie lo scorso anno: sono uscite sotto il Natale del 2016 con il titolo Stato di quiete (in appendice, l’accurata bibliografia delle sue opere e degli interventi critici che lo riguardano, curata da Anna De Simone).

Fra le tante sue bellissime poesie, ne amo particolarmente una tanto breve e significativa, da Mandate a dire all’imperatore, che recupera tutta la sua gentile proiezione verso le figure amate, da quella distanza che spesso impone la vita (e tanto più a chi ha conosciuto deprivazioni di libertà quali quelle con cui Pierluigi ha dovuto sempre combattere):

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato

 

L’ultima poesia dell’ultima raccolta, Stato di quiete, è una breve lirica separata da un foglio bianco, e presentata senza alcun titolo, in corsivo, che in qualche modo racchiude tutta la sua sensibilità: la vicinanza alla natura e ai giochi infantili, la fede nelle parole, e nei loro riti, che fasciano il cuore più intimo e prezioso di ogni nostra realtà:

Costruire una capanna
di sassi, rami, foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

 

Giorgio Orelli: la realtà corre sui tasti della Olivetti

La poesia di Giorgio Orelli si è spesso circondata di eventi minimi, muovendosi in una geografia dell’ordinario, alimentata da un rapporto con la realtà che potremmo dire dettato dalla consuetudine. La tangibilità del mondo reale è d’altra parte sempre elemento sostanziale delle sue liriche. E’ proprio nell’usuale svolgersi dei fatti, nella trita regolarità di quello che ci è davanti, che Orelli affonda lo sguardo, non per sfidare la banalità del vivere, né per dircene la ragione, ma solo per guardarla, così da meravigliarsi che proprio nella normalità della realtà risieda la sua stravaganza, si manifesti un’ipotesi di eccezionalità.

E’ proprio lì, in quel tratto tra l’ovvio e lo straordinario, che si nasconde l’occasione, la strada che porta alla poesia, a patto però di non credere che nel tragitto, o tanto meno nel suo punto di avvio, si nasconda un senso, che si possa insomma, proseguendo per il cammino, arrivare ad una verità. La realtà, sembra dire il poeta, e anche tutto quello che la trascende, è già in quei fatti insignificanti, nelle piccole deviazioni che comunque si ripresentano quotidianamente, nei tasselli che non riescono a comporre infine nessun quadro d’insieme. Gli oggetti dunque non rimandano ad altro, non sono il correlativo di stati d’animo o di sentimenti, ma valgono per se stessi e per quello che riescono a contenere. A volte essi infatti sono i depositari di un passato, il tramite attraverso cui la realtà non presenta più se stessa per quello che è, ma per quello che è stata.

Ad esempio, nella poesia In memoria gli oggetti ordinari sono “il nastro ormai privo d’inchiostro” della “vecchia Olivetti”, la bicicletta che utilizza il poeta e che gli permette di passare davanti a un negozio, di cui conosce bene il proprietario e la sua famiglia, il cartello con su scritto CHIUSO PER LUTTO.

Giorgio Orelli

Vale la pena considerare che la poesia, che riporto di seguito, è tratta dalla raccolta Il collo dell’anitra, che Giorgio Orelli pubblicò nel 2001, appena dopo aver compiuto ottanta anni. La notazione temporale serva a porre l’attenzione sul fatto che, ad inizio del nuovo millennio, alcuni degli oggetti nominati nella poesia sono di fatto “fuori corso”, compreso quel “negozio” a gestione familiare, che ancora sarebbe in possesso di nastri per una vecchia macchina da scrivere. E’ chiaro che, se anche i versi rimandano a una situazione vissuta qualche anno prima, tutto serve a comporre un disegno che rimanda al passato, all’impossibilità che questo si ripresenti, se non denunciando le assenze, le separazioni dalle figure e dagli oggetti, che il trascorrere del tempo comporta. Anche per questo il sintagma nominale “totale scomparsa” viene ad acquisire una posizione centrale nell’intera lirica.

In memoria

Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

Da notare, nella prima parte della poesia, oltre a quanto già detto sulla presenza di oggetti desueti e comunque caratterizzanti un paesaggio minimo, che l’espressione “ho visto / che non c’era nessuno”, di uso sicuramente colloquiale, appare in qualche modo paradossale, facendo riferimento, in maniera quasi accidentale, ancora una volta a delle assenze. Potremmo addirittura esagerarla in “ho visto delle assenze”. Le due sequenze tra parentesi che compaiono nei versi successivi stanno poi ad indicare dei pensieri (da qui l’uso del presente, in una poesia in cui prevale il passato narrativo: non a caso la poesia si apre appunto con un verbo all’imperfetto). Il protagonista della poesia prima dice a se stesso che forse Lina è di sopra con Dora (moglie e figlia di Lino? due sorelle?), poi che forse Lino è morto.

E’ a questo punto che, tornando alle ragioni della sua visita, il poeta confessa che avrebbe voluto dire al proprietario del negozio della “totale scomparsa” sui tasti della macchina da scrivere dei segni della E e della O, che si sono evidentemente consumati per l’uso, ma che lui continua a vedere (vede, anche in questo caso, delle assenze) come se fossero intatte, proprio come la X che non viene quasi mai usata.

Il passato insomma si ripresenta e gli oggetti sembrano essere in grado di evocarlo. La scomparsa di Lino (non si dice così per significare che qualcuno è morto?) viene ribadita e nello stesso momento il lutto elaborato grazie al parallelo riferimento alla scomparsa delle lettere. Ma se da una parte il poeta continua a vedere le lettere sui tasti, dall’altra della presenza di Lino è possibile solo sentire nostalgia, la stessa che provava nel Livro do Desassossego Bernardo Soares, eteronimo di Pessoa, alla scoperta della morte del barbiere da cui spesso si recava: “Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mia strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita”.

Parlando di ciò che è possibile toccare con mano, anzi con le dita nel caso della Olivetti e dei suoi tasti, Orelli ci porta verso quello che non c’è, che è senza rimedio lontano e trascendente., verso ciò che Pessoa individua come “l’angoscia della fuga del tempo”. L’eternità viene richiamata da un limite, da una disabilità: il poeta riesce a battere sui tasti della macchina da scrivere eternamente, anche se solo con due dita.