MISS ROSSELLI di Renzo Paris (Neri Pozza)

Amelia Rosselli ha attraversato la letteratura europea degli ultimi decenni del Novecento con incedere ieratico e utilizzando una lingua capace di stirarsi e di contrarsi per arrivare a luoghi comunemente inaccessibili. Ha passeggiato nella poesia con la forza drammatica della storia familiare e collettiva che le era penetrata nel sangue e nella psiche e con il passo leggero di un uccello che continua a volare pur non riuscendo più a staccarsi da terra.
Questa straordinaria figura di poetessa è ricostruita da Renzo Paris in un prezioso memoir, Miss Rosselli, edito da Neri Pozza, che fin dalle prime pagine comunque si caratterizza per essere molto di più che una raccolta di memorie. Paris in effetti utilizza il materiale che ha a disposizione, che non è solo ricavato dalla testimonianza personale e nemmeno è prevalentemente di tipo documentario, per costruire un testo che assomiglia in parte a una biografia, ma è insieme romanzo, saggio critico, confessione autobiografica, dialogo a posteriori con la scrittrice, in un corpo a corpo in cui riemerge l’ansia, la devozione e l’affetto che accompagnarono il rapporto tra i due amici durato trent’anni, dal 1966 alla morte della Rosselli.
Del resto è lo stesso Paris a indirizzare fin dall’inizio la narrazione sul terreno di una ricostruzione delle vicende che è insieme oggettiva e filtrata da una enunciazione privata e vagamente magica ed evocativa. Nel corso delle prime pagine del libro, l’autore ci racconta la giornata dell’11 febbraio del 2016. Paris si sta recando a un convegno in omaggio alla scrittrice a venti anni dalla morte. Si ferma a piazza Navona e ha tra le mani Il tempo ritrovato di Proust. Proprio spinto dalla volontà di ritrovare quel tempo, mai in effetti completamente perduto, quello cioè dell’amicizia con Amelia, lo scrittore muove i suoi passi verso via del Corallo, dove ha abitato la Rosselli negli ultimi anni della sua vita, prima di lanciarsi nel vuoto dalla finestra della mansarda dove viveva. E lì, davanti a quel portoncino verde, Paris viene investito da un ricordo, che ha il valore della famosa proustiana madeleine: è l’avvio della ricerca, anzi la ripresa di un lontano combattimento mai sopito e sempre segnato dall’affetto.
Il mondo di Paris anche in Miss Rosselli, così come nei suoi romanzi di ambientazione marsicana, è popolato di ombre, che appaiono ai suoi occhi, e dunque si materializzano davanti a quelli del lettore, come presenze vive piuttosto che semplici proiezioni nostalgiche di un tempo ormai esaurito. È lo stesso Paris a confessare: “Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. (…) A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell’inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare”.
E Amelia Rosselli, Melina come la chiamavano i genitori e la nonna Amelia Pincherle Rosselli, e come la chiameranno gli amici, conduce Paris, tenendolo quasi per mano, a ricostruire gli anni dell’infanzia parigina e del dramma che segnò la sua vita, quando i miliziani fascisti della banda dei cagoulards assassinarono suo padre Carlo. Comincia allora l’esistenza da esule e fuggiasca della poetessa, che approdò prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Proprio durante la traversata atlantica avvenuta su una nave mercantile, accanto alla madre Marion, con cui poi Melina cercherà in maniera sofferta di identificarsi, si manifesteranno le prime avvisaglie di quel male tremendo, la schizofrenia paranoide, che la accompagnerà per tutta la vita, la condurrà spesso a ricoveri nelle cliniche psichiatriche, dove verrà curata con gli elettroshock, e la porterà a sentirsi costantemente minacciata e spiata da emissari della Cia.
Il libro di Paris si sofferma altresì sugli anni degli studi musicali, di composizione e di etnomusicologia, sull’amore, anche questo sfortunatissimo, per il poeta Rocco Scotellaro, morto giovanissimo nel bel mezzo della relazione con la Rosselli e a cui Melina (che da lui si faceva chiamare Marion, con il nome della madre) dedicherà versi bellissimi e struggenti. Seguiranno gli “amorastri”, come li chiamava lei, con Carlo Levi e Mario Tobino, l’incontro con tanti artisti e intellettuali, soprattutto all’inizio con musicisti della scena internazionale, l’approdo alla poesia, l’amicizia con Pier Paolo Pasolini e quella, tormentatissima, con Dario Bellezza.
Renzo Paris ricostruisce da biografo quegli anni e quegli incontri, ma insieme raccoglie i suoi ricordi, prosegue il suo dialogo serrato con la poetessa amica. Nel ricordare gli incontri in un “baretto di piazza Argentina”, quando ancora la Rosselli abitava in lungotevere Raffaello Sanzio a Trastevere, confessa che “quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche” e che “le parole animavano ombre”.
Il libro prosegue ad animare ombre nel corso dei suoi capitoli, a inseguire Melina e quel suo modo graffiante e ironico, ansioso e spaventato di interpretare la propria esistenza, ma insieme alimenta una lettura critica dell’opera poetica. Paris suggerisce al lettore che la lingua quotidiana utilizzata dalla Rosselli era la stessa che si ritrova nei suoi versi e che “le sue parole sgorgavano fulminate dal suo interno martoriato”. Allo stesso tempo ripercorre, con continue riflessioni interpretative, i libri più significativi della Rosselli, Variazioni belliche, pubblicato da Garzanti nel 1964, Serie Ospedaliera del 1969 e che fu edito da Il Saggiatore, e Documento, anche questo uscito per i tipi di Garzanti, che risale al 1976 e raccoglie poesie scritte dal ‘66 al ‘73. A proposito di Serie ospedaliera, Paris scrive che non si possono leggere i suoi versi considerando solo l’aspetto biografico, piuttosto “bisogna stare dentro la sua idea di poesia universale, raggiunta attraverso la metapoesia, quella per così dire dodecafonica, anche se la presenza dei suoi genitori, di Rocco Scotellaro ‘il contadino dalle mani lunghe’ e di altri è il sottotesto”.
Renzo Paris si ripropone anche in questo libro, e in maniera particolarmente efficace, come il depositario e il difensore della memoria di un periodo particolare della scena poetica nazionale e in particolare romana. “Voglio essere per l’ultima volta – confessa – il custode di un mondo scomparso, evocatore di un’ombra, chiedendomi perplesso, chi mai sarà il testimone del custode”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi