I pinguini di Daniele Del Giudice

Ho conosciuto Daniele Del Giudice alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Doveva essere il 1988 o l’anno successivo. Aveva da poco pubblicato il suo terzo libro, Nel museo di Reims, ed io, lo avevo invitato nella biblioteca di un paese della Valdinievole. Del Giudice era già uno scrittore affermato: aveva pubblicato negli anni precedenti per Einaudi i romanzi Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale che, complice Italo Calvino, lo avevano fatto conoscere al pubblico della letteratura.
Parlai dei suoi primi tre lavori e Daniele fu interessato dalla mia lettura, che individuava alcuni elementi comuni, soprattutto nella tipologia dei luoghi che facevano da teatro alle azioni delle tre narrazioni. Mi chiese di scrivere un breve saggio sulla sua opera e mi regalò, sorridendo in un suo modo affettuoso e sornione, una dedica che attraversava i frontespizi di tutti e tre i volumi.
Ci incontrammo poche altre volte, poi io, per qualche anno, mi allontanai dal mondo della scrittura e degli scrittori.
Ho ricominciato a pubblicare nel 2010. Nella raccolta Confidenze da un luogo familiare è inserita una poesia, praticamente ricavata da una pagina di Orizzonte mobile di Del Giudice. Sono le parole di Daniele sui pinguini Adélie che lui aveva osservato in una sua permanenza al polo Nord, ricondotte ad endecasillabo.
Ci ho ripensato leggendo l’articolo apparso sul settimanale Robinson a firma di Ernesto Franco, che è direttore editoriale di Einaudi ed è amico di Del Giudice.
È amico o lo è stato? Non si sa più se è possibile parlare ancora al presente di Daniele Del Giudice. Esiste ancora un presente per lui o l’Alzheimer di cui soffre da anni ha cancellato il tempo insieme alla sua percezione del mondo? Che cosa sa del tempo Daniele, cosa vede il suo sguardo fisso, addormentato? Che giro fa il suo mondo?
Ho saputo della malattia di Daniele un po’ di anni fa, dopo avergli mandato il mio libro senza aver ottenuto nessuna risposta. Da allora ho pensato spesso ai pinguini della poesia, a come in qualche modo avessero in loro la tenerezza, la gentilezza ed il destino di chi li aveva osservati e descritti.

 

PINGUINI ADÉLIE PASSANO VELOCI
(da Orizzonte mobile di Daniele Del Giudice)

In un alone verde spiritato,
in questo verde azzurro che è la sera,
piccole bande fuggono dal mare.
Vanno a sud con fretta disperata,
le pinne natatorie sollevate,
muso sporto in avanti, l’aria intenta,
terribilmente intenta e preoccupata.
I’m late, I’m late, for a very important date,
troppo da fare, li seguo con lo sguardo
finché diventano punti sullo sfondo
di questo bianco illimitato, quando
senza che sia motivo apparente,
senza mutare passo né l’affanno,
tornano indietro, tornano nel punto
da dove son partiti e scivolando
sulla pancia atterrano nel sonno,
chiudono gli occhi celesti, addormentati.