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TUTTE LE POESIE di Biancamaria Frabotta (Mondadori)

Non c’è poesia che non voglia porre domande. Anche quando i versi sembrano suggerire certezze o marciare solidi verso una verità, contengono, nel loro profondo, qualcosa che consuma e corrode, che pone il lettore consapevole sul terreno sdrucciolevole in cui ogni interrogativo ci fa precipitare. Una poesia se ne va sicura fino a quando non inciampa, più o meno direttamente, in un dubbio, finché non si produce in un imprevisto tentennamento.

Biancamaria Frabotta

La poesia di Biancamaria Frabotta, fin dall’esordio avvenuto nel 1971 sulla rivista Nuovi Argomenti, si muove in un territorio abitato da mille quesiti. Avviene però, soprattutto nelle prove più recenti, che non sia la voce poetica a proporre le domande, a procurare lo stato di incertezza. Essa piuttosto le raccoglie, provenienti, ci sentiamo di dire, dal mondo che è intorno, dalle cose e molto più spesso dagli elementi della natura, dai piccoli o meno piccoli mille eventi del quotidiano, che si pongono incerti e titubanti, non più sicuri del loro posto, in qualche modo agitati da una brezza, un frastuono, un pensiero, che li scuote e che genera oscillazione. Anche l’ambiente naturale, pur quando sembrerebbe in pace con se stesso e con chi, innanzitutto il poeta, lo abita e lo descrive, si pone perplesso a chiederci conto della nostra condizione, a dirci che nel nostro mondo ogni cosa è di fatto vacillante o perlomeno variabile.

Un libro raccoglie ora le poesie che Frabotta ha scritto tra il 1971 e il 2017. Il volume di Tutte le poesie, pubblicato nella collana mondadoriana de Lo Specchio, contiene i versi a partire dalla raccolta Il rumore bianco del 1983, che già a suo tempo presentava al proprio interno le poesie della precedente plaquette Affeminata, fino ad arrivare ai testi poetici, finora inediti in volume, di La materia prima, ed è arricchito dalla postfazione di Roberto Deidier e della nota biobibliografica di Carmelo Princiotta. Negli oltre quarantacinque anni durante i quali si è sviluppato il percorso in versi della poetessa romana sono da enumerare inoltre le pubblicazioni de La viandanza del 1995, di Terra contigua (1999), La pianta del pane (2003), Da mani mortali, che è del 2012.

“Oltre la soglia del letargo, una foglia / pende ancora a lato del legno, trema, / si rimette al vento con l’astuzia dei deboli. / Ha conosciuto la pietra e l’agio delle erbe / la prima generazione dei biancospini. / Irti più del filo spinato che li regge / proclamano la resistenza all’inverno / mentre un riemerso brulichio di molti / silenziosamente li lavora nel tepore”. Come nella poesia La prima generazione dei biancospini, che fa parte della raccolta Da mani mortali, la natura è anche il luogo della caducità e della conseguente lotta per resistere. Nella natura si specchia la fugace presenza dell’uomo, che ha mani mortali appunto, così come inevitabilmente passeggera è la foglia. Le mani dell’uomo sono destinate a perire, allo stesso modo finiscono le opere che quelle mani producono. Il corpo, che è l’altra presenza ricorrente fin dalle prime raccolte nella poesia della Frabotta, non può che essere fragile, ma, allo stesso tempo, non può che essere forte, in quanto è il solo strumento che abbiamo per conoscere il mondo. “L’orecchio, il naso, la bocca / camerieri d’una eccellente / portata o, ostinatamente / s’attengano a un respiro / regolare, piatto base nel / menù del giorno / garantiscono la vita a basso costo / abili artigiani della sopravvivenza. / E l’occhio? Oh l’occhio, senza / offesa per nessuno, è ben altro. / Vi entrava la vita, vi si addentrava. / Ed io che la riempivo di me per non deluderla / o la dimenticavo, meschina, per non violarla”.

Da una parte c’è il corpo, con i suoi inesorabili impedimenti, dall’altra la Storia, o forse meglio il Tempo, che poi non è quel succedersi ordinato di vicende, che siamo portati ad immaginare, e nemmeno produce il verificarsi esatto di cause ed effetti. Il Tempo è piuttosto un magma poco disciplinato, un complesso, a tratti oscuro, mescolarsi di passato e presente, destinati a diventare, con l’avanzare dell’età, come i segni sul dorso della mano, “il ricamo / di esperienza e dimenticanza”.

L’oggetto primario delle attenzioni non può essere allora che il “prezioso rivestimento”, quel corpo che ormai è quasi altro da se stessi, un altro da curare con lo sguardo preoccupato di “una madre apprensiva”: “Di me non mi curo, ma di te / soltanto, giorno e notte / come una madre apprensiva / come la più noiosa delle spose / e tu mio caro prezioso rivestimento / giustamente ribelle a ogni emolliente / iniquamente mi bistratti”.

La parola intanto continua a prodursi in malcelato stupore e in domande. E’ una parola che diventa, nella poesia della Frabotta, con il trascorrere delle raccolte, sempre più animata da una vaga ironia, da un disincanto che non produce indifferenza, ma anzi sembra aderire con struggente amorevolezza alla perplessità degli oggetti e della Natura. A partire da La pianta del pane, e soprattutto nelle ultime due raccolte, la lingua è meno spinosa e contundente, si fa più dialogante. Scrive la poetessa nelle prose di Ultime dalla terra di nessuno, che chiude il corpus delle poesie, “Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi”. La lingua peraltro è costantemente in cerca di quella parola che sappia entrare in relazione con la Natura, “con i suoi eterni lavori, non i suoi idilli”, con “il miracolo delle sue lingua non umane”.

Biancamaria Frabotta ha segnato la poesia italiana degli ultimi decenni con sensibilità e determinazione: inizialmente proponendosi come voce soprattutto al femminile (“Divenni femmina nel linguaggio prima che nel corpo”) e con toni spesso aspri e severi, poi con uno sguardo sempre rigoroso, ma capace di di esprimersi con una vena malinconica, un’adesione più docile e conciliante alla sofferenza e alla bellezza del mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

MADRE D’INVERNO di Vivian Lamarque (Mondadori)

La raccolta di Vivian Lamarque Madre d’inverno, recentemente pubblicata nella collana Lo Specchio di Mondadori, è un libro compatto e di solida struttura, nel quale la poetessa affronta, ancor più che in precedenti prove, l’argomento che ritorna ossessivamente nella sua opera, presente a partire dai primi libri ed ora qui riproposto con nuova forza. La Lamarque, con la maniera tutta sua con la quale riesce a coniugare fragilità e determinazione, sottile meraviglia e dolente rassegnazione, ci pone di fronte al nucleo nodale della sua biografia, il rapporto con la madre adottiva e con quella biologica, meglio la presenza di queste due figure non tanto e non solo nella vita di tutti i giorni, ma nell’intimità più profonda della scrittrice, ombre i cui movimenti, anche i più impercettibili, anche quelli vissuti in assenza, determinano conseguenze vistose. C’è da dire comunque che Vivian Lamarque proprio quando sembra parlare solo di se stessa, mentre si esprime sulla propria particolare e delicata esperienza, sta anche parlando del mondo, dell’universo tutto e dei suoi oscuri meccanismi, sta parlando di noi e del nostro rapporto con tutto quanto ci scorre attorno. E’ facile richiamare a questo proposito la lezione di Saba e del suo autobiografismo radicale, del resto già manifesta in precedenti raccolte anche per la relazione con la psicoanalisi (freudiana nel caso del triestino, junghiana per la Lamarque), e qui in qualche modo evocata già nel titolo che fa pensare al dualismo sabiano tra la “madre di pianto” e la “madre di gioia”, quest’ultima la balia Beppa Sabaz.    

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

E’ stato detto più volte che tra le qualità più significative della poesia della Lamarque ci siano il tono leggero e il dettato limpido, dietro cui si nascondono contenuti ed emozioni complessi, spesso dolorosi. Già a proposito delle prime poesie, Raboni parlò di “eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce”. Sarebbe utile aggiungere a questo punto che, in particolare in questo libro, la straordinaria capacità di Vivian Lamarque di trasformare, con repentini scatti tonali e di soggetto, il tema ossessivo e la vicenda più propriamente biografica in riflessioni più generali sull’esistenza dell’uomo nel mondo, si concentra in particolare sul nostro rapporto con il tempo, sulla relazione con gli oggetti e le presenze naturali (gli alberi, i fiori, i piccoli animali domestici) che interagiscono con il nostro quotidiano.

A ben guardare Madre d’inverno è soprattutto una lunga, a tratti penosa, sempre sorprendente riflessione sul tema del tempo, il nostro tempo individuale, che rende molteplice la singola vicenda esistenziale, il tempo che rimane, quando le persone care non ci sono più, o quello ancora che ci accompagna lentamente ai margini della vita. In “Venti volte circa già Natale”, la poetessa si chiede quanto tempo resti ancora da vivere: “Di vita venti circa anni ancora, così tanti?”. Ma il così tanto a declinarlo diversamente, a ridurlo in porzioni, sembra diventare decisamente più piccolo: “Specifichiamo allora: inverni venti circa / venti circa primavere, così poche? circa / sole venti volte è già natale, venti andare / al mare? è così poco venti due decine sole / e mentre dici venti il vento ruba siamo a / diciannove”.

Soffermarsi sul valore del tempo è anche un modo per cercare di delimitare la morte, per comprenderla. Il libro si costruisce a partire dalla scomparsa della madre e procede, sempre con tono leggero e sofferente, nel tentativo di dare un posto alla morte e ai morti (tra questi è da annoverare anche la “Madre l’altra”, come suona il titolo della quarta sezione del libro, e cioè la madre naturale), di inserirli ancora nelle vicende della vita. “Agli appuntamenti arrivavi / sempre molto prima, facevi / sembrare in ritardo il mondo / intero, lui si sentiva in colpa, / ti si scusava. Ora nella tua via / mi pare camminino tutti / un po’ più piano e hanno anche / tolto l’orologio stradale, quello / sotto l’albero, si sono accorti / che ormai non lo guardava più / nessuno, tantomeno l’albero, / loro l’ora la conoscono già / per nascita, esatta senza guardare”.

Gli oggetti si diceva, gli alberi, i fiori, sono presenze ricorrenti nelle liriche del libro. Partecipano alle vite, diventano interlocutori attendibili, sembrano essere depositari di una verità che però non possono compiutamente comunicare. Restano, quando gli esseri viventi non ci sono più e, a loro modo essi stessi viventi, possono ricordare, imporre un dialogo tra chi è in vita e coloro che sono scomparsi: “Quando si telefona, dopo, nelle loro case / si fa suonare a lungo più a lungo e di quegli squilli / supplementari ti sono grati gli annoiati mobili / e soprammobili e l’asse da stirare / e più di tutto la disabitata poltrona, tutto / nella casa tende le orecchie, tutti, anche chi / ha formato il numero, e proprio mentre sta per / riagganciare si ferma, alt, è parso di sentire di là / quel lieve fruscio che sempre precede / l’atto del rispondere”.

Una sintesi della poesia della Lamarque (che, sia detto con chiarezza, raggiunge particolarmente in questo libro, esiti alti) la fornisce la stessa autrice in una lirica, Caro dottore, rivolta allo psicanalista junghiano anch’egli già protagonista di molte liriche e della raccolta Poesie dando del Lei: “fare anima cos’è? le chiedevo allora, ora / lo so cos’è, è tante cose, anche camminare / tra oriente e occidente, un po’ facendo uso / di gioia e un po’ di dolore, un po’ di gambe / e un po’ di pensiero, un poco guardando alla terra / e un poco al cielo”.

Fare poesia per Vivian Lamarque cos’è? E’ andare con passo delicato tra luoghi lontani tra loro e scoprire che le distanze possono restringersi o dilatarsi, è fare uso della parola in grado di spiegare che la vita è dialogo tra gioia e dolore, è insieme concretezza e immaterialità. E’ uno sguardo rivolto, nello stesso tempo, alla terra e al cielo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.

SOLSTIZIO di Roberto Deidier (Mondadori)

Roberto Deidier in una foto di Domenico Stagno

A distanza di dodici anni dall’ultimo volume di versi, Roberto Deidier torna alla poesia nella prestigiosa collana dello Specchio di Mondadori con una raccolta densa e calibrata che dà conto di una maturità espressiva pienamente raggiunta. Tra Il primo orizzonte, edito nel 2002 da San Marco dei Giustiniani, e il recente Solstizio, Deidier, che insegna all’Università di Palermo ed è critico letterario tra i più acuti, ha pubblicato diversi contributi critici, tra i quali vanno ricordati i libri Da un luogo anteriore. Poeti italiani del Novecento e oltre, Il lampo e la notte. Per una poetica del moderno, e la raccolta di traduzioni Gabbie per nuvole, che compone una mappa dei suoi interessi e degli amori poetici, primi fra tutti Auden e Stevenson, tale da offrire non poche sollecitazioni interpretative per l’analisi delle successive opere in versi.

La poesia di Solstizio si muove tra opposte polarità: la necessità della letteratura di offrire senso all’esistenza e il vuoto in cui la coscienza dei nostri tempi ha precipitato ogni agire umano; la luce in cui vorremmo vedere splendere le nostre parole e i nostri atti, e il buio da cui pure quotidianamente siamo aggrediti; la ricerca di una verità che da qualche parte deve manifestarsi e la consapevolezza della multiformità del reale e dunque dell’impossibilità di raggiungere un qualsivoglia punto fermo. Del resto, il solstizio a cui fa riferimento il titolo è quel preciso momento dell’anno, in cui il sole, nel suo moto apparente, raggiunge il punto di declinazione massima o minima e dunque le ore di luce sopravanzano quelle di buio, o viceversa. I versi di Deidier si muovono alla ricerca di un equilibrio e una ricomposizione che appaiono però irraggiungibili, alle quali il poeta sembra in ogni caso voler credere. “Ma questo è il punto. Se incroci la verità / Lungo la strada, allora fatti da parte. / Voltati altrove e prosegui / Come un bambino ostinato / O l’uccello che a sera inoltrata / Non sa tacere”.

Nel suo procedere composto e controllato, con i versi sempre introdotti dalla maiuscola, a volerne sottolineare l’autonomia sonora e metrica, Deidier ci fa spesso credere che una verità in fondo esiste, ma ipotizzare di raggiungerla e fermarla è un pensiero ingannevole e fuorviante, che rischia di risultare paralizzante. Il poeta deve continuare a dire le proprie parole, al di là di facili e accattivanti vie d’uscita, ostinatamente credere che questo possa servire, appunto come l’uccello che, malgrado sia buio, non vuole smettere di cantare.

La luce è una presenza costante nei versi di Solstizio. Illumina i luoghi, in prevalenza cittadini o marini, ed è quasi sempre abbagliante, è la “luce chirurgica di agosto” che mette a nudo i particolari e provoca “rapide anestesie di sentimenti”. E’ una luce che, come avviene nella poesia del solare Penna, a cui Deidier guarda spesso con un misto di devozione e tormento, racchiude un fondo di sofferenza, contiene la presenza inequivocabile dell’ombra, la triste rivelazione della frattura irrimediabile tra il desiderio e la sua realizzazione (“Fuggirei da te come da troppa luce / A confondermi in un basso cielo grigio / Come una nuvola in un giorno d’autunno/ (…) Incalza il caldo, ci piega un sole afoso, / Sollevano i bambini lungo la strada / La poca polvere che a stento ci nasconde”). La luce si proietta sul passato, lo illumina rendendone però incerti i contorni, fa riemergere frammenti che si confondono con il presente, per cui “ieri e oggi” sono “diritto e rovescio / d’un solo foglio”. Così “Quando le tracce perdute / Riaffiorano e una voce conosciuta / Da qualche luogo interno ti richiama”, allora è facile comprendere “Quanto l’arrivo sia nella partenza / E l’ombra nella luce del tuo viaggio”.

La realtà è mutevole; il tempo, nelle poesie di Deidier, non scorre linearmente ma rimbalza, procede a scatti o ondeggia pericolosamente, lasciandoci in preda a un presente senza confini, che racchiude nello stesso istante lacerti del passato e spaesamenti provocati dall’idea di un futuro che forse sta già accadendo. Ne è emblema il breve poemetto Giornale atlantico, nel quale cinque figure, cinque giacche a vento che disegnano “una scala cromatica nel vuoto” si trovano a procedere “Sul fondale a orario / Di questo deserto provvisorio”, che è poi l’ampio tratto un po’ mare e un po’ terra che contorna Mont Saint-Michel. Saranno presto incalzate dalla marea che avanza, così come dal “destino che forse risponde / Oltre le sabbie mobili e i riflussi”. Il mare che si sveglia “li accerchierà / Dalle sue tane indistinte” e loro sono “zattere di carne” che si affrettano: “L’isola è lì davanti, buco nero / Di questa informe galassia”. Quando finalmente possono considerarsi in salvo e accendere un fuoco a mezzacosta, e “L’isola è un’isola, /La sabbia è solo una distesa / Fin sotto gli spalti del monte St. Michel”, i cinque personaggi guardano con sicurezza alla brace, al “suo piccolo esatto bagliore”. La poesia forse è proprio questo: residuo di un passato già svanito, una brace che si presenta come un “esatto bagliore”, l’illusione di una certezza in un mondo che non dà tregua e che nemmeno è ricostruibile secondo un’esatta mappa temporale. La poesia di Deidier è fisica, rappresenta con un dettato sicuro sensazioni e paesaggi. Sembra non utilizzare immagini simboliche, ma rimanda ad altro, alla comune esperienza più profonda, alla nostra fragilità di esseri umani. Il paesaggio che racconta è spesso cittadino, come nelle Dieci poesie vissute a Palermo: “Le botteghe del mercato sono grotte, / L’aria si fa più spessa tra le dita. / Il genio della piazza è quest’odore / Di spezie, frutta, carne rinfrollita: / Sotto i raggi incalza un nuovo sopore / Ma vociano tra i banchi, assale vita / Da questa piena che il mio sguardo inghiotte”.

(pubblicato su succedeoggi.it)