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La vita certe volte

La poesia che apre la sezione La vita certe volte, contenuta nel mio libro di poesie Il mondo che farà, da poco pubblicato per i tipi di Elliot

La vita certe volte sfila accanto,
per proprio conto prende strade incerte,
spesso in salita, chiedo dove vai,
dove vai vita, nell’inseguimento
ho il fiato corto, forse non mi sente,
mentre io arranco lei viaggia spedita
ed incosciente, io non me la sento
di starle dietro, quella non si pente
e corre all’impazzata, più c’è gente
più provoca sfacciata e impenitente.
Ma poi penso mi fermo, quelle volte
che mi tormenta, tanto che ci faccio
con tutta questa vita, mi addormento
se lei corre di lato, o faccio finta
che sono assente e non è mia la vita.

 

© 2019 Lit  Edizioni Srl

 

IL MONDO CHE FARA’ a Pistoia e Firenze

La prima presentazione per la mia nuova raccolta di poesie non posso che giocarla in casa, tra le mura amiche e gli scaffali colmi di volumi della libreria Les Bouquinistes in via Cancellieri 5 a Pistoia. Venerdì primo marzo alle ore 18 a parlare con me de Il mondo che farà (Elliot edizioni), sarà il poeta Matteo Pelliti.

Secondo appuntamento martedì 19 marzo alla scuola di linguaggi Fenysia, in via de’ Pucci 4 a Firenze. Sarò in compagnia dei poeti Alba Donati e Luigi Oldani.

Due giorni dopo, il 21 marzo leggerò le poesie de Il mondo che farà alla libreria Lo Spazio in via dell’ospizio a Pistoia. Parla del libro il poeta Giacomo Trinci, mi accompagna il musicista Tommaso Allegri.

IL MONDO CHE FARA’ in libreria dal 21 febbraio

Il mondo che farà è il mio nuovo libro di poesie. E’ pubblicato
dell’editore Elliot nella collana di poesia curata da Giorgio Manacorda.

Sarà in libreria dal 21 febbraio.

Di seguito la poesia che è riportata nella quarta di copertina e che dà il titolo a una delle sezioni del libro.

Se il giallo si confonde e non conclude
la sua testimonianza, allora invecchia
il corpo spento, avverte che l’attesa
è una fermata in bilico sul nulla.
Quando poi la marcia è consentita
e il verde si profonde in cerimonie
e partiamo all’assalto, consumato
è il terreno, vediamo il precipizio
ad ogni passo, speriamo in una sosta
più duratura al prossimo passaggio,
che il giallo ci conservi nell’indugio,
l’incertezza ci liberi dal viaggio.

© 2019 Lit Edizioni Srl

Dai suoi raggi

Alla mia poesia Dai suoi raggi è dedicato l’ottavo dei totem poetici presenti per le vie di Ponte di Legno. L’istallazione, collocata in prossimità del complesso scolastico della cittadina della Val Camonica, sarà inaugurata lunedì 20 agosto. I totem sono voluti e realizzati dalla associazione Mirella Cultura, che organizza il prestigioso premio PontedilegnoPoesia.
I totem già presenti sono dedicati a poesie di Giuseppe Langella, Sandro Boccardi, Marisa Brecciaroli, Curzia Ferrari, Franco Loi, Alberto Toni e Franco Buffoni.

La poesia parla del Sole.

Dai suoi raggi

Risplenderà in decomposizione
un giorno il sole: trasformato in elio
l’idrogeno del cuore, rallentato
il battito, più esile il respiro,
il fiero dio sulla quadriga raggio
dopo raggio comincerà a morire,
saluterà le nuvole e i pianeti,
invecchierà nei secoli dei secoli,
fiacco e gigante, una stella enorme
calerà sui deserti. Sopra il cocchio
celere un tempo, siederà un vecchio
deforme e stanco, triste stella obesa
arresa al fato. L’idolo dolente
che tutto ha visto, tutto ha assecondato,
e fiumi e terra, Helios rinsecchito,
ricorderà montagne e continenti,
i ciclamini, i gemiti degli uomini,
la bontà dei castagni, le distratte
rive dei laghi, il volo rarefatto
della tortora, l’orgoglio dei ghiacciai,
il lume remissivo delle lucciole,
la mano tesa ad indicare il sole:

il sole che brillava sui miraggi,
la mano ad accennare antichi viaggi.

Metopa che raffigura Helios che esce dall’acqua del mare

Non si ascolta voce

Nessun lamento, non si ascolta voce
che implori né singhiozzo, sta in silenzio
la casa mentre perde i connotati,
si svuota dei cimeli pezzo a pezzo,
di barattoli e sedie, degli sguardi
ordinati con cura nei cassetti,
svaporano i sorrisi degli sposi
ancora in posa, solo un brontolio
s’alza dal ventre, come le pareti
avessero fermato un terremoto,
un male sordo che non trova sfogo,
occulto dramma che rimane opaco,
inconfessato tra la porta e il cuore.

Conto alla rovescia

(ultimo giorno dell’anno)

(ph. G. Grattacaso)

Ci piace che l’attesa sia racconto                  in senso inverso, quello che sarà
speranza cui si approda a marcia indietro,
conteggio certo che prospetta il viaggio
all’ora zero, per esaurimento
del tempo dato il varo della nave,
il razzo che è lanciato verso il cielo
è scatto quando svetta il passo morto.
Numeriamo l’auspicio da infinito
al punto senza tempo, l’ora assente
ci stimola all’imbarco, all’avventura
verso il tragitto ignoto: è proprio il niente,
quell’attimo di vita insospettabile,
per privazione per insufficienza,
che vorremmo durasse, quota zero
che festeggiamo, lì finisce il tempo
e non ha inizio il mondo che farà.
Brindiamo a questo scampolo di nulla,
al precipizio senza qualità,
all’ora che non c’è, camminamento
nella mancanza, esordio nell’assenza.

COMICA FINALE

(tre poesie per Laurel and Hardy)

Sessanta anni fa, il 7 agosto del 1957, moriva Oliver Hardy. Aveva 65 anni. Negli ultimi tempi era stato vittima di un infarto e poi di un ictus, che lo avevano costretto ad una dieta rigidissima. Stan Laurel ebbe poi alcune offerte di lavoro, che rifiutò, poiché aveva deciso di non recitare più senza Hardy.

Da trent’anni penso di scrivere qualcosa sulla loro arte. Spero di esserci riuscito ora. In queste settimane ho rivisto molti dei loro film e, per la prima volta, un video amatoriale, girato dai familiari di Stan pochi mesi prima della morte di Oliver. Anche Laurel era stato colpito, in quel periodo, da un ictus, che rendeva precari i movimenti della parte sinistra del corpo.

1.

Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.

2.

Non c’è niente che sia davvero facile,
nessun passo di danza o acrobazia
che accorci la distanza. Fedeltà
a vana cianfrusaglia, la zavorra
inutile, l’orpello, il giro a vuoto
aiutano a capire che la vita
spesso divaga, che l’inesattezza
porta a contatto con la verità.
Non c’è tetto, nessuna costruzione
che possa sopportare un’esplosione,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è un tuffo dentro una pozzanghera,
l’interno di una stanza traboccante
di oggetti da sfasciare, vanità
è credere che esista il gesto esatto,
la strada breve, un unico espediente.
La caduta, il passo falso è ballo,
movimento impacciato è uguale a grazia.

3.

Una mattina del cinquantasei,
in un filmino ad uso familiare
Oliver Hardy guarda stralunato
e sorridente verso l’obiettivo.

Non c’è didascalia, la scena muta
ce lo propone davanti la sua casa
in mezze maniche, pantaloni larghi,
l’atteggiamento allegro e sofferente.

Al suo fianco Stan Laurel in giacca grigia,
cravatta a righe, recita la parte:
un frullo d’ali, smorfia alzando il mento
per annuire, siamo ancora qui.

La comica finale ora è un dolente
addio al mondo, l’ultima pellicola
girata insieme, ma non cade niente,
tutto sta in piedi per la prima volta:

non c’è moglie che gridi o piatto rotto,
un tetto che si sbricioli, la sedia
che si fracassi, arcigno poliziotto
che chieda il conto. Tutto è già distante,

sceneggiatura insignificante,
non sanno cosa fare, eppure insieme
rimangono per sempre, è questo il film,
la vita che si tiene i suoi cimeli.

Laurel non muove mai il braccio sinistro,
Hardy è più magro di settanta chili.

 

 

PARLAVANO DI ME in prima nazionale al teatro Bolognini di Pistoia

Parlavano di me, il mio racconto che dà il titolo alla raccolta pubblicata dall’editore Effigi nel 2015, diventa un testo teatrale e approda sulle tavole del palcoscenico. L’Associazione culturale Isole nel Sapere, in collaborazione con l’Associazione Teatrale Pistoiese, realizza una messa in scena, affidata alla regia di Marco Zingaro e all’interpretazione di Francesca Nerozzi. Il lavoro sarà presentato in anteprima nazionale domenica 23 aprile 2017 alle ore 21 al teatro Bolognini di Pistoia.

Al termine nel foyer del teatro sarà possibile visitare una mostra delle opere di Cristina Gardumi, autrice dell’immagine grafica dei materiali pubblicitari.

Parlavano di me è la confessione di una giovane donna a sua madre. 

La ragazza ​parla, con rassegnazione e durezza, di un’umanità esaltata e inconsistente, di un microcosmo di adulti che sembrano non voler crescere, dove regnano banalità e frivolezza. E’ il mondo dei concorsi di bellezza, nel quale emergono personaggi dagli atteggiamenti superficiali, cinici, dettati dall’invidia, ma a ben guardare ​mossi dallo sforzo di vivere.

La ragazza si rivolge alla madre inizialmente con rabbia, freneticamente, quasi incapace di tenere a freno la sua agitazione, poi il suo racconto tradisce un crescente turbamento, una condizione di sofferenza, e il linguaggio e l’atteggiamento si fanno più accorati. In fondo l’argomento principale delle sue parole non è quel mondo di lustrini, di accappatoi e tacchi a spillo, ma la propria condizione di disagio, il malessere che la affligge e che condiziona pesantemente la sue giornate.
Con il proseguire della storia, il discorso diventa un monologo appassionato, una supplica, una confessione. La madre, così incombente nella vita della figlia, forse è assente, comunque distante. La ragazza, infine con timore e con tenerezza, rivela la propria reale condizione, e palesa un disturbo che condivide con tante coetanee.

Francesca Nerozzi, pistoiese, è attrice, ballerina, cantante. La sua formazione iniziata dal balletto classico in giro per l’Europa, spazia dal cinema al teatro. Fa parte del trio vocale swing “Ladyvette” protagoniste della fortunata serie Rai1 “Il Paradiso delle Signore”. Vanta anche collaborazioni con il trio “Le Sorelle Marinetti” e ruoli da protagonista femminile in numerose produzioni ​n​azionali e ​internazionali.

Marco Zingaro,  ​p​ugliese trapiantato a Londra, è attore, performer e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha intrapreso una carriera ​i​nternazionale. Fondamentali le sue collaborazioni con compagnie inglesi quali Old Vic Theatre Community Company, Frantic Assembly, Coplicitè e Punchdrunk. Per il cinema​ è presente in pellicole quali “007 Spectre” e “Belli di Papà”, per la tv nelle fortunate serie “Medici, Masters of Florence”, “Tyrant”, “Knightfall” e in uscita per Rai1 “​I​l Capitano Maria”. Recentemente protagonista di uno noto spot pubblicitario nei panni di un supereroe.

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Anno nuovo

Penseremo possibile una svolta,
mutamento nel ritmo della marcia
per adeguarci ai tempi accelerati
che impone l’era, ai forsennati scatti
digitali, alle brusche alterazioni
negli assetti. Forse ci coglierà
per rinnovata sfida o infermità
di morbo antico, l’impazienza
di scosse, di trasalimenti, voglia
di rubare ai giorni emendamenti,
lezioni sconosciute, variazioni
al consueto regolare svolgimento
delle fatalità. Vogliamo breccia
nella compostezza, un’oscillazione
nella tenuta solita dei patti,
che una faglia rovini l’equilibrio
e ci riporti al passo vacillante
che era di giovinezza. Accadrà
invece poco o nulla, l’universo
proseguirà con pochi impedimenti
per il suo verso, noi rovisteremo
sia giorno o notte il cielo alla scoperta
del tempo che farà, domanderemo
alle stelle lontane, alle galassie
se sia sensato il balzo, che distanza
passi tra dove siamo e la felicità.

(ph. G. Grattacaso)

Parlavano di me – Hippopotamidae

Pubblico l’inizio del primo dei nove racconti che compongono il mio libro Parlavano di me (Edizioni Effigi). Il racconto ha titolo Hippopotamidae.

 

Il volume può essere acquistato richiedendolo in qualsiasi libreria. Oppure online,  recandovi  su queste pagine:

http://www.amazon.it/Parlavano-di-me-Giuseppe-Grattacaso/dp/8864336168/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454420869&sr=1-1&keywords=grattacaso

http://www.ibs.it/code/9788864336169/grattacaso-giuseppe/parlavano-me.html

http://www.cpadver-effigi.com/blog/parlavano-di-me-giuseppe-grattacaso/

 

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Ha cominciato a correre tra i viali, avanti e indietro, girando a caso a destra o a sinistra. Ha un piumino rosso che lo fa sembrare un piccolo fagotto irrequieto, un papavero che vola verso il sole, l’ala del pappagallo. Dopo un po’ ha cominciato a sedersi su ogni panchina. Dieci passi, una corsa veloce, la panchina. Ancora qualche passo, corsa, panchina. L’ho guardato fare. Finalmente si è avvicinato.
Gli animali sono abituati ai bambini, non fanno nemmeno più caso alla loro presenza. Ce ne sono sempre tanti qui, che urlano e che si inseguono. Ma oggi c’è solo lui, un solo bambino dentro il suo piumino rosso.

Lavoro allo zoo da due anni. Spalo letame dalle gabbie degli animali. Comincio alle sei del mattino, porto via lo sporco con una scopa di saggina, quelle che usavano un tempo i netturbini, poi con la pompa o a secchiate faccio in modo che l’acqua completi l’opera.
I primi giorni avanzavo con circospezione. Cercavo di non pestare gli escrementi. Nei vialetti controllavo la suola delle scarpe, come si fa sui marciapiedi di città, quando si teme d’aver pestato la cacca di un cane. Poi ho capito che è tutto inutile. Non c’è riparo alla merda, soprattutto dopo che è piovuto.
Faccio lo stesso giro tutte le mattine. E’ bello sapere che troverò gli animali nelle gabbie e che le gabbie sono sempre lì, uguali a se stesse, immobili e inesorabili, con quello spicchio di mondo che si portano dentro, le certezze di limiti prestabiliti, di vite che non cercano niente dal destino. A pochi centimetri dalle sbarre o dalla rete di protezione un cartello spiega le caratteristiche degli animali: c’è scritto il nome in latino, la provenienza, le particolarità della specie.
Armadillo villoso, Chaetophractus villosus, Sud America meridionale, vive in habitat aridi, è caratterizzato da lunghe setole, d’estate è prevalentemente notturno e si nutre di piccole prede, d’inverno è attivo soprattutto di giorno; la sua dieta è composta essenzialmente di vegetali. Cavallo di Przewalski, Equus przewalskii, Asia orientale, estinto in natura, sopravvive nei giardini zoologici e nelle zone protette, il branco tipico è guidato da una femmina anziana ed è formato da altre femmine, dalla loro prole e da uno stallone che rimane in posizione marginale.
Io d’estate sono qui all’alba. C’è appena un po’ di luce, gli animali si sono da poco svegliati ed è il momento più rumoroso della giornata. Il leone, i pappagalli, i macachi non si ricordano che sono dentro da una vita, che i loro messaggi non saranno raccolti da nessuno che non sia a pochi passi da loro, e lanciano i versi al sole che sorge. Aspettano delle risposte che non arrivano.
Qualche volta mi fermo davanti al recinto dell’Equus przewalskii, guardo la coppia immobile se non per le code che ogni tanto si agitano e i due sopravvissuti mi fanno tenerezza coi loro corpi un po’ tozzi, l’espressione assorta e inebetita, mentre si chiedono cosa ci faccia piantato lì. Chiamo il maschio, schiocco la lingua sul palato, gli faccio dei segnali con le braccia. Quando è a pochi passi gli dico che anche noi uomini non siamo più capaci di vivere in natura, siamo di fatto estinti per la natura. In un habitat naturale non riusciremmo a sopravvivere neppure pochi giorni, anche noi siamo protetti e chiusi in gabbie e recinti che costruiamo noi stessi. Viviamo tutelati nelle nostre città, nelle nostre case. Ci sono quelli che credono di andare a vivere in campagna perché a loro piace il contatto con la natura, così dicono. Ma della natura non sanno niente, non riconoscono gli alberi, non toccano mai la terra con le mani. Quando lo fanno, corrono subito a lavarsele. Le loro abitazioni sono più ricche di quelle di città. La domenica vanno a passeggiare nei centri commerciali pur di non vedere quell’erba che cresce in giardino e che bisognerebbe tagliare.
L’orango del Borneo, Pongo pygmaeus, vive in media tra i 35 e i 45 anni, i maschi arrivano a pesare fino a 100 chili, le femmine solo la metà. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 12 anni, i maschi sviluppano guance carnose e larghe, con cui impressionano i rivali e le femmine. I nostri simili per impressionare gli altri maschi e conquistare le donne, le guance cercano di scarnificarle, sudano all’interno di eleganti palestre, corrono e corrono, e poi, quando smettono di correre, salgono su grandi auto nere, che sembrano fuoristrada, ma non si sa bene cosa siano e a cosa servano.
Ce ne sono bizzarrie tra gli animali. Per esempio la foca di Weddell, Leptonychotes weddellii, nella stagione fredda trascorre il suo tempo sott’acqua, raggiungendo i 600 metri di profondità, ma è costretta a mantenere delle cavità piene d’aria sotto il ghiaccio o delle aperture per respirare e trascinarsi fuori. Per fare questo utilizza i canini e gli unghielli delle natatoie, ma i suoi denti non crescono continuamente, e col tempo si rompono a forza di tritare il ghiaccio. Così accade spesso che la foca muoia di fame, perché non ha i denti per mangiare. Lo Yak selvatico, Bos grunniens, conosciuto anche come bue tibetano, vive solo nelle steppe gelide a più di seimila metri di altezza. Durante le tormente di neve si protegge sdraiandosi accanto ai compagni del branco, formando un cerchio, con la testa rivolta verso l’interno.
Il Lar o “gibbone dalle mani bianche”, Hylobater lar, diventa attivo poco dopo l’alba, quando il maschio e la femmina eseguono una specie di duetto di grida forti e in crescendo, che serve per rafforzare il legame di coppia. Forse per vivere in due bisogna fare così, urlarsi qualcosa appena alzati, dirsi cattiverie a voce sempre più alta, strillare fino a non avere più forza.
Io comunque preferisco gli erbivori. Perché la merda degli erbivori non puzza se non di fieno stantio. Se la pesti, non ti porti dietro il tanfo fino a sera.
Ogni tanto dirigo lo spruzzo d’acqua della pompa sui miei stivali. L’acqua ricade in rivoli marroni. Se ho pestato la merda del leone o della tigre non c’è niente da fare. Mi rimane il puzzo nel naso fino a quando non torno a casa.
Quando non c’è nessuno d’inverno o nelle più torride giornate estive e so che il proprietario e il custode sono al caldo o si godono l’aria condizionata nei loro uffici, immergo gli stivali nella vasca dell’orso bianco. Muovo le gambe velocemente, produco degli schizzi come fanno i bambini con i loro piccoli piedi sulla sponda di un lago o nella vasca da bagno. Io ho i piedi dentro gli stivali. Certe volte l’orso mi guarda dalle sbarre. Non credo che sia contento che io usurpi il suo posto. Più tardi lo vedo che annusa il bordo della vasca.
Non stanno mica male gli animali. Qui hanno ricostruito il loro ambiente naturale. Almeno così dicono i depliant illustrativi, così sostiene il proprietario davanti alle scolaresche delle scuole elementari che visitano il giardino zoologico. In effetti gli animali sono protetti, tanto è vero che vivono più a lungo che se fossero nel loro habitat. Anzi il Cavallo di Przewalski non saprebbe neppure dove andare, non ce l’ha più un suo spazio che non sia quello dello zoo. Non credo nemmeno che il maschio ricordi che un tempo c’erano tante femmine nel branco, invece di quest’unica compagna.
Non è per niente facile ricostruire la savana o la giungla o la steppa a seimila metri o le acque del circolo polare. Diciamo che è come se gli animali vivessero pigiati dentro una cartolina. Sempre la stessa immagine, cambia solo la loro posizione. Lo stesso albero, lo stesso pezzo di foresta o di deserto. Non sai mai quello che c’è più a destra o più a sinistra. Dopo quell’albero ce ne sono altri o c’è un’ampia distesa di vegetazione stenta?
Dopo quell’albero in effetti c’è il casotto degli attrezzi e dopo ancora uno spiazzo per i giochi dei bambini. Scivoli, altalene, le panchine, così i genitori e gli insegnanti possono sedersi. Qui vengono molti bambini. Le caprette che sono libere per i viali del giardino zoologico li seguono in attesa di qualche ricompensa. Ci sono distributori di mangime. A pagamento, naturalmente.
Anche i pavoni passeggiano tutti tronfi tra i viali. Ma loro non amano i bambini. Quando li vedono salgono su una voliera e, se gli pare, aprono a ventaglio il lungo strascico di piume e si scuotono, come a dire non vogliamo seccature da questi mocciosi senza piume.
Quasi sempre rimango allo zoo anche per la pausa pranzo. Soprattutto in primavera, mi siedo su una panchina all’ombra davanti alla gabbia dei babbuini della Guinea e mangio il panino che ho preparato a casa. Leggo qualcosa. Ascolto i rumori dello zoo. I versi degli animali, ruggiti belati ululati che si susseguono, si intrecciano, si sovrappongono. Il frullare delle ali della Avocetta o del Turaco crestarossa. I tonfi delle Otarie orsine del Capo che si tuffano nell’acqua gelida. Gli zoccoli delle zebre di Burchell o del Cervo maculato che sbattono sulla pietra per liberare gli arti dalle mosche. La giraffa che strappa le foglie dalla mangiatoia. Il cammello che rumina.
Quando è caldo, mi distendo sulla panchina e mi addormento cullato da questi sogni di lontananza e di estraneità. Mi svegliano i babbuini che urlano, che si aggrappano furiosi alla gabbia, che corrono nel loro poco spazio come in una danza isterica di tarantolati.
Ma il rumore che preferisco è quello dell’ippopotamo che si muove nella sua acqua sporca e fangosa. Bisogna essere ben allenati per percepirlo. Ma io so sentirlo anche in lontananza. E distinguere. Per esempio mi accorgo se l’ippopotamo sta immergendo nella melma il suo testone, che poi scuote, lentamente. O quando apre le grandi fauci. Mi sembra di ascoltare la noia maestosa di quel sontuoso sbadiglio.
E’ l’animale che preferisco. Starei ore a guardarlo, lui che sta quasi sempre fermo, che guarda fisso davanti a sé, insensibile a tutto quello che gli sta intorno. I bambini urlano, “ehi! ehi!”, cercano di attirare la sua attenzione, improvvisano balletti davanti al suo recinto, gli lanciano noccioline. E lui niente, indifferente, guarda verso un punto lontano. Poi quando apre la bocca, spalanca le fauci, i bambini lanciano urla di meraviglia e di approvazione.
Il corpo dell’ippopotamo fa pensare a un animale vissuto in un’altra epoca. E’ un sopravvissuto. Tozzo, con le gambe corte, una testa impresentabile. Eppure in condizioni normali, vicino ai laghi africani dove vive, si muove con inaspettata grazia sulla terraferma, dove bruca l’erba, ma soprattutto in acqua dove vive la maggior parte del suo tempo. Può immergersi e rimanere a lungo sott’acqua passeggiando sui fondali. Vorrei vederlo mentre fissa con i suoi occhi sporgenti i pesci che si aggirano incuriositi intorno al corpo massiccio.
Cerco di leggere tutto quello che trovo sugli animali dello zoo. Degli ippopotami per esempio so che i piccoli rimangono con la madre fino ai cinque anni. E che il piccolo nasce quasi sempre sott’acqua.
L’ippopotamo è un animale essenzialmente acquatico, tanto che molti studiosi ritengono sia strettamente imparentato con le balene più che con altri ungulati, il maiale per esempio. E’ questo che mi affascina. Che abbia tanto bisogno dell’acqua, pur essendo un animale terrestre. Che abbia tanto bisogno dell’acqua e che viva nel cuore dell’Africa.
L’ippopotamo dello zoo è una femmina. Si chiama Tamidae. Entro nel suo recinto sempre con un certo rispetto. La chiamo per nome. Entro nell’acqua fino al ginocchio e mi metto anch’io a guardare verso quel punto dove lei guarda. Vorrei tanto capire cosa guarda, ma davanti ha solo degli alberi, i viali dello zoo, qualche panchina. E poi ha occhi laterali, posti nella parte alta della testa, per cui non sono certo che guardino nella direzione verso cui è orientato il muso. Non dà segni di impazienza, non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda.
L’ippopotamo non puzza. Ha un suo odore particolare, ecco tutto. Un odore che è un misto di fango, erba e fieno. E di quella sostanza densa e oleosa che ricopre l’epidermide.
Mansueto mi ha detto che Tamidae ha la pelle delicata, che si screpola facilmente e che è sensibile alle punture degli insetti. Io non ci volevo credere, ma poi ho capito che Mansueto dice sempre la verità sugli animali. Anche se, quando parla, usa un tono che sembra voglia prenderti in giro.

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi

Parlavano di me – presentazioni dicembre 2015

In libreria il mio libro di racconti Parlavano di me (Edizioni Effigi, € 12).

Le prime presentazioni.
Pistoia. Giovedì 17 dicembre alle ore 18 alla Saletta Incontri dell’Assessorato alla Cultura, in via Sant’Andrea 16, con intervento di Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università di Perugia, e lettura di Matilde Piroddi.
Salerno. Martedì 29 dicembre alle ore 18.30 alla Galleria Il Catalogo, in via A. M. De Luca 14, con intervento di Andrea Manzi, giornalista e scrittore, e lettura di Simona Fredella.

L’inserviente di uno zoo, affascinato dalla mole pacifica e sonnolenta dell’ippopotamo, un predicatore porta a porta alla sua prima esperienza, una giovane donna che consuma le sue ambizioni tra un concorso di bellezza e l’altro, due coppie che s’incontrano a cena nel luogo dove da anni trascorrono le vacanze al mare, un anziano sarto a cui tremano le mani, un professore alle prese con il figlio che sta per laurearsi, un gruppo di ragazzi che festeggiano il compleanno di uno di loro, una giovane extracomunitaria in attesa di ritirare il permesso di soggiorno, un uomo che porta sul palcoscenico di un teatro il suo malessere psichico: sono i protagonisti di vite comuni, che con distacco e quasi con indifferenza ripetono le loro azioni quotidiane.

Parlavano di me copertina

I nove racconti che compongono il libro narrano storie del tutto normali, di uomini e donne anonimi, a volte messi ai margini della società dalla vita che preme con frenetica impazienza, perché anch’essi partecipino senza reticenza allo stato di eccitazione collettivo. Ma forse sono loro stessi che hanno scelto di nascondersi: senza gesti clamorosi e senza mostrare atti di ribellione, hanno accettato che le proprie debolezze li conducessero passo dopo passo fuori dal gioco.

Qualcosa comunque è intervenuto nelle loro vite, un piccolo o grande avvenimento ha deviato il corso dell’esistenza, li ha resi lenti e lontani, ne ha fatto delle persone esteriormente inserite nell’ingranaggio, ma in fondo scampate con dignità al sistema, capaci di trovare quasi sempre una via di fuga che le ha portate in un mondo separato e divergente. Come l’ippopotamo ospitato nello zoo, che compare nel racconto che apre il volume, guardano l’ambiente circostante e chi lo abita con apparente imperturbabilità. Sono in fondo dei sopravvissuti, allo stesso modo del grosso animale che presenta nell’aspetto e nelle movenze qualcosa di irrimediabilmente inattuale.

I personaggi di questi racconti, chiusi nei loro silenzi e assorbiti da paesaggi ordinari, sono diventati prede di piccole manie e di insignificanti frustrazioni. Eppure anche nel loro scialbo panorama improvvisamente sembra sia possibile una luce, un piccolo bagliore che riscatti le loro giornate da reduci: un lampo rosso come il piumino di un bambino.

La poesia del pane

E’ stato pubblicato in questi giorni il libro Pane e Poesia, che raccoglie ricette di cibi poveri, a base di pane, e versi.  All’interno una mia poesia, che riporto di seguito.

La tenera esistenza dei panini
che cercano la stretta delle mani,
sentirsi in pugno, il garbato assalto
delle dita arpionanti la corteccia,
è breve viaggio in cerca di abbandono,
essere d’altri vita trangugiata
in dolci cedimenti, ma la voglia
dello sciogliersi in briciole dolenti,
del lasciarsi finire bacio a bacio,
come fosse la morte in ogni morso
sfinito godimento, è voluttà,
fibra che sfalda, ansito d’amore
che squarcia e in nuova vita si compone.

Boulangerie (ph. Grattacaso)

Boulangerie (ph. Grattacaso)

A metà strada tra il ricettario di cucina e l’antologia poetica, Pane e Poesia nasce per contribuire a diffondere la sensibilità antispreco, offrendo uno spunto di riflessione su quanto il cibo, e in particolare il pane, alimento così simbolico. sia un tema sempre presente e vivo nell’ispirazione poetica, trattato qui dai poeti che hanno donato le loro poesie, come annota Vincenzo Guarracino “spezzando parole come pane, trattando cioè ognuno, alla propria maniera, il tema della fame e del soddisfacimento del bisogno primario dell’alimentazione con parole adeguate, su registri e da angoli visuali suoi propri e peculiari”.

La vendita di questo libro contribuisce a sostenere l’attività del Banco Alimentare della Lombardia Onlus per il suo servizio “Siticibo”, che attraverso volontari recupera le eccedenze di cibo fresco e cucinato per donarlo a strutture di carità e assistenza che aiutano i bisognosi.

Sono presenti nell’antologia, tra gli altri, Sandro Boccardi, Tiziano Broggiato, Franco Buffoni, Luigi Cannillo,  Emilio Coco, Michelangelo Coviello, Nino De Vita, Luigi Fontanella , Tomaso Kemeny, Vivian Lamarque,  Valerio Magrelli, Franco Manzoni, Giulia Niccolai, Alessandra Paganardi, Daniela Pericone, Alessandro Quattrone, Maria Pia Quintavalla, Alberto Toni.

Il libro verrà presentato a MILANO mercoledì 16 dicembre, Spazio Coviello, via Tadino 20, ore 18.30;
a COMO venerdì 18 dicembre, Sala “Turbina” c/o sede Espansione TV-Coop. Editoriale Lariana, via Sant’Abbondio 4, ore 18.30.

pane e posia copertina[1]