“Non dovevano emigrare”

Spesso di fronte alle tragedie, ormai sempre più frequenti nel Mediterraneo, che portano alla morte di tanti emigranti diretti verso il nostro Paese o verso altri approdi, c’è chi afferma, con più di una punta di cinismo, che “non dovevano partire”.
La risposta è in questa pagina di Edmondo De Amicis, tratta da Sull’oceano. Lo scrittore è imbarcato sul piroscafo Galileo, partito da Genova e in rotta verso il Sud America. In terza classe tanti emigranti, provenienti da ogni parte d’Italia. De Amicis è a colloquio con un giovane padre, un contadino che tenta di spiegare le ragioni che sono alla base delle sua scelta.
Il romanzo è pubblicato nel 1889. Il dipinto in copertina è di qualche anno prima, più o meno ai tempi del viaggio raccontato da De Amicis. Si tratta de Gli emigranti, opera di Raffaello Gambogi. Il quadro è conservato al museo fattori di Livorno.

— I ga un bel dir: No emigré, no emigré. Mi faceva ridar il cavalier Careti (chi sarà stato questo cavalier Careti?): voi fate male, voi fate male. Mi diceva che ogni emigrante che parte porta via al paese un capitale di quattrocento franchi. Tu vai a consumare e a produr fuori, tu fai un danno al tuo paese. Cossa ghe par a lù de sta maniera de razonar, la me diga? Mi diceva anche che avevo torto di lamentarmi delle tasse perchè più che le tasse son forti, tanto più il contadino lavora, e così tanto più produce. Piavolae, la me scusa, diga mi. Io non so niente di queste cose, gli rispondevo. Mi so che me copo a lavorar, e che no cavo gnanca da viver, mi e mia muger. Mi emigro per magnar. Lù me consegiava de spetar, che i gh’avaria bonificà la Sardegna e la maremma, e messo a man a l’agro romano, che i gavaria verto i forni conomiçi e le banche, e che el governo gera a drio a megiorar l’agricoltura. Ma se intanto mi no magno! Oh crose de din e de dia! Come se ga da far a spetar co’ no se magna?

Incoraggiato dal mio consenso, allargò il campo del discorso, e cominciò a metter fuori quelle idee generali, che ogni uomo del popolo d’oggi ha più o meno confuse nel capo, intorno alle cause del malo andamento delle cose: si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, e quindi zo tasse, e alla povera gente nessuno ci pensa: le cose solite; ma che non paiono mai tanto vere e tristi come quando si senton dire da uno, che ne esperimenta gli effetti nella miseria propria, e a cui nessuna consolazione si può dare, neppur di parole. E giusto io pensavo, mentre egli mi diceva che dopo una giornata di fatiche non trovava sulla tavola che una zuppa di brodo di cipolle, e che la notte si svegliava per l’appetito, ma non si aresegava a mangiare per non scemare il pane ai figliuoli, che già l’avevano scarso, pensavo a che cosa m’avrebbero servito tutte le alte ragioni, che mi s’affacciavano alla mente, di necessità storiche, di sacrifizio del presente all’avvenire e di dignità nazionale. La società, che in nome di queste cose gli chiedeva tanti sacrifizi, non gli aveva neppure insegnato a comprenderle, e mi sarebbe parso, dicendogliele, d’insultare la sua miseria. E lo stavo a sentire con quell’aspetto quasi vergognato col quale tutti oramai ascoltiamo le querele delle classi povere, compresi del sentimento d’una grande ingiustizia, alla quale non troviamo riparo nemmeno nell’immaginazione, ma di cui tutti, vagamente, ci sentiamo rimorder la coscienza, come d’una colpa ereditata.

Ah no! — disse scrollando il capo. — Come che xè el mondo adesso, la xè una roba che no pol durar. La ghe va massa mal a tropa zente. — E mi parlò delle miserie che si vedeva intorno, delle storie compassionevoli che sentiva a prua, appetto alle quali gli pareva ancora di essere dei meno sfortunati. Ce n’eran di quelli che non avevan più mangiato un pezzo di carne da anni, che da anni non portavan più camicia fuor che i giorni di festa, che non avevan mai posato le ossa sopra un letto, e pure avevan sempre lavorato con l’arco della schiena. Ce n’era che, fatte le spese del viaggio, sarebbero arrivati in America con due scudi in tasca, e che ogni giorno mettevano da parte in una sacca un poco di galletta, per aver qualche cosa da rodere a terra, e non dover chieder l’elemosina, quando non avessero trovato lavoro nei primi giorni. Ne conosceva più d’uno, che per non arrivare in America scalzo, teneva legato intorno ai piedi con un filo di spago quell’unico paio di scarpe in pezzi che gli rimaneva, e ci metteva la testa sopra di notte, per paura che gliele portassero via.

— E la senta — soggiunse — ghe xè de quelli che i gh’ha fato tanto cativa vita, che i xè partii tropo tardi, e i va in America a farse soterar. — E m’indicò un contadino sui quarant’anni, seduto poco discosto da lui, col capo scoperto e grondante di sudore, chinato nelle mani scarne, che gli tremavano. Aveva una febbraccia che non lo lasciava mai, presa nelle risaie, e non reggeva più nulla sullo stomaco. Una notte (ma non doveva risaperlo nessuno) egli l’aveva afferrato, che si voleva buttare in mare, e sporgeva giù con tutto il busto di fuori; e dopo d’allora sua moglie non lo perdeva più d’occhio: una disgraziata che faceva più compassione di lui.— La varda ela, che robète! — (Guardi lei, che cose!) E diceva tutto questo con tristezza, ma senza acrimonia, non per ossequio a me, ma per quella coscienza confusa, comune a molti tra ’l popolo, e derivata in parte dall’idea religiosa, in parte da intuizione propria, che la miseria del maggior numero sia più che altro effetto d’una legge del mondo, come la morte e il dolore, una condizione necessaria dell’esistenza del genere umano, che nessun ordinamento sociale potrebbe radicalmente mutare.

Basta — , concluse, rimettendo la pipa in tasca, e posando le mani sul capo del suo bambino — , che il Signore me la mandi buona. 

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