Terra, poesie per la rivista Svirgole

Il primo numero della rivista Svirgole, i quaderni di arteterapia pubblicati da Libriliberi e voluti dalla Associazione C.R.E.T.E. (Centro Richerche Europeo Terapia Espressiva), è dedicato al tema delle Mappe e curato da Lucilla Carucci e Ilaria Innocenti. La rivista, molto elegante nella grafica e per le immagini che propone, in gran parte realizzate da Paola Becucci, contiene interventi di grande intere

sse, nati a seguito della mostra Mappe della stessa Lucilla Carucci e di Tano Giuffrida (se ne parla in questo stesso blog alla pagina: http://giuseppegrattacaso.it/rendere-visibile-il-mondo-le-mappe-di-carucci-e-giuffrida/ ).

Svirgole ospita anche alcuni miei scritti, tra cui le poesie di Terra.

Pubblico qui i primi quattro componimenti dei nove che compongono il testo.

 

1.

L’occhio che cerca avido l’approdo
tra il velo della nebbia sopra il mare
e il fogliame di stelle, non rinuncia
a tentare altra strada. Nell’azzardo
della notte che tempera in catrame
la grotta delle nubi, gira in tondo
l’imbarcazione, non c’è altra contrada
che quella esatta dell’inconcludenza,
l’inutile virtù della partenza.

 

2.

Si cerca terra, ma non è la meta,
la conquista di porto e terraferma
che ci sostiene, ma lo smarrimento
d’essere soli, tutto intorno è spugna
che espande e che trattiene, il nostro viaggio
non avanza più in là della domanda,
distribuisce freddo nelle vene,
eppure proseguiamo, non c’è sosta,
verso l’approdo ignoto della costa.

 

3.

Ha un solo grande occhio il telescopio,
ma guarda tutto, vigila paziente
sull’alfabeto morse delle stelle,
sul battito dei cuori, il luccichio
che prima suona alto e poi si appanna
in lieve sonnolenza, chiede gli anni
che distano da qui sperduti soli,
se hanno intorno a sé pietre danzanti,
in preghiera, dervisci roteanti.

 

4.

Durerà venti forse venticinque
milioni di anni, se teniamo il passo,
il viaggio che ci porta ancora a terra,
se non accade nello spostamento
che noi invecchiamo troppo o che il pianeta,
per ora uguale a noi, cambi d’aspetto,
anzi potrebbe rivelarsi carta
geografica di un mondo superato,
il quartiere da altri abbandonato.

(Foto di Paola Becucci)

Non si ascolta voce

Nessun lamento, non si ascolta voce
che implori né singhiozzo, sta in silenzio
la casa mentre perde i connotati,
si svuota dei cimeli pezzo a pezzo,
di barattoli e sedie, degli sguardi
ordinati con cura nei cassetti,
svaporano i sorrisi degli sposi
ancora in posa, solo un brontolio
s’alza dal ventre, come le pareti
avessero fermato un terremoto,
un male sordo che non trova sfogo,
occulto dramma che rimane opaco,
inconfessato tra la porta e il cuore.

Conto alla rovescia

(ph. g,grattacaso)

 

 

Ci piace che l’attesa sia racconto
in senso inverso, quello che sarà
speranza cui si approda a marcia indietro,
conteggio certo che prospetta il viaggio
all’ora zero, per esaurimento
del tempo dato il varo della nave,
il razzo che è lanciato verso il cielo
è scatto quando svetta il passo morto.
Numeriamo l’auspicio da infinito
al punto senza tempo, l’ora assente
ci stimola all’imbarco, all’avventura
verso il tragitto ignoto: è proprio il niente,
quell’attimo di vita insospettabile,
per privazione per insufficienza,
che vorremmo durasse, quota zero
che festeggiamo, lì finisce il tempo
ed ha inizio il mondo che farà.

 

 

Il canarino

(versi fischiati a Saba)

nel mondo dei volatili mi perdo
U. S.

 

Hai chiuso tante volte la finestra
perché volasse nella stanza angusta
il canarino, forse gli fischiavi
per essergli vicino, diventavi
esile, tutto piume, becco a becco
gli porgevi il panìco, quello prodigo
lo spargeva dintorno, vecchio Saba
cercavi di volare, con che grazia
lanciavi le tue attese verso il cielo,
perché sognavi d’essere un uccello
dentro la gabbia, nell’angusta stanza,
e dalla gabbia a tutto quell’azzurro
ti dedicavi, era lì la vita,
nel frullo senza pena delle ali.

 

Saba e i canarini

La poesia è inclusa nel mio libro Il mondo che farà (Elliot).

Riporto quanto ho scritto nella nota che conclude il libro a proposito delle circostanze da cui sono nati questi versi:

Per quanto riguarda Il canarino mi piace ricordare che quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera, posta a introduzione della raccolta nell’edizione del 1965 data alle stampe da Mondadori, rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. «Un’altra volta» scrive Quarantotti Gambini nella lettera «stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole».

 

COMICA FINALE

(tre poesie per Laurel and Hardy)

Sessanta anni fa, il 7 agosto del 1957, moriva Oliver Hardy. Aveva 65 anni. Negli ultimi tempi era stato vittima di un infarto e poi di un ictus, che lo avevano costretto ad una dieta rigidissima. Stan Laurel ebbe poi alcune offerte di lavoro, che rifiutò, poiché aveva deciso di non recitare più senza Hardy.

Da trent’anni penso di scrivere qualcosa sulla loro arte. Spero di esserci riuscito ora. In queste settimane ho rivisto molti dei loro film e, per la prima volta, un video amatoriale, girato dai familiari di Stan pochi mesi prima della morte di Oliver. Anche Laurel era stato colpito, in quel periodo, da un ictus, che rendeva precari i movimenti della parte sinistra del corpo.

 

1.

Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.

2.

Non c’è niente che sia davvero facile,
nessun passo di danza o acrobazia
che accorci la distanza. Fedeltà
a vana cianfrusaglia, la zavorra
inutile, l’orpello, il giro a vuoto
aiutano a capire che la vita
spesso divaga, che l’inesattezza
porta a contatto con la verità.
Non c’è tetto, nessuna costruzione
che possa sopportare un’esplosione,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è un tuffo dentro una pozzanghera,
l’interno di una stanza traboccante
di oggetti da sfasciare, vanità
è credere che esista il gesto esatto,
la strada breve, un unico espediente.
La caduta, il passo falso è ballo,
movimento impacciato è uguale a grazia.

3.

Una mattina del cinquantasei,
in un filmino ad uso familiare
Oliver Hardy guarda stralunato
e sorridente verso l’obiettivo.

Non c’è didascalia, la scena muta
ce lo propone davanti la sua casa
in mezze maniche, pantaloni larghi,
l’atteggiamento allegro e sofferente.

Al suo fianco Stan Laurel in giacca grigia,
cravatta a righe, recita la parte:
un frullo d’ali, smorfia alzando il mento
per annuire, siamo ancora qui.

La comica finale ora è un dolente
addio al mondo, l’ultima pellicola
girata insieme, ma non cade niente,
tutto sta in piedi per la prima volta:

non c’è moglie che gridi o piatto rotto,
un tetto che si sbricioli, la sedia
che si fracassi, arcigno poliziotto
che chieda il conto. Tutto è già distante,

sceneggiatura insignificante,
non sanno cosa fare, eppure insieme
rimangono per sempre, è questo il film,
la vita che si tiene i suoi cimeli.

Laurel non muove mai il braccio sinistro,
Hardy è più magro di settanta chili.

 

 

Umana, troppo umana: una poesia per Marilyn

L’editore Aragno ha recentemente pubblicato l’antologia di poesie Umana, troppo umana, dedicata a Marilyn Monroe, in occasione dei novanta anni dalla nascita. Questo è il mio contributo al volume, curato da Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo.

 

 

Preghiera (a M.)

Ave, Marilyn, piena di tua grazia
e di tristizia, splendida tra tutte
le donne e maledetta, unica dea
che compare nei sogni degli umani
in gonne sollevate dalla furia
dei fiati sotterranei, metropolitani
riprovevoli abissi, e reggiseni
di linde trasparenze, et benedictus
tuo seno senza gioia solo sfiorato
dall’amore di mani, da milioni
d’insaziabili occhi, e preservato
da morte, sempre uguale nei secoli
dei secoli, lo sguardo che non muore
affatturato, avvocata nostra,
inerme tu, sprovvista di difesa,
da noi invocata, come noi esclusa
dal paradiso, sei senza peccato
senza letizia: nell’eternità
la biondissima aureola sfolgorante
ci faccia luce e la luce illuda
che sia senza vecchiaia l’aldilà.
Marilyn madre, Marilyn mia donna,
amante nostra e mai Marilyn sposa,
prega per noi che abbiamo tanto errato
con l’animo vagante e intrappolato
da sempre in cerca, come tu hai cercato
senza riposo il frutto immacolato,
ora pro nobis, se tu sai implorare
e se puoi farlo dalla tua dimora
prega per noi che ti desideriamo
per non averti mai, nunc et in hora.

 

 

 

Anno nuovo

Penseremo possibile una svolta,
mutamento nel ritmo della marcia
per adeguarci ai tempi accelerati
che impone l’era, ai forsennati scatti
digitali, alle brusche alterazioni
negli assetti. Forse ci coglierà
per rinnovata sfida o infermità
di morbo antico, l’impazienza
di scosse, di trasalimenti, voglia
di rubare ai giorni emendamenti,
lezioni sconosciute, variazioni
al consueto regolare svolgimento
delle fatalità. Vogliamo breccia
nella compostezza, un’oscillazione
nella tenuta solita dei patti,
che una faglia rovini l’equilibrio
e ci riporti al passo vacillante
che era di giovinezza. Accadrà
invece poco o nulla, l’universo
proseguirà con pochi impedimenti
per il suo verso, noi rovisteremo
sia giorno o notte il cielo alla scoperta
del tempo che farà, domanderemo
alle stelle lontane, alle galassie
se sia sensato il balzo, che distanza
passi tra dove siamo e la felicità.

(ph. G. Grattacaso)

La poesia del pane

E’ stato pubblicato in questi giorni il libro Pane e Poesia, che raccoglie ricette di cibi poveri, a base di pane, e versi.  All’interno una mia poesia, che riporto di seguito.

La tenera esistenza dei panini
che cercano la stretta delle mani,
sentirsi in pugno, il garbato assalto
delle dita arpionanti la corteccia,
è breve viaggio in cerca di abbandono,
essere d’altri vita trangugiata
in dolci cedimenti, ma la voglia
dello sciogliersi in briciole dolenti,
del lasciarsi finire bacio a bacio,
come fosse la morte in ogni morso
sfinito godimento, è voluttà,
fibra che sfalda, ansito d’amore
che squarcia e in nuova vita si compone.

Boulangerie (ph. Grattacaso)

Boulangerie (ph. Grattacaso)

A metà strada tra il ricettario di cucina e l’antologia poetica, Pane e Poesia nasce per contribuire a diffondere la sensibilità antispreco, offrendo uno spunto di riflessione su quanto il cibo, e in particolare il pane, alimento così simbolico. sia un tema sempre presente e vivo nell’ispirazione poetica, trattato qui dai poeti che hanno donato le loro poesie, come annota Vincenzo Guarracino “spezzando parole come pane, trattando cioè ognuno, alla propria maniera, il tema della fame e del soddisfacimento del bisogno primario dell’alimentazione con parole adeguate, su registri e da angoli visuali suoi propri e peculiari”.

La vendita di questo libro contribuisce a sostenere l’attività del Banco Alimentare della Lombardia Onlus per il suo servizio “Siticibo”, che attraverso volontari recupera le eccedenze di cibo fresco e cucinato per donarlo a strutture di carità e assistenza che aiutano i bisognosi.

Sono presenti nell’antologia, tra gli altri, Sandro Boccardi, Tiziano Broggiato, Franco Buffoni, Luigi Cannillo,  Emilio Coco, Michelangelo Coviello, Nino De Vita, Luigi Fontanella , Tomaso Kemeny, Vivian Lamarque,  Valerio Magrelli, Franco Manzoni, Giulia Niccolai, Alessandra Paganardi, Daniela Pericone, Alessandro Quattrone, Maria Pia Quintavalla, Alberto Toni.

Il libro verrà presentato a MILANO mercoledì 16 dicembre, Spazio Coviello, via Tadino 20, ore 18.30;
a COMO venerdì 18 dicembre, Sala “Turbina” c/o sede Espansione TV-Coop. Editoriale Lariana, via Sant’Abbondio 4, ore 18.30.

pane e posia copertina[1]

La nuvola di Orione

Per esempio la nuvola di Orione
è massa in divenire assai scomposta,
cioè disordinata e indisponente,
di stelle giovani, molecole disperse,
fiammate d’artificio, crepitanti
trasalimenti, uragani di petali,
rose di venti, dischi planetari,
pietre vaganti, fumi, filamenti
che tra milioni d’anni brilleranno
di luce propria, corpi incandescenti
nel firmamento, o ancora vita ignota
saranno senza nome e condizione
riconosciuta e soddisfacente,
posto assegnato. Non esiste modo
di dare un senso al cielo inessenziale
e sbilanciato. Siamo noi i sapienti,
i diligenti, ordiniamo il mondo
sopra scaffali, mensole, contiamo
le stelle, le galassie, diamo un nome
agli ammassi di luce. Una ragione
che non sappiamo ha pure l’universo,
una missione, un punto d’equilibrio,
questo speriamo, un definito assetto.
Da qualche parte ci sarà un progetto.

(da La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto 2013)

 

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

Pluton Portraits 1

Ha rughe incise al fondo di pianure
e lungo gli occhi, segno si saggezza
o di stanchezza per l’eterno giro
lontano da ogni centro. In primo piano
la cute secca per invecchiamento
e per fatica, dio di rapimenti
e di trasalimenti, grigio nume
sorvegliante di sé, ergastolano
e carceriere, mostri la tua fronte
segnata dalle macchie sulla pelle,
la regale pupilla, sguardo ghiaccio
e già distante. Il ritratto fissa
i brufoli, le piccole escrescenze,
il gelido respiro dei crateri,
l’epidermide glabro ed acciaccato,
la coltre d’elefante, un vasto canyon
tra muscolo e montagna arrugginito.

 

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)