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AMOROSA SEMPRE di Roberto Carifi (La Nave di Teseo)

La poesia di Roberto Carifi si muove a partire dall’idea che esiste un Assoluto, il fine verso cui deve muoversi ogni esperienza umana e che diventa dunque l’oggetto ultimo della comunicazione poetica. Esiste una sommità, che non può essere messa in dubbio, che in qualche modo è parte di noi e che, pur nella sua verità, non è dato cogliere, se non per sprazzi. Va da sé infatti che l’Assoluto è per definizione inattingibile, è tutt’al più speranza ed obiettivo ultramondano: pertanto la ricerca non può che generare lacerazione, la consapevolezza che la possibile unità sia per forza di cose dispersa in frammenti. Per questo la coscienza è percorsa da tagli profondi, da un sentimento dell’assenza di una parte di sé che non è proprietà del passato e nemmeno risulta ipotizzabile negli eventi futuri, fa parte del mondo stesso che ci appartiene e a cui apparteniamo, eppure non si manifesta se non in un sentimento di privazione.

I miti fondanti della poesia di Carifi – l’infanzia, la madre, la dolorosa conoscenza che nasce dall’abbandono, e poi, proseguendo nel tempo, il martirio e la pietà – sono tutti rintracciabili all’interno di un sistema che nasce dall’evidenza di una frattura, di uno squarcio, che segna inevitabilmente la vita.

Il poeta Roberto Carifi

E’ una poesia, quella dello scrittore pistoiese, che ha segnato significativamente la produzione letteraria degli ultimi decenni, lasciando una traccia riconoscibile e imprescindibile anche negli anni che hanno fatto seguito alla malattia, che peraltro corrispondono al periodo della sempre più rilevante adesione al pensiero buddista. L’antologia Amorosa sempre, curata da Alba Donati con premurosa adesione ed edita da La Nave di Teseo, dà conto del percorso coerente di una voce potente, capace di suggerire, con struggente determinazione, il dolore che è parte inevitabile della vita. Il libro, che raccoglie buona parte delle poesie edite, a partire dal 1980, e propone una significativa sezione di inediti, vuol essere, come scrive la curatrice, “un atto riparativo” per una produzione poetica che deve considerarsi “un unicum nel panorama della poesia italiana”.

Allievo di Piero Bigongiari, Roberto Carifi iscrive inizialmente la sua poesia nel solco della tradizione simbolista ed ermetica, con accenti comunque di un post romanticismo che addolcisce gli esiti in una struggente manifestazione di un io continuamente alla ricerca di una dimensione totalizzante. I riferimenti vengono dalla poesia di Trakl, di Rilke, Cioran, della Cvetaeva, a cui è dedicata la sezione eponima della raccolta Occidente del 1990: “Che filo, che filo di lana / che pianto porta la tramontana. / Chi tesse, chi disfa con la sua mano, / qualcuno tiene la lampada, / il sangue dorato della lucerna, qualcuno è andato e c’è chi torna / con un buio mortale sulla bocca. / Una lampada, tra noi, una lanterna fredda, / narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma. / Chi porta questa parola consumata, / chi parla, chi parla in questa lingua arata”.

La ricerca di un senso, che in Carifi è sempre ricerca di Assoluto, porta il poeta a sentire consumata la parola che non può che mettere in mostra, denunciandola, la propria insufficiente finitezza. Giulio Ferroni, nella densa Prefazione al volume, parla di “voci che si cancellano senza rimedio, cenere e sangue, cielo e gelo, lumi, lampade e fili di lana, vetri rotti e altri segni di lacerazione, in uno spazio linguistico che si sente come solcato da un’emergenza segreta, qualcosa che lo percorre e lo ara”.

Con il proseguire dell’esperienza poetica ed esistenziale, con l’approdo al buddismo e con l’ulteriore devastante lacerazione della malattia, la parola poetica tende a farsi più comunicativa, quasi a evidenziare, anche nella significazione, quel senso di pietosa compassione verso il dolore del mondo che diventa uno dei tratti caratterizzanti le liriche delle raccolte degli ultimi anni, di Tibet del 2011 e di Madre del 2014. Il poeta cerca ora l’approdo nel nulla, nell’Assoluto, ancora una volta, disegnato come paesaggio innevato o come una sterminata distesa di alberi. Il punto di arrivo è la negazione di se stesso, il divenire puro spirito per poter abbracciare il destino di tutti: “Incontrerò la grande sofferenza / nelle mani e in tutto il volto, / entrerò nel grande dolore / e davanti all’uscio piangerò, / prima che mi lascino passare, / che mi chiedano da dove sarò venuto / se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve, / o se continuassi fino ai castagni, / allora sarò sulla montagna / e abbraccerò tutte le ferite, le mie e quelle del sangue altrui, / non ci sarà patimento in tutto questo, / solo alberi sterminati di conifere”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Poetica dell’insonnia: una lettura della poesia di Valerio Magrelli

Nel volume Passione Poesia (CFR edizioni, € 20), curato da Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, che raccoglie considerazioni su alcuni tra i testi poetici più significativi degli ultimi decenni, è contenuto un mio commento della poesia di Valerio Magrelli Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire, inclusa nella raccolta Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006). Ripropongo il mio breve saggio anticipato dalla poesia in questione.

 

Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire

Ti penso come una Laika in orbita nel cielo disabitato,
satellite ma cucciolo del buio, solo corpo celeste
a palpitare nell’universo devastato
dal sonno.

Hai occhi rimasti aperti la notte,
accesi da pensieri che non sono te
e ti tengono desta
vorticando.

Soletta nell’ellittica,
pelouche astrale,
chiedi
come si fa a sparire.

Ma tu rimani, e superi la notte vegliando su di me
perplessa, ignara, arresa a una forza più grande
che sei tu, al faro che da dentro ti illumina, me cieco,
per guidarmi nel sonno.

 

La poesia di Valerio Magrelli, almeno quella delle raccolte degli ultimi anni, costruisce spesso un sistema nel quale interagiscono due mondi, quasi sempre lontani per ordine e stato. Le prospettive del ragionamento che ne deriva, apparentemente privo di impulso emotivo o dove tale inclinazione è significativamente dissimulata, si alimentano proprio dal cortocircuito dei due ambiti. Il prodotto di questa informazione è per forza di cose inaspettato e disorientante, o almeno il poeta tratteggia un paesaggio di segni che tende a meravigliare il lettore e a lasciarlo alle prese con un pensiero discordante da riordinare. E’ il meccanismo che è alla radice della figura retorica della metafora, dove entrano in relazione due elementi sulla base di un rapporto di somiglianza che può interessare anche solo un segmento marginale. Nel caso dell’opera di Magrelli, la metafora non è utilizzata all’interno di un periodo, al fine di aumentarne il potere evocativo, ma si dilata coprendo l’intera struttura della lirica. In questo senso la sua poesia (ma anche la sua opera in prosa da Condominio di carne a Geologia di un padre) sembra mettere insieme l’esperienza di matrice combinatoria di tanta letteratura europea della seconda metà del Novecento con la lirica barocca italiana, nella quale spesso il sentimento poetico e il gioco linguistico si fondono, dando luogo ad un meccanismo di ricorrenti e stupefacenti connessioni metaforiche. 

Valerio Magrelli

Questo modo di procedere è ben evidente nei libri a partire da Didascalie per la lettura di un giornale del 1999 e trova una sua cosciente affermazione, fin dal titolo, in Disturbi del sistema binario, in cui la realtà esterna, composta spesso anche dagli avvenimenti devastanti della cronaca, e il mondo familiare degli affetti, il luogo dove una armonia risulta ancora possibile, entrano in connessione, producendo esiti imprevedibili, disturbi insomma nel tracciato apparentemente inflessibile del sistema esatto della significazione.

Nel caso della poesia Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire, contenuta nella Seconda Parte del libro sopra citato, fin dal primo verso alla figura della piccola figlia del poeta, che ha difficoltà a prendere sonno, viene affiancato il personaggio di Laika, la celebre cagnolina che nel novembre del 1957, a bordo della navicella spaziale Sputnik 2, rimase in orbita intorno alla Terra, primo vivente ad affrontare l’impresa, per poi morire qualche ora o pochi giorni dopo il decollo, a seconda delle versioni . Come Laika è stata il solo essere animato in orbita “nel cielo disabitato”, così la bambina, con evidente ribaltamento, è l’unico corpo celeste “a palpitare nell’universo devastato / dal sonno”. Il buio del cielo e quello della notte, gli occhi che rimangono aperti su un mondo che ha perduto i riferimenti abituali, la speranza di trovare una soluzione che consenta di “sparire” (è evidente come il verbo prenda significati diversi a seconda se sia riferito alla bambina, che vorrebbe annullarsi nel sonno, o al cane, destinato invece proprio a svanire, a non fare più ritorno sulla Terra) sono i tratti che uniscono i due personaggi della lirica e che intanto creano la collisione semantica e la svolta perturbante.

I piani della significazione procedono per ulteriori sovrapposizioni e così nella terza strofa (“Soletta nell’ellittica, / pelouche astrale, / chiedi / come si fa a sparire”) i due soggetti, la bambina e la cagnolina, si sovrappongono al punto che il “pelouche astrale” e il riferimento all’orbita ellittica spingerebbero in direzione dell’animale, mentre il “chiedi”, così fortemente isolato al terzo verso, è esercizio invece attribuibile alla piccola insonne.

Uno spostamento ulteriore si produce nella quarta e ultima strofa, quando l’impossibilità nel prendere sonno, che vive la bambina, realizza un’inversione di ruoli rispetto alla situazione iniziale e alla condizione abituale: sarà infatti la piccola a vegliare sul padre, in forza di una luce interna, che è quella che non le consente il sonno e che le permetterà di guidare il riposo dell’adulto disteso al suo fianco. 

Laika nello spazio nel novembre 1957

Non sfugga il contrapporsi dei termini “faro” e “cieco”, per cui chi veramente vede è appunto la bambina di sei anni, in forza di una energia, di una armonia con il reale, dei suoi occhi aperti con tenacia e fiducia sul mondo, che non appartengono più alla visione contaminata dell’adulto. Si ripete in qualche modo, in favore dell’innocenza infantile, la celebre immagine montaliana relativa alla miopia della moglie (“le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue”), salvo che in questo caso il ribaltamento è totale: è la figlia a proteggere il padre, la piccola a consentire una rigenerazione e dunque la possibilità di recuperare un sereno rapporto con l’esistenza. Non è un caso allora che la Seconda Parte del libro abbia titolo La volontà buona e la sezione in cui è contenuta la lirica si chiami Uscita di sicurezza.

Del resto il ricorso a temi inerenti la visione è presente in tutta l’opera di Magrelli, a partire dal titolo della prima raccolta poetica Ora serrata retinae. Nello scrittore romano la poetica dello sguardo appare sempre associata ad una distorsione della trasmissione visiva, ad un’accentuata miopia che sfuma i contorni degli oggetti e pone il soggetto di fronte ad una interrogazione sulla loro reale consistenza fisica. In questo modo vedere significa poter dare nuova significazione alla realtà, sovrapporre le immagini, mettere in contatto mondi apparentemente lontani. Del resto scriveva Magrelli in una poesia di quel primo libro. “La scrittura / non è specchio, piuttosto / il vetro zigrinato delle docce, / dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale. / E non si riconosce chi si lava / ma soltanto il suo gesto. / Perciò che importa / vedere dietro la filigrana, / se io sono il falsario / e solo la filigrana è il mio lavoro”.

Il vetro zigrinato lascia insomma intravedere altre esistenze, permette che il mancato sonno di una bambina sfumi nel sogno di una cagnolina dispersa nello spazio.

IL DOLORE di Alberto Toni (Samuele Editore)

 

Alberto Toni ha sviluppato nel corso degli anni, a partire dall’esordio avvenuto nel 1987 con la raccolta La chiara immagine, un percorso concentrato e coerente, fedele ad un’atmosfera culturale, forse maggiormente presente nel nostro paese negli ultimi decenni del secolo scorso, di attenta riflessione sulle dinamiche dell’io e insieme fondata sulla volontà di indagine del mondo, nella consapevolezza che l’impegno civile abbia corrispondenza innanzitutto nella ricerca di una verità, in qualche modo ipotizzabile, ma che per sua natura sempre si nega e si allontana. E’ questo un lavoro spesso oscuro, che impone una dizione poetica non lineare, che procede per sbalzi analogici e per accumulazione di immagini ed esperienze.

Alberto Toni (Ph. Dino Ignani)

Nella poesia di Toni, come si evince anche dalla sua più recente prova poetica, Il dolore, pubblicata da Samuele Editore, è sempre evidente un’attenzione esasperata alla singola parola, ad ogni movimento interno della versificazione, nella convinzione, peraltro mai esibita ed anzi che si manifesta in maniera tormentata, che si possa davvero dire l’indicibile, arrivare attraverso la poesia a sondare anche le zone più profonde e impervie della natura dell’uomo. La poesia è dunque attività sacra, ma non per questo risolta, anzi si alimenta nella frammentazione e si compone di fragilità.

Il lettore delle poesie di Alberto Toni deve essere disposto a farsi trasportare dalla corrente evocativa in cui si muovono le parole, seguendo il corso che ha scelto la poesia che, come la “trota sannita” della lirica Lungo il Sangro che apre il volume, parente prossima della nota anguilla montaliana, “s’annida al temporale, sfida il grigio / e il verde, mentre l’acqua, il riverbero / di fibule sotterra il tempo antico e / quanto resta”. Il viaggio della trota è sfida e scoperta, dunque consapevolezza che non esiste altra strada che quella di continuare a cercare una strada, altra condizione che trovare la ragione dell’esistenza proprio nei limiti a cui la vita stessa continuamente obbliga: “La trota / che s’inerpica nel grigiorosa dei sassi / e poi scompare. Come una spada, una lancia / museale, viva e sembiante, un po’ in ombra, / ma eccola al raggio e alla pioggia sopravvive, / rinasce di giorno in giorno, smilza che fugge / e scrive la storia antica”. Ma dal viaggio non si ricavano rassicurazioni, né l’idea di una soluzione, di una risposta piana: “Se dalla / fugacità rapita noi non proviamo gioia, eccolo / il turbinello della mente, il basso / che ci pesa al cuore, lapsus, offuscamento e male”.

Una parola chiara, un racconto lineare e sciolto, un discorso senza increspature non sono più possibili; il poeta dunque deve fare i conti con il ritmo ansante e frammentato del suo respiro, con l’accumulazione di vicende e oggetti, che appartengono alla vita ma non possono essere ricondotti ad unità, anche se è quello che la poesia è costretta ogni volta a tentare.

Il dolore, a cui il titolo fa riferimento, nasce dalla scomparsa della madre, raccontata soprattutto nelle sezioni finali del libro, Percorso ospedaliero, Il dopo, Il dolore. La morte pone il poeta di fronte a una serie di quesiti e riflessioni, che spesso ruotano intorno al concetto di tempo. Anzi, dovremmo dire con Toni “Non il tempo, ma i tempi: quelli / dei ritratti e dei cieli mobili, / angeli piegati verso il basso / schiere, viluppi, antichi / turbamenti”.

La poesia non può che costatare che il movimento che sembra orientare le esistenze verso l’una o l’altra direzione è “sempre uguale, anche se / appare diverso ogni momento. / E’ l’illusione ottica della vita”. Il tempo perciò è un contenitore senza storia, mera illusione anch’esso: “Rema contro, il tempo. Rema / per le città senza cuore, per / i secoli brevi, troppo brevi. / E a niente vale la clessidra, / se non come specchio e tema. / (…) / perché il tempo non dà risposte. / Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo, / intuito, annegato subito dopo / nelle mie chiacchiere oziose”.

Il dolore di Alberto Toni è un libro denso e compatto, frutto di uno sguardo accorato e affranto, ma anche capace di cogliere i colori della vita. E’ lo sguardo di un poeta che, come la trota sannita, “non teme le nostre sorprese / contemporanee e lascia soltanto un filo / nel percorso, spiazza in controtendenza / la lenza del pescatore”.

CRONACA SENZA STORIA (Poesie 1999-2015) di Matteo Marchesini (Elliot)

Quando veste i panni del poeta, che sono forse quelli che indossa abitualmente e dai quali gli riesce più difficile separarsi, Matteo Marchesini, che è anche narratore (il suo primo romanzo Atti mancati è stato pubblicato da Voland nel 2013) e critico (del 2014 per Quodlibet Da Pascoli a Busi, ma sono rilevanti gli interventi “militanti”, particolarmente sul Domenicale del Sole 24 ore e su Il Foglio), ama indagare il territorio interiore, a cominciare dai rapporti interpersonali e di coppia, terreno così privato e delicato da presentarsi per definizione impervio, nel caso specifico anche significativamente problematico, quando non proprio faticoso.

Matteo Marchesini

Ne sono dimostrazione le liriche contenute in Cronaca senza storia (edizioni Elliot, prefazione di Paolo Maccari), che raccoglie poesie scritte tra il 1999 e il 2015, con la prima sezione, che dà il titolo al libro, costituita dai testi più recenti e finora mai pubblicati in volume, la seconda che presenta una scelta di componimenti già compresi in Marcia nuziale, la precedente raccolta del 2009. Il montaggio non fornisce al lettore un’antologia di testi che trova ragione solo nella selezione operata dall’autore, ma un libro fortemente unitario, al punto che le liriche già edite sembrano trovare una loro più esatta ed eloquente posizione nel nuovo contesto.

Il carattere autobiografico della raccolta, peraltro dichiarato esplicitamente da un richiamo a Saba, è in ogni caso subito circoscritto dalla doppia perentoria affermazione che chiude la poesia introduttiva, “da adesso vivere è solo ingannare, / da adesso scrivere è solo confessare”, con cui il poeta pare si impegni a ribaltare sia il postulato che vuole realizzato uno stretto legame tra vita e letteratura, sia il principio complementare per cui è invece la letteratura a inventarsi la vita. In questo caso, se l’esistenza è inganno, all’arte dello scrivere tocca mettere a nudo le mancanze e dunque rendere esplicito quello che il vivere quotidiano vorrebbe camuffare. La poesia è insomma confessione, ma di qualcosa che, tirate le somme, tende a non manifestarsi: “Tutte le cose che ho assaggiato / senza conoscerle davvero: le riviste engagées, / il tedesco e la tecnica del calcio, / gli oratori barocchi e le ragazze / che danno il primo bacio a dieci anni / e soprattutto te, / da adesso in poi non potrò più provarle / ma soltanto archiviarle/ (…) / Vivo tempi di proroga, mio amore, / non tempi d’esperienza”.

Con l’arrivo dell’età adulta, il protagonista delle liriche si scopre incapace di affrontare la complessità dei sentimenti e delle relazioni, non sa progettare un futuro che offra una spiegazione degli atti già compiuti: “Mi chiedo a volte se in questa ignoranza / io possa mai conoscere cos’è / una patria dei corpi e delle menti / nel durare del tempo / o se mi tocchi ripetere l’inganno / breve del grande amore”.

La poesia di Marchesini nasce dalla volontà di un’autentica confessione della propria interiorità e della natura complessa dei sentimenti, ma anche dalla disposizione a risolvere gli affetti in quella che Maccari chiama “attitudine ragionativa” e che forse è attrazione verso la distrazione dai sentimenti stessi, autocertificazione della non abilità a vivere le passioni. Quella di cui il poeta scrive è “una vita passata / a invidiare la gente che vive / e non sta sul chi vive”.

Questa ossessiva tendenza a guardarsi vivere, e a scoprirsi irrisolto, si definisce in una sorta di malattia che il soggetto estende alla coppia e in genere alle relazioni affettive, nella ripetizione automatica di gesti abituali, ormai privi di senso. Non è un caso che ad apertura di volume si faccia riferimento al ritorno “di due di rame, di pietra o di legno”, dove l’esplicita citazione da Cavalcanti, e al suo sentirsi un automa in seguito alla sofferenza d’amore, sembra voglia confessare una inadeguatezza a vivere le relazioni, la condanna a concepirsi solo come manichini o fantocci, come peraltro è ribadito nei versi successivi: “Si sopravvive facili a se stessi. / Ci si regala come abiti smessi / a miserabili che hanno la nostra faccia. / E ogni gesto intorbida la traccia”.

L’esistenza finisce allora per gravare nelle giornate del soggetto che anima i versi, mimando le emozioni “così come altri imparano a memoria / le lezioni di scuola”, atterriti però dalla evenienza “che a un tratto una domanda imprevedibile / sveli la smagliatura nei cervelli”.

Marchesini è bravo a smascherare i meccanismi spesso dolorosi che sono alla fonte delle vicende affettive, senza mai lasciarsi andare a scivoloni sul terreno della confessione svenevole. L’equilibrio è reso possibile oltre che da una vigile applicazione a spiegare il mondo in termini raziocinanti e dimostrativi, in special modo quando gli eventi porterebbero in altra direzione, anche dalla solida disposizione al controllo del mezzo espressivo. La lingua poetica di cui si fa uso l’autore è saggiamente artificiosa, con l’orecchio sempre rivolto alla tradizione novecentesca, nel ricorso all’armamentario retorico e soprattutto nell’uso dominante di un endecasillabo sommesso e poco cantabile, che tende ad abbassare, secondo una lezione che arriva da Sbarbaro, il tono delle confidenze e delle penose ammissioni.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi