Laurel e Hardy, una sconnessa armonia

In una scena particolarmente ispirata del film Stanlio & Ollio, in questi giorni nelle sale, i due attori sono a Londra nella camera di albergo di Oliver, vittima qualche giorno prima di un attacco di cuore. L’incidente è avvenuto proprio nel momento di maggior successo della serie di spettacoli che aveva portato i due popolari comici nel Regno Unito. La tournée è divenuta trionfale pur essendo cominciata qualche settimana prima in sordina, in piccoli teatri di provincia. Babe (è il nome con cui Hardy veniva chiamato dai più intimi) chiede a Stan di tirargli su la coperta perché non riesce a vincere il freddo. Il magro lo fa e poi, vestito com’è, si infila anche lui nel letto, al fianco dell’amico.

Quante volte il letto è stato al centro dei cortometraggi di Laurel e Hardy, quante volte i due hanno tentato di dormire insieme «come due piselli in un baccello»! Ma che ci fanno un grassone e un magrolino nello stesso letto, che è poi il nucleo sentimentale e confortante di ogni casa, se non tentare appunto di farsi caldo, di difendersi dal mondo, di sistemare oggetti e avvenimenti in un ordine rassicurante?

Una pellicola del 1929, They Go Boom (L’espolsione), prende l’avvio appunto con i due protagonisti che stanno dormendo nello stesso letto. Stan russa producendo uno strano sibilo prolungato, Ollie è agitato dai colpi di tosse. Un accesso più violento degli altri farà sollevare rumorosamente la tendina della finestra. È l’inizio di una serie di disastri, che culminano con il tentativo di Ollio di riempire nuovamente d’aria il materasso, che intanto si è afflosciato, attaccandone il tubo alla canna del gas. Per un movimento maldestro, che diventa inevitabilmente un inciampo del destino, il materasso continuerà a gonfiarsi fino ad esplodere in seguito ad un nuovo più forte colpo di tosse.

C’è sempre qualcosa di struggente e di rivoluzionario nelle azioni di Laurel e Hardy, il senso perenne della sconfitta che non diventa mai resa, l’immediatezza della catastrofe che genera sconquasso eppure si accompagna al desiderio, anzi alla nostalgia dell’ordine. Stanlio e Ollio cercano ogni volta di mettere a posto quello che loro stessi hanno contribuito a confondere, di costruire o ricostruire, di ricominciare proprio da quel momento in cui gli oggetti erano immobili e sembravano obbedire ai comandi. Ma i loro movimenti generano altri dissesti, la rincorsa verso una sistemazione disciplinata è disperata. Il mondo non li sostiene e non li protegge, i conti non tornano, gli spazi sono troppo stretti perché non si crei inciampo.

Stanlio e Ollio sono due uomini che hanno perso il filo del procedere, solo perché il filo in fondo non c’è e loro pensavano fosse possibile un’altra strada. Sanno che nessuna sistemazione è davvero attuabile, lo leggiamo negli sguardi, nel movimento delle mani di Stan quando si tocca i capelli, nel frullo delle dita di Oliver intorno alla cravatta, nei loro sorrisi vagamente perplessi, nei gesti sconnessi. Eppure continuano a tentare di dare una sistemazione ordinata, o quantomeno lineare, agli oggetti che hanno intorno. Ma le cose al loro posto proprio non sanno stare, il mondo è di fatto caotico. Non c’è niente di veramente rassicurante nella loro comica disfatta.

Nel cortometraggio The Finishing Touch (Tocco finale) sono due operai alle prese con la costruzione di una casa. Superati una serie di ostacoli, l’edificio è in piedi, il proprietario li paga, ma un uccello si posa sul tetto e una finestra si stacca dal fabbricato. È l’inizio del crollo. Nella patria del trionfo borghese, della home, sweet home, Stan e Ollie ci dicono che tutto può rovinare, raccomandano di guardarsi dai miti dell’opulenza e della stabilità. La loro grandezza è nella grazia sorniona dei movimenti sgangherati, nella gravezza che si risolve in levità e dolcezza, nella risposta garbata alla violenza, nel bon ton che scivola nello scherno. La sintesi di questa sconnessa armonia è nei balli, spesso inseriti nei film, di cui sono protagonisti. È in quei movimenti goffi e buffi il compendio assoluto della leggerezza.

Fa bene, dunque, il regista del film nelle sale, Jon S. Baird, a ritornare più volte sui loro passi di danza, a chiudere il film con l’ultima esibizione insieme in palcoscenico con Ollie che, malgrado sia provato dalla malattia, vuole a tutti i costi concludere il percorso comune con uno dei loro più celebri balletti. La vita della coppia finisce lì, nella delicata e appesantita evanescenza della loro danza. Straordinari gli interpreti Steve Coogan e John C. Reilly, che aderiscono ai personaggi emotivamente, prima ancora che fisicamente, riproducendo la sapienza artistica del duo anche nelle piccole vicende quotidiane.

Va detto che il film, che è una sorta di adattamento del libro Laurel & Hardy – The British Tours di A. J. Marriot, lascia intravedere la potenza espressiva di Stan e Ollie solo nel momento del declino, raccontando la loro tournée del 1953 nel Regno Unito e in Irlanda. Un’esperienza difficile e significativa, che li porterà a rendersi conto di come la loro amicizia vada ben oltre le esigenze del set e sia stata alimentata, e non intaccata, dal successo cinematografico. Babe non si riprenderà più dalla malattia che comincia a minarne il fisico proprio nel corso di quelle esibizioni. Morirà, dimagrito di settanta chili, nell’agosto del 1957. Stan gli sopravviverà fino al 1965, continuerà a scrivere copioni per Stanlio e Ollio e non farà più nessuna apparizione in pubblico.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Comica finale. Poesie per Stanlio e Ollio

E’ da qualche giorno nelle sale italiane il film Stanlio & Ollio di Jon S. Baird con gli straordinari Steve Coogan nei panni di Laurel e John C. Reilly in quelli di Hardy.

Nel mio libro Il mondo che farà (Elliot), di recente pubblicazione, sono presenti tre poesie dedicate a Laurel e Hardy, con il titolo Comica finale. Era da sempre che tentavo di scrivere sui due comici che hanno reso più felice la mia infanzia e la mia vita, poi finalmente è successo un paio di anni fa. Intanto avevo scoperto che Stan Laurel e Oliver Hardy erano anche due poetici e geniali interpreti del mondo.

Pubblico qui le prime due poesie di

Comica finale
1.
Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.
2.
Non c’è niente che sia davvero facile,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è tuffo dentro una pozzanghera,
la caduta, il passo falso è danza,
nel goffo movimento è la bellezza.

 

 

COMICA FINALE

(tre poesie per Laurel and Hardy)

Sessanta anni fa, il 7 agosto del 1957, moriva Oliver Hardy. Aveva 65 anni. Negli ultimi tempi era stato vittima di un infarto e poi di un ictus, che lo avevano costretto ad una dieta rigidissima. Stan Laurel ebbe poi alcune offerte di lavoro, che rifiutò, poiché aveva deciso di non recitare più senza Hardy.

Da trent’anni penso di scrivere qualcosa sulla loro arte. Spero di esserci riuscito ora. In queste settimane ho rivisto molti dei loro film e, per la prima volta, un video amatoriale, girato dai familiari di Stan pochi mesi prima della morte di Oliver. Anche Laurel era stato colpito, in quel periodo, da un ictus, che rendeva precari i movimenti della parte sinistra del corpo.

 

1.

Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.

2.

Non c’è niente che sia davvero facile,
nessun passo di danza o acrobazia
che accorci la distanza. Fedeltà
a vana cianfrusaglia, la zavorra
inutile, l’orpello, il giro a vuoto
aiutano a capire che la vita
spesso divaga, che l’inesattezza
porta a contatto con la verità.
Non c’è tetto, nessuna costruzione
che possa sopportare un’esplosione,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è un tuffo dentro una pozzanghera,
l’interno di una stanza traboccante
di oggetti da sfasciare, vanità
è credere che esista il gesto esatto,
la strada breve, un unico espediente.
La caduta, il passo falso è ballo,
movimento impacciato è uguale a grazia.

3.

Una mattina del cinquantasei,
in un filmino ad uso familiare
Oliver Hardy guarda stralunato
e sorridente verso l’obiettivo.

Non c’è didascalia, la scena muta
ce lo propone davanti la sua casa
in mezze maniche, pantaloni larghi,
l’atteggiamento allegro e sofferente.

Al suo fianco Stan Laurel in giacca grigia,
cravatta a righe, recita la parte:
un frullo d’ali, smorfia alzando il mento
per annuire, siamo ancora qui.

La comica finale ora è un dolente
addio al mondo, l’ultima pellicola
girata insieme, ma non cade niente,
tutto sta in piedi per la prima volta:

non c’è moglie che gridi o piatto rotto,
un tetto che si sbricioli, la sedia
che si fracassi, arcigno poliziotto
che chieda il conto. Tutto è già distante,

sceneggiatura insignificante,
non sanno cosa fare, eppure insieme
rimangono per sempre, è questo il film,
la vita che si tiene i suoi cimeli.

Laurel non muove mai il braccio sinistro,
Hardy è più magro di settanta chili.