TIATRU di Nino De Vita (Mesogea)

Nell’ultima delle cinque sezioni che compongono il nuovo libro di poesie di Nino De Vita, interamente occupata dal poemetto Bberengariu, il protagonista, nel suo modo logorroico e scompaginato di rivolgersi al prossimo, in questo caso rappresentato dal poeta stesso, dichiara la sua ossessione per le parole: “Pizzuti su’, bbaioti, cummattusi / ‘i palori, ggilusi. / Si rici vannu ritti / abbissati, ncucchiati: stazzunaru, / faccifaria, lappusa, stiraellonga, / sbagnari, rrizzutedda, sparaciaru, / ggesù… / ‘U viri comu sònanu. / ‘Unn’i lìanu renti. / Siddu ‘unn’u fai si mìttinu a farsiari, / fannu trinchititrànchiti. / Sunnu sciacqualatucchi, / ‘u sbiognaparintatu, / zzurbi, malafiuristi, / ô ‘n omu ‘u mpiricùddanu”. Che vuol dire che le parole sono altere, villane, complicate, gelose, che “se le dici vanno dette / accoppiate, assonanti”. In questo modo infatti non “allegano denti” e se non si fa proprio così esse “cominciano a sbandare, / stonano, stridono. / Sono delle miserabili, / il disonore di una famiglia, / infami, deformano i fatti, / portano un uomo alla sventura”.

L’esposizione di Berengario sembra contenere una dichiarazione di poetica e anche, visti i tempi, i nostri, un appello a evitare di utilizzare le parole solo per deformare i fatti: meglio allora che esse si presentino come fossero solo un gioco, come accade nella poesia, così da rendere significativi anche i suoni e il loro modo, spesso misterioso, di accoppiarsi. Ma il modo in cui Bberengariu sciorina le sue confuse verità, lascia intravedere anche altro: che la vita cioè può essere a volte insolente e ignobile, come “caiuna” e “pinesa” sono troppo spesso “i palori” nell’esistenza di ognuno di noi e che le parole possono portare con loro “cosi chi su’ nno trùbbulu”, fatti che sono nell’oblio.

Nino De Vita

E’ proprio questo il nucleo intorno a cui ruotano le tredici storie di Tiatru, che Nino De Vita, una delle voci più interessanti della poesia italiana di questi anni, affida ancora una volta alla casa editrice Mesogea, da tempo impegnata a curare la pubblicazione di tutte le sue raccolte.

Come in un teatro, i personaggi a cui il poeta di Marsala dà voce nel dialetto parlato dalle sue parti, mettono in scena se stessi, sono reticenti e disponibili, confessano le proprie debolezze e alimentano i nostri dubbi, riesumano fantasmi e avvenimenti provenienti da un passato che solo loro conoscono, e infine ci dicono che quello che la vita sembra comporre in un ordine preciso, è invece disordinato, vago, incomprensibile, e che l’unico vero destino è nell’incompiutezza, nell’impossibilità di condurre a termine un progetto. Avviene dunque che i personaggi di De Vita ci lascino, e lascino i loro interlocutori, frastornati, disorientati, alla ricerca di una tessera utile a ricomporre un destino, di una parola che sappia spiegare la scelta che ha cambiato il corso di un’esistenza.

I personaggi che dialogano in questi brevi racconti in versi sono parte di un’umanità sofferente, che vive un tempo che non è più il proprio e si muove all’interno di un mondo che forse da tempo non esiste. Donne e uomini tanto più veri proprio nel momento in cui scoprono che non c’è nessuna verità in cui credere, vagamente innamorati della vita, ma solo da quando la vita li ha lasciati malandati e senza fiato.

Sono personaggi bizzarri e tormentati, quelli che animano i versi di Tiatru. Come Solidea, che è tornata dall’Argentina e vorrebbe raccontare al ragazzino Nino le storie di Cutusio (è il luogo dove vive il poeta). Oppure ‘u rumitu, l’eremita, che scrive anche lui poesie, anzi che le poesie le compone nella propria mente e le recita solo in occasione di una festa, “pi rispettu ru Santu”. O ancora come Ggiovannineddu u’ foddi, il pazzo, che nella pausa del suo lavoro contadino si rivolge al ragazzino che lo ha spiato, spiegandogli che “stu pani è pisci e stu / cutteddu una trunchisa; / stu vino è focu, e ammeci / sta bbuccetta un furcuni”, cioè che il pane è un pesce, il coltello una tenaglia, il vino è fuoco e invece la forchetta un rastrello, e che insomma “sugnu foddi, un foddi, / unu ch’è scancaratu”, urla Giovannino, mentre il povero Ninuzzu “fuìa spirdutu a pperi / nculu”.

E che dire di Turiddu ‘u salinaru, impegnato nel suo faticosissimo lavoro, “che munta ‘i veli / nne mulina, suppia / ri no mari, fa ‘u sali”, che consiglia a un ragazzo che chiede di essere assunto a tutti i costi, visto che i primi tre giorni di lavoro saranno di certo i più difficili da affrontare, “pi sti primi tre gghiorna /’un mmèniri”, insomma di presentarsi direttamente al quarto giorno.

Nino De Vita rappresenta questo mondo turbato e sofferente con uno sguardo paziente e affettuoso, sposandone in qualche modo la farneticante saggezza, attraverso una lingua, al contrario, estremamente equilibrata, che sembra provenire da una tradizione epica popolare, che si ciba dei suoi suoni e che si alimenta delle improvvise deviazioni di significato. E’ la lingua della poesia che si sposa con quella dei cantastorie e che diventa capace di raccontarci la nostra umanità, perché, così come predica Bberengariu, “un omu / è fatto ri palori”.

 

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

SULITA’ di Nino De Vita (Mesogea)

La poesia di Nino De Vita è sorprendente. E’ insieme antica e modernissima, si ciba di un dialetto in uso, e forse neppure più tanto, in un territorio geograficamente piuttosto limitato e riesce a farsi intendere ben al di fuori dei confini nazionali, proprio perché paradossalmente utilizza una lingua poetica vicina ad esperienze culturali di respiro europeo. E’ una poesia che si sofferma sui grandi temi dell’esistenza, innanzitutto del nulla che ci è intorno e condiziona ogni nostra azione, ma lo fa senza esibire nessuna filosofia, anzi scegliendo che siano personaggi marginali a dire la loro idea sul mondo, protagonisti di eventi minimi, di storie apparentemente insignificanti.

 

Nino De Vita

Le vicende che la poesia di De Vita presenta restano come sospese, sono brandelli che penzolano sull’animo del lettore, come se fossero appunto aggredite all’improvviso da una mancanza di senso, dal vuoto che senza tregua si riprende il suo posto. Si tratta di piccoli racconti in versi, di segmenti narrativi, nei quali lo svolgimento della vicenda viene spesso presentato attraverso l’espediente del dialogo. C’è chi ha voluto parlare, a tale proposito, di poesia epica, di un’epos che rimane comunque circoscritto all’interno di un preciso e ridotto perimetro. Direi comunque che l’epica di De Vita non si concretizza in una rivelazione fluida degli avvenimenti, non si costruisce attorno a uno svolgimento cronologico preciso, essa al contrario è frantumata, la sua tendenza a raccontare si scontra inevitabilmente con l’impossibilità a chiudere il cerchio. E’ come se un cantastorie siciliano o un puparo avesse incontrato sul suo cammino Raymond Carver. A ben guardare, la poesia di De Vita è vicina a quella di tanta produzione anglosassone, forse anche in maniera inconsapevole, tanto che viene fatto di pensare che la traduzione del suo siciliano risulterebbe più vicina all’originale in inglese invece che in italiano.

Nino De Vita scrive nel dialetto di Cutusio, o Cutusìu, la contrada di Marsala dove è nato nel 1950 e dove vive. Dopo l’esordio in lingua nel 1984 con la raccolta Fosse Chiti, ha sempre pubblicato opere in dialetto. Tra queste vanno ricordate Cutusìu, Cùntura, Nnòmura, Omini. La sua raccolta più recente, in circolazione da alcune settimane, è Sulità, edita dalle messinesi edizioni Mesogea. “Sulità” significa solitudine, ma, forte anche dell’uso che se ne fa nel proverbio “sulità santità”, diventa nelle mani del poeta, al pari della saudade per i portoghesi, una sorta di categoria dello spirito, una chiave per interpretare il mondo, una condizione interiore invece che fisica, determinata dai casi della vita, dalle sciagure e dalle afflizioni, da eventi semmai già avvenuti da tempo e che tornano o si lasciano intravedere nei racconti dei protagonisti delle poesie.

I protagonisti di queste poesie (l’io lirico si esibisce solo raramente: nel ruolo di un personaggio che guarda e annota, a volte interloquisce) sono uomini e donne che improvvisamente vengono posti di fronte al proprio destino o che ritornano senza pietà, e senza che sia possibile un rimedio, agli eventi che ne hanno segnata la vita. Il poeta si muove in questa Spoon River di viventi con la grazia discreta di chi sa che ogni singola esistenza non si può spiegare ma solo raccontare, si può abbracciare non giudicare.

Nella poesia “I cosi chi si fannu” (Quello che si fa) una donna è costretta a vivere quotidianamente a contatto con l’uomo che segretamente ama, che è il futuro sposo di sua sorella. La donna vive dei suoi sguardi e delle sue rare parole (“Mi piaci chi mi parla. / M’arrèstanu ‘i palori / chiantati poi pi gghiorna / chini”. “Mi piace che mi parla, / Mi restano le parole / dopo, dentro, per giorni / interi”), ma vorrebbe che i due andassero a vivere altrove e la casa tornasse “a com’era prima”. Il momento più duro è quando sua sorella e l’uomo si appartano: “Rririnu tutti rui, / si strìncinu, sarrà… / Sta cruci ‘unn’a circai. / L’ha purtari e ‘un cci ‘ a fazzu. / Ora ‘un rrìrinu cchiù… / Mi veni ri nfuddiri. / ‘I cosi chi si fannu, / chi nna st’accianza si / fannu…”. “Ridono tutti e due / si stringono, forse…/ Questa croce non l’ho cercata. / Devo portarla e io non ho le forze. / ora non ridono più… / Mi viene da impazzire. / Quello che si fa, / che in questi momenti si / fa…”

Le donne e gli uomini di queste poesie appunto sono colti nel momento in cui si manifesta dinanzi ai loro occhi la croce che sono costretti a portare. Il poeta non può liberarli dal peso, ma può parlarne. Del resto, come scrive De Vita nella poesia “I libbra” (I libri) “I libbra stannu fermi / ma rintra hannu una vita / ch’ì macina: cci sunnu / ‘i cinchedda, i sbintati, i luparini; / i torti, i macanzisi; / allivoti cci sunnu ‘i nannalau, / ‘i scarafuna, l’òmini squaquègnari, i ngazzati, l’eroi; / cci su’ nzivati tinti / nne cantunera bbianchi / ri fogghi, cc’è u silenziu, / cci su’ ncuttumi, i tuppuli nu cori…”, “I libri stanno fermi / ma dentro hanno una vita / intensa: ci sono / gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere; / i malvagi, i traditori; / a volte ci sono gli stupidi, / gli ingordi, gli uomini miseri, / gli amanti, gli eroi; / ci sono paure indicibili / negli spazi bianchi / dei fogli, c’è il silenzio, / ci sono pene, palpiti”.

Anche le poesie di Nino De Vita stanno ferme, ma dentro ci sono gli uomini e le loro storie, il silenzio, le pene, i palpiti, ci sono la lingua e le storie di Cutusio, che sanno parlare al mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi