LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG di Sandra Petrignani (Neri Pozza Editore)

Natalia Ginzburg scrive in Le piccole virtù che “la bellezza poetica è un insieme di crudeltà, di superbia, di tenerezza carnale, di fantasia e di memoria, di chiarezza e di oscurità”, per cui “se non riusciamo a ottenere tutto questo insieme”, il risultato risulterà “povero, precario e scarsamente vitale”. A ben vedere la vita, la singola esistenza di un individuo, è composta dagli stessi ingredienti disparati e discordi, è anch’essa un inestricabile complesso organismo di cose diverse e a volte opposte che la letteratura cerca solo di riproporre in una sequenza ordinata. La vita insomma, allo stesso modo della “bellezza poetica”, finirebbe per risultare “scarsamente vitale” se fosse totalmente piana, un flusso stabile e disciplinato di segmenti coerenti.

Sa bene tutto questo Sandra Petrignani che, alle prese appunto con la vita, da tradurre in narrazione biografica, dell’autrice di Lessico famigliare, in La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, recentemente edito da Neri Pozza, accetta di fare i conti con quel tanto di inesplicabile che ogni esistenza contiene, col suo grumo disordinato, e affronta il “ritratto” con il piglio della narratrice di storie, che sa benissimo che non c’è da spiegare ma solo da raccontare, non da giustificare, ma tutt’al più da comprendere.

Il racconto si muove accostando reperti biografici, riflessioni di carattere critico, considerazioni sugli stati d’animo della scrittrice, analisi sulla società civile e letteraria degli anni in cui visse, non isolando i temi in comparti coerenti, in sezioni ordinate a partire da un contenuto comune, ma scegliendo di seguire il fluttuante ondeggiare della vita, procedendo spesso per digressioni, anche se l’esistenza è quella di una donna timida e austera, all’apparenza triste, spesso silenziosa, come fu la Ginzburg, le cui opinioni, ricorda Sandra Petrignani, “stordivano, irritavano, innamoravano”. La vita è piena di tante cose, di appuntamenti e di abbagli, di perdite, cadute, tentennamenti, di momenti di felicità e di asprezze: la Petrignani segue Natalia nella sua crescita, spesso dolorosa, di donna e di scrittrice, nei rallentamenti e nelle paure, nelle ruvidezze e nei sentimenti contrastanti, con uno sguardo accorato e mai inquisitorio.

Natalia Ginzburg

Ma c’è di più: il ritratto veramente fedele è quello che in un solo volto e in una sola espressione di quel volto, riesce a far emergere tutti quanti i segni di una vita, gli incontri, le assenze, le vittorie e le sconfitte che quella vita hanno caratterizzato e che il corpo inevitabilmente, e si direbbe inconsapevolmente, ha finito per assimilare. La Petrignani è bravissima a far sì che nella stessa immagine di Natalia Ginzburg si componga e venga raffigurato anche l’affresco di un’epoca. Si guarda nella vita della scrittrice e intanto si percepisce l’atmosfera degli anni della ricostruzione morale e culturale che fece seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Si penetra a fondo nella sua vicenda esistenziale e intellettuale “costantemente oscillante fra vocazione autobiografica e sua negazione, trasparenza memorialistica e reticenza” e si ascoltano le voci di quanti le furono accanto, a cominciare dal primo marito Leone Ginzburg, da Cesare Pavese e Cesare Garboli, che la accompagnarono nel suo cammino culturale, ne compresero, sia pure spesso nella difficoltà determinata dal suo riserbo e dalla riluttanza quasi naturale a partecipare al gioco collettivo, lo spessore dell’opera e l’enorme importanza anche etica della sua scrittura.

Il libro della Petrignani ha il grande pregio di riportare la figura della Ginzburg al centro dell’attenzione e di restituirle un posto di primaria importanza nella vicenda letteraria del secondo Novecento, e insieme di imporre al lettore una riflessione, anche questa di carattere etico, sull’enorme differenza tra quegli anni (stiamo parlando nei decenni che seguirono la caduta del fascismo) e l’epoca in cui viviamo noi oggi: una distanza che la narrazione segnala almeno per quanto riguarda i valori che esprimeva quella che un tempo si chiamava la “società letteraria”, ma che inevitabilmente si estende al mondo della politica e in genere a tutta la società civile. Alla freddezza individualistica di questi nostri anni, al disinteresse per i destini altrui, spesso esibito come una qualità, al valore che si misura solo in termini di visibilità e consenso, le donne e gli uomini che vissero la complessa vicenda del dopoguerra sembrano opporre, nella accurata e notevolmente documentata ricostruzione che ne offre Sandra Petrignani, un impegno che viene coniugato sempre alla prima persona plurale, che fa uso costantemente del “noi” (del resto ossessivamente utilizzato dalla Ginzburg anche nei testi più autobiografici), la determinazione nel sentirsi parte di un progetto collettivo, l’idea che la crescita dell’altro arricchisca anche coloro che gli sono accanto.

Valga come esempio utile ad illustrare il clima di quegli anni quanto scrisse nel 1957 Natalia Ginzburg in Ritratto di un amico, ricordando i tempi che seguirono la morte di Pavese, avvenuta sette anni prima: “Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede tra chi si vuole bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e di proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti”.

Ne deriva un’attenzione assoluta e perentoria nei confronti della parola, che deve essere in grado di esprimere la verità, che non coincide con la realtà, ma è qualcosa di più profondo e di meno intellegibile. La Petrignani distende il suo sguardo premuroso ed esperto sulla vita e sull’opera della scrittrice e ci porta a scoprire che solo la parola che esprime la verità può essere in grado di riconsegnarci alle passioni della vita.

“Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusioni”: lo scrive la Ginzburg in Lessico famigliare ed è un’affermazione che bene si addice al nostro presente, che potrebbe rappresentare un viatico per affrontare lo stato di frustrazione morale in cui siamo piombati. Scrive ancora la Ginzburg in un articolo pubblicato nel 1950: “Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi”.

La letteratura dovrebbe servire a questo, suggerisce Natalia Ginzburg e le fa eco Sandra Petrignani, a risvegliare i sentimenti, a vincere l’indifferenza, a dare un’anima alla realtà. Anche per questo La corsara non è solo il ritratto di una grande scrittrice, tra le voci maggiori del Novecento, ma ha la forza delle migliori opere narrative, capaci di parlare di ognuno di noi e dell’epoca in cui viviamo, anche quando sembrano dire altro.

Natalia Ginzburg, le parole da non gridare

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere l’uno con l’altro indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: ‘Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna’ o ‘De cosa spussa l’acido solfidrico’, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo”.

Così scrive Natalia Ginzburg in Lessico famigliare, il romanzo pubblicato nel 1963, che contiene eventi e memorie della vita risalenti agli anni del fascismo, quando la scrittrice era poco più che una ragazza.

Natalia Ginzburg

Succede così, soprattutto nelle famiglie numerose, che l’inevitabile diaspora lasci intatto un frasario gergale, una sorta di idioletto ad uso familiare, capace di riattivarsi anche a distanza di anni e di ricostruire, appunto come un testo di una civiltà scomparsa, un’atmosfera, un ambiente culturale. Si scopre, con il passare del tempo e con il cambiamento di abitudini, di conoscenze e di frequentazioni, che quelle parole e quelle espressioni, che noi credevamo di uso comune, sono in effetti comprensibili nei loro riferimenti comunicativi, solo ad un ristretto numero di persone. Non solo: sono parole ed espressioni che contengono una forte carica emotiva, possono ad esempio generare subito il riso o richiamare momenti dolorosi, ma solo per noi e per pochi affini. Insomma la frase “De cosa spussa l’acido solfidrico” ha significato qualcosa di rilevante, accedendo a chissà quali allusioni, solo per Natalia Levi (questo il nome della scrittrice prima di sposare Leone Ginzburg) e per i suoi familiari.

C’è da dire però che la casa torinese dei Levi, anzi le varie abitazioni che si riferiscono al periodo raccontato nel romanzo, erano frequentate da personaggi che partecipavano attivamente, o l’avrebbero fatto di lì a poco, alle vicende politiche e culturali di quegli anni, attivi nel movimento antifascista, fuoriusciti o inviati al confino, o comunque scrittori e scienziati che sarebbero poi stati al centro della vita nazionale. Nella casa di via Pastrengo approdano, ad esempio, Filippo Turati (“lo ricordo, grosso come un orso, con la grigia barba tagliata in tondo, nel nostro salotto”), il fisico Franco Rasetti, Giancarlo Pajetta, Adriano Olivetti, che avrebbe poi sposato la sorella della scrittrice, e suo padre Camillo (“a me faceva impressione l’idea che quei cartelloni di réclame che vedevo per strada, e che raffiguravano una macchina da scrivere in corsa sulle rotaie d’un treno, erano strettamente connessi con quell’Adriano in panni grigio-verdi, che usava mangiare con noi, la sera, le nostre insipide minestrine”); vi arrivavano ancora Paola Carrara, che era figlia di Cesare Lombroso e che scrisse libri per l’infanzia, Vittorio Foa, naturalmente Leone Ginzburg, e in una foto campeggiava una giovane Anna Kuliscioff, a fianco della mamma della scrittrice

 

La scrittrice con Leone Ginzburg

Insomma, la Ginzburg parte dal ricordo dei momenti in cui quel vocabolario privato veniva creato e alimentato, per approdare ai grandi avvenimenti, sempre però visti da un’ottica familiare: racconta le storie quotidiane per dirci che la Storia, quella che si compone di eventi collettivi, non può prescindere dai piccoli fatti, da quanto accade all’interno delle mura familiari. Non è solo la grande Storia a ripercuotersi sulla vita dei singoli, ma sono per primi gli atteggiamenti domestici e quotidiani a modificare il corso della Storia.

Le parole in questa ottica risultano fondamentali. Così come sono capaci di ricomporre un’atmosfera e il senso di un mondo perduto, possono esprimere, con la loro semplicità, i valori di una quotidianità rigorosa e contenuta, contro la retorica di un regime che tendeva a esagerare i fasti e a voler far passare l’enfasi e la ridondanza per gloria. Contro la verbosità ampollosa di Mussolini e dei suoi simili, Natalia Ginzburg propone il lessico famigliare della linearità e della essenzialità.

Anche per questo Lessico famigliare sarebbe lettura da riproporre oggi, anche ai più giovani, come antidoto contro la barbarie di un linguaggio sempre gridato ed esagerato, come è quello della politica dei nostri giorni, come medicina preventiva, per evitare di credere che le soluzioni importanti passino solo attraverso un linguaggio complicato e poco chiaro. E’ anche il libro che ci permette di capire che quello che diciamo tutti i giorni, anche nell’ambito ristretto della famiglia, del piccolo gruppo di amici, ha un suo valore, una propria forza che, a distanza di tempo, può prodigiosamente proporre i suoi effetti.