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L’INTERVISTA di Giorgio Manacorda (Castelvecchi)

Un anziano scrittore incontra per un’intervista un giornalista alle prime armi. Lo scrittore è stato professore universitario (“Non chiamarmi professore – intima però subito al più giovane – non insegno da trent’anni”) ed è fin dall’inizio reticente, dice e non dice: le notizie biografiche che l’altro vorrebbe conoscere, quelle che rappresentano il sale di ogni intervista, arrivano soprattutto da un romanzo che lo scrittore sta componendo, che forse legge forse racconta al giornalista (“Ho capito. Lei parla di sé quando non parla di sé” dirà il ragazzo in cerca di un qualche appiglio per costruire il suo articolo). Ma è chiaro, si tratta pur sempre di letteratura e dunque di finzione. Cosa si può ricavare dalla vita di un uomo attraverso le pagine di un romanzo? E’ vero d’altra parte, come dichiarerà lo scrittore, che “la falsificazione integrale è l’unica possibilità. Forse l’unica verità”. 
In ogni caso, a quanto lui stesso confessa, lo scrittore legge al giovane quello che ritiene sarà il suo ultimo romanzo e gli sta concedendo la sua ultima intervista. Appare evidente come non gli interessi tanto raccontare la sua vita, quanto esporre le conclusioni a cui è giunto, intrattenere una sorta di duello vis à vis con il giovane che ha di fronte, il quale sembra convinto, credendo alle sollecitazioni e alle circostanze del mondo in cui vive, che la realtà sia più semplice, o meglio più facilmente accessibile, di quello che in effetti è. Il tono dello scrittore è appassionato, a tratti ironico o sarcastico, come di chi è disposto a esporre le considerazioni a cui età e saggezza l’hanno condotto, ma non credendo nemmeno poi tanto ad esse.  

Giorgio Manacorda


L’intervista (Castelvecchi editore) è il nuovo romanzo di Giorgio Manacorda, che si compone delle domande e delle risposte dei due protagonisti (ma non è sempre l’intervistatore a porre le domande, né l’altro ad accettare il ruolo che dovrebbe assumere, ed anzi le parti finiscono spesso per invertirsi e sovrapporsi) e dei brani del romanzo che lo scrittore, nella finzione, sta costruendo. Il giovane giornalista vorrebbe sapere di più sugli eventi che hanno caratterizzato la vita del narratore e si trova invece davanti, come si è detto, alle sue riflessioni e alle pagine di un narrazione. Si tratta di un romanzo d’amore, anzi di un romanzo sull’amore, ma il giornalista, e con lui anche il lettore, hanno a che fare con una narrazione volutamente frammentata, che si interrompe di continuo, che opera dei repentini salti temporali nella vicenda del protagonista, che peraltro è identificato solo come “il ragazzo”.
“- Ma un nome ce l’ha il suo protagonista?”, chiede il giornalista. “- No, non ce l’ha. – E perché? – Il ragazzo è chiunque e vive dappertutto”, decreta lo scrittore. Che poi significa non solo che la letteratura, quando è tale, parla almeno un poco a ognuno di noi, che ci riguarda da vicino se non da dentro, ma anche che in questa storia (insomma nel romanzo contenuto all’interno del romanzo L’intervista) ci sono diverse storie che si intrecciano e che finiscono per alimentarsi reciprocamente, per contraddirsi anche, infine per farci capire che i romanzi vorrebbero dirci un mondo in cui le vicende hanno un inizio e una fine, una loro statuaria definizione, ma questo nella realtà è in effetti impossibile. “Ti potrei dire – sentenzia lo scrittore – che nella vita tutti i conti tornano, ma senza alcun senso. Quadrano solo nella finzione. Nella vita non ci sono geometrie. Ci sono solo coazioni a ripetere”.
Questo continuo, disorientante e godibilissimo, trasferirsi dalla fiction del romanzo (che è finzione nella finzione) alla apparente realtà dell’intervista (che è ovviamente finzione anch’essa) rende possibile una serie di considerazioni sull’amore, sulla letteratura, su come è cambiato il mondo con l’avvento di una tecnologia sempre più avanzata e di conseguenza su come si sono modificati i rapporti personali, insomma sulla vita in generale.
L’intervista è, tra le altre cose, anche un libro dove si esprimono riflessioni sulla centralità della letteratura e della poesia nella esistenza dell’uomo, una centralità peraltro sommamente disattesa, come si palesa più volte nel dialogo tra i due interlocutori. “Siamo quanti di energia”, afferma a un certo punto dell’intervista lo scrittore. “Si può dire che questa è la morte?” chiede il giovane intervistatore. “Ma anche la vita” replica lo scrittore, che conclude: “Solo la poesia fotografa, racconta, ferma nel mondo per un attimo la struttura volatile della materia che siamo, con gli altri esseri viventi, predatori e vittime, alberi e fiori”.


E’ comunque il tema dell’amore l’argomento su cui si confrontano principalmente i due protagonisti ed è il contenuto della storia che lo scrittore racconta. E’ dalla riflessione sull’amore che scaturiscono tutte le altre. L’intervista è del resto un romanzo sull’amore come se ne scrivono pochi. Infatti non è una storia d’amore a costituirne il nucleo, ma tutte le possibili storie che nella vita di un individuo l’amore può diventare. E’ insomma un romanzo sull’amore senza definizioni e senza pregiudizi, senza moralismi e senza romanticherie, senza tanti aggettivi che possano definitivamente farci sapere che cos’è davvero e dove porta questo sentimento. E’ una meditazione sulla sua fondamentale necessità nella vita di ognuno, ma anche sulla impossibilità di trovare una soddisfazione fisica nel rapporto con un’altra persona senza che ci sia nel contempo qualcosa di più profondo. Eppure tutto questo non porta a ritenere che debbano esserci limiti nei modi in cui il corpo può esprimersi insieme al corpo dell’altro (“Ma lui sapeva che toccandole il corpo le toccava anche l’anima, e sapeva che toccandole l’anima le toccava anche il corpo”). 
L’intervistatore finisce per partecipare anche lui al gioco che lo scrittore impone, anzi sembra essere l’unico a svelare qualcosa di vero su se stesso. Comunque anche in questo caso si tratta di qualcosa di reale e di incerto nello stesso tempo: lui che inizialmente ostentava qualche sicurezza, alla fine del processo maieutico a cui è sottoposto, può proporre solo domande.
Giorgio Manacorda è riuscito a costruire una narrazione veloce e coinvolgente, varia ed essenzialmente compatta, pur in presenza di una materia articolata, senza che si avverta la necessità di un intreccio che possa portare per mano il lettore verso un luogo di approdo definito. Il quale lettore infine è costretto a porsi un interrogativo, che è lo stesso che si pone anche il giornalista: quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?
“- Ma quanti anni ha il suo protagonista? – Tutti. – Come tutti? – Tu sei un ragazzo. – E allora? – Anche io sono un ragazzo. – Ma che dice? – Si rimane ragazzi per tutta la vita. – Vuol dire che non si cresce mai? – Io di sicuro non sono mai cresciuto”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo di Paolo (Feltrinelli)

La prosa di Paolo Di Paolo procede ordinata e pacata, senza aggressioni e senza scosse, e sembra volerci condurre in un paesaggio limitato, dentro il quale si rappresenta una vicenda marginale e ordinaria. L’autore riesce però, nello stesso momento, a dirigere uno sguardo ampio sulle cose, semmai alimentato da una visione laterale, che sviluppa una proiezione poco rassicurante e sicuramente spiazzante sul mondo. Del resto il mondo non è un luogo particolarmente armonioso, e chi vi abita non può pensare di mettervi ordine, piuttosto, nel migliore dei casi, può credere di essere protagonista di eventi felicemente sorprendenti. Succede così che dove il lettore si aspetta delle soluzioni, trovi invece un terreno all’apparenza solido, ma che impone continuamente un cambio di passo. La narrativa di Di Paolo, a cominciare dai fortunati Dove eravate tutti e Mandami tanta vita, invita a porsi delle domande sul proprio e sull’altrui destino, sul posto che ognuno occupa nella vita del pianeta e nello scorrere del tempo. 

Il nuovo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, € 15), induce ad uno sguardo obliquo a partire dalla scelta del ruolo del narratore, che è il personaggio di Grazia, una attrice di mezza età, che sembra non avere più nulla da chiedere alla vita, tanto da guardare quanto le accade intorno con distacco, ma insieme con la capacità di distinguere e di far emergere con determinazione la propria lettura degli avvenimenti. Grazia gestisce una scuola di recitazione e ci racconta non la sua storia, ma quella dell’incontro, di cui è testimone, tra sua nipote Teresa, trentenne che da poco si è trasferita da Terracina a Roma, dove lavora senza entusiasmo in un’agenzia di viaggi, e del più giovane Nino, che dopo un’esperienza a Londra decide di fare ritorno in patria, allettato, ma nemmeno poi tanto, dall’offerta di Grazia di tenere un corso di teatro per anziani. Nino, che di cognome fa Morante, ha poco più di vent’anni e in effetti si chiamerebbe Flaminio, ma ha scelto un nome che ritiene più adatto per le sue ambizioni artistiche.

E’ proprio il teatro, l’ambiguità che esso consente o a cui costringe, a fornire una chiave di lettura delle azioni dei personaggi, alla ricerca di una propria identità nella quale riconoscersi, di un posizionamento che li renda riconoscibili agli altri. La vita del resto è sempre teatro, con l’illusione di muoversi nella zona illuminata del palcoscenico, mentre invece siamo nella fase ancora indistinta delle prove, impegnati nel tentativo di costruire con qualche credibilità il nostro personaggio. “D’altra parte, recitare, un po’ si recita sempre, e come viene. E no, non si tratta solo di bugie – gente che nasconde, che dissimula, con l’ansia di essere scoperta e punita. C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…). Non è questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica (…). C’è teatro, il più delle volte dozzinale, al telefono, in ufficio, in camera da letto, è teatro il colloquio di lavoro, la lezione a scuola, la cena preparata con più cura, l’abito finalmente indossato, dopo averne buttati sulla sedia tre o quattro. E come nell’altro teatro, nel vero, nulla si ripete uguale: simile sì, mai identico, nulla si ripete né lascia traccia. Tutto esiste solo in quell’istante e poi niente, scompare, evapora, non ha testimoni che non siano quel pubblico ristretto, scelto o improvvisato, radunato su due piedi: come intorno ai cantanti di strada, ai giocolieri, ai matti”.

Non è un caso che Nino voglia mettere in scena con la sua “classe” di anziani debuttanti (ma il suggerimento è della più esperta Grazia) Le false confidenze di Marivaux, le cui dinamiche, le parole dette a metà o mal comprese, le finzioni e le superficialità nei rapporti, la voglia di apparire a tutti i costi, finiscono per incunearsi nella sua vita, a obbligarlo ad un’attenzione più sincera verso le cose che gli accadono intorno, a comprendere anche che l’attrazione che sente per Teresa non è da ricondurre al repertorio solito di una fatua messa in scena di se stesso.

Di Paolo sa indagare in questa zona vaga delle nostre rappresentazioni quotidiane e sa che i movimenti dei suoi personaggi non possono essere completamente ricondotti ad unità, perché un sistema ordinato e perfettamente funzionante non esiste. Si accontenta dunque di farci scoprire la meraviglia che può determinarsi anche a partire dai consueti avvenimenti di tutti i giorni e sa dirci che il mondo in cui abitiamo è vario e incoerente, forse anche inconcludente, ma è pieno di domande e offre scenari che intervengono sulle nostre esistenze e che dobbiamo imparare a interpretare.

La storia d’amore tra Teresa e Nino, che peraltro viene presentata soprattutto nella fase preparatoria, finisce per essere il pretesto attraverso cui il narratore esplora nelle pieghe degli avvenimenti dei nostri giorni, analizza il difficile dialogo tra generazioni che sono costrette a leggere il mondo attraverso ottiche diverse, scruta il passare del tempo nelle vite dei singoli e si interroga su come il passato finisca per gravare significativamente sul presente. E’ forse Teresa a manifestare con più chiarezza il proprio disagio nei confronti di una realtà che sfugge proprio quando sembra più accessibile: “Non ti chiedi mai che rapporto c’è tra te e il mondo? Fra te e i miliardi di persone che non conosci? (…) E’ che tutto mi sembra tanto più grande della nostra capacità di prendercene cura”.

C’è un fondo amaro in Una storia quasi solo d’amore, che forse emerge già dal “quasi solo” del titolo, che circoscrive la vicenda mettendo un limite alla tensione affettiva, ancorandola a una realtà in cui non è facile guardare oltre i propri bisogni, veri o presunti che siano. Un fondo penoso, che Grazia esprime con disillusione e contarietà, ancora una volta attraverso la metafora del mestiere dell’attore: “Quand’è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. (…) Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

COME FRATELLI di Andrea Carraro (Barbera Editore)

Andrea Carraro
I protagonisti di Come fratelli sono Andrea e Dario, i due amici che il narratore segue, con occhio impietoso e sempre partecipe, dalla fine dell’adolescenza fino alla morte di Dario, fino a quando cioè lo scrittore Andrea comincia a raccontare la vita dell’amico in un romanzo biografico, che poi sembra essere proprio quello del quale noi lettori in quel momento stiamo per terminare la lettura. I due amici sono persone diverse per carattere ma egualmente inquiete, perennemente in bilico lungo i margini di un’esistenza che vorrebbero cogliere in tutta la sua pienezza, ma che crudelmente e inevitabilmente sfugge loro. Andrea è capace di trovare un proprio equilibrio, anche se questo comporta la rinuncia ai sogni e alle passioni, ma la smania inespressa continua a intravedersi sottopelle; Dario insegue aspirazioni sgangherate e illusorie, ideali tanto attraenti quanto posticci, fino a diventare un predicatore televisivo di una religione da lui stesso inventata, che guarda a Xiva come al luogo della beatitudine e della realizzazione di ogni utopia. Ed è forse proprio quello dell’utopia, dell’impossibilità anzi di realizzazione di ogni progetto di trasformazione del reale, per una generazione che ne aveva fatto il simulacro intorno al quale costruire le proprie azioni, il terreno sul quale si muovono le storie e le frustrazioni dei due amici.
Andrea continua a seguire quasi con accanimento le vicende esistenziali dell’amico, anche quando la loro fratellanza si frantuma sotto i colpi di una età adulta che porta entrambi a non riconoscere l’altro, se non nel deragliamento fallimentare delle aspettative e nello sfilacciamento della confidenza che li aveva resi vicini.
Attraverso lo sguardo ormai disincantato di Andrea e le azioni spesso caotiche che vedono protagonista Dario, Andrea Carraro ci porta all’interno delle vicende italiane degli ultimi anni, senza raccontarcele direttamente, se non in trasparenza, e senza emettere giudizi, ma facendone chiaramente percepire gli effetti. Gli ultimi decenni del Novecento e il primo scorcio del nuovo millennio conducono la società italiana a prodursi in una sorta di cattiveria maldestra e viscida, in una progressiva ricerca di soluzioni facili e di ideali comodi e sconclusionati, così come assurdo e senza costrutto è il percorso religioso che conduce Dario ad una notorietà che lo mette a capo di una schiera di seguaci inconcludenti e confusi, non si sa bene se tanto furbi da credere al loro disordinato messaggio solo per ricavarne un vantaggio, o tanto ingenui da cercare dio dove c’è solo falsità e sciocchezza. Nelle pagine di Come fratelli si intravede un paese cialtrone e ciarliero, schiavo di un delirio mediatico che colpisce indistintamente tutti e non permette più di vedere l’assurda realtà nella quale siamo precipitati.

Ed è proprio la realtà con le sue incongruenze e i suoi legami sconnessi, con le sue fragilità, con la consumata e ormai abituale volgarità, a diventare il centro della narrazione di Andrea Carraro, che non mette ripari per il lettore, non lo difende, ma anzi lo lascia nel pieno del marasma di un paesaggio umano snaturato e senza più equilibrio. Anche per questo la lingua della narrazione non nasconde i mali comunicativi dell’epoca, ma li riproduce, lasciando campo ad un parlato ordinario e ostentatamente inelegante. Carraro racconta una società metropolitana, quella romana in particolare, con un proletariato che non sa più di esistere e una borghesia che non si concede alcuna possibilità di riscatto e vive con rassegnata indolenza la propria incapacità di offrire un senso all’esistenza, che non sia quello della fuga o della disperazione.

(pubblicato su Giudizio Universale)

MANCARSI di Diego De Silva (Einaudi)

Il nuovo romanzo di Diego De Silva, titolo Mancarsi tanto per alimentare subito qualche interrogativo, narra una storia d’amore. Anzi dice di quelle strane pieghe, dei mille dubbi e delle mille mezze verità, delle smanie e delle gioie, che nell’animo umano possono manifestarsi, quasi sempre si manifestano, nella vita di coppia. E insieme racconta quello che accade prima che una storia abbia inizio.
Diego De Silva
Il mancarsi del titolo fa infatti riferimento alla difficoltà di incontrarsi dei due protagonisti, entrambi reduci in modo diverso e diversamente traumatico da proprie vicende coniugali. I due, pur non conoscendosi, sembrano quasi cercarsi: frequentano infatti lo stesso bistrot, lì attratti non dalla cucina, ma dalle caratteristiche dell’ambiente, dalle gentilezze del cameriere, che ha per l’uno e per l’altra un occhio particolarmente attento e quasi affettuoso, e soprattutto da una foto di Buster Keaton, davanti alla quale tutti e due amano sedere. Ma l’uomo e la donna appunto si mancano, non hanno gli stessi tempi, sembra quasi non vogliano incontrarsi.
D’altra parte il termine mancarsi potrebbe anche alludere a una sorta di incapacità di centrare se stessi, o anche proprio potrebbe significare “mancare a se stessi”, non ritrovarsi, sentirsi fuori dalla propria stessa esistenza, inutili e stranieri alla propria vita, che è poi la condizione che vivono Irene e Nicola nelle distinte situazioni.
De Silva sa delle insidie e dei trabocchetti di cui è disseminata la narrazione, quando questa voglia parlare d’amore e delle complicate dinamiche del rapporto di coppia. L’argomento esige mano sicura: troppo facile scivolare nel sentimentalismo, farsi fagocitare dai luoghi comuni. De Silva sceglie dunque un tono leggero, che gli permette di non arretrare anche davanti ai contenuti più patetici; a tratti la narrazione si fa disincantata ed ironica, ma evitando esagerazioni e soluzioni facili. Il narratore segue i suoi personaggi con passo lieve e con partecipazione, accompagnandoli nelle loro meditazioni, nei cavilli mentali, anzi addentrandosi in essi (da qui l’uso estremamente ricorrente delle parentesi). Vincenzo Malinconico, l’avvocato protagonista dei suoi ultimi fortunatissimi romanzi (Non avevo capito niente, Mia suocera beve) non è passato invano, perché Irene e Nicola, le cui due vicende si snodano separatamente e in qualche modo in parallelo, tendono come l’avvocato alla riflessione, ammassano pensieri, propongono ricordi, ritardano le azioni mentre intrecciano teorie sull’esistenza. Insomma si guardano vivere, ma lo fanno con la consapevolezza che la vita sia anche pausa, momento d’attesa, e che la passione, per quanto dirompente, non debba essere per forza gridata.
Irene e Nicola cercano la risposta alla loro domanda d’amore, ma lo fanno senza clamore, senza sbandierare i sentimenti e senza nemmeno credere che essi siano un diritto. Anche per questo sono personaggi che osservano se stessi e gli altri, dei quali non gradiscono gli atteggiamenti esibiti, le modalità di relazione costruite sui modelli televisivi, le ovvietà e i luoghi comuni che condiscono i rapporti tra i due sessi. Per loro la parola gentilezza assume ancora un valore genuino e fondamentale, e si presenta come un misto di attenzione verso l’altro, timidezza e rispetto delle forme.
Così quando Pavel, il cameriere del bistrot, prima di tendergli la mano, se la asciuga sul grembiule, Nicola scopre nel gesto un “atto antico, deferente e confidenziale insieme” e ripensa al nonno che nei campi si puliva la mano sulla canottiera, prima di metterla sulle spalle del nipote che si era recato a chiamarlo per il pranzo. “Non gli sembrava tanto un atto di umiltà, dovuto alla vergogna di fare un lavoro che sporca, e neppure un automatismo. Nell’insufficienza igienica di quel gesto, nel suo valore tutto sommato simbolico, Nicola riconosceva piuttosto uno stile, un azzeramento dei convenevoli, una traduzione immediata della forma in sostanza”.
L’immagine che meglio rappresenta questo stile è forse proprio quella di Buster Keaton, la cui foto tanto attrae Irene e Nicola: l’immagine del comico che seppe essere elegante senza mai vestire bene, seppe far ridere senza abbozzare nemmeno un sorriso, continuò a mostrare tutta la leggerezza della sua figura anche al centro di inenarrabili e caotiche situazioni, e fu capace di muoversi con armonia anche nel pieno di un capitombolo.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)