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La vita certe volte

La poesia che apre la sezione La vita certe volte, contenuta nel mio libro di poesie Il mondo che farà, da poco pubblicato per i tipi di Elliot

La vita certe volte sfila accanto,
per proprio conto prende strade incerte,
spesso in salita, chiedo dove vai,
dove vai vita, nell’inseguimento
ho il fiato corto, forse non mi sente,
mentre io arranco lei viaggia spedita
ed incosciente, io non me la sento
di starle dietro, quella non si pente
e corre all’impazzata, più c’è gente
più provoca sfacciata e impenitente.
Ma poi penso mi fermo, quelle volte
che mi tormenta, tanto che ci faccio
con tutta questa vita, mi addormento
se lei corre di lato, o faccio finta
che sono assente e non è mia la vita.

 

© 2019 Lit  Edizioni Srl

 

IL MONDO CHE FARA’ a Pistoia e Firenze

La prima presentazione per la mia nuova raccolta di poesie non posso che giocarla in casa, tra le mura amiche e gli scaffali colmi di volumi della libreria Les Bouquinistes in via Cancellieri 5 a Pistoia. Venerdì primo marzo alle ore 18 a parlare con me de Il mondo che farà (Elliot edizioni), sarà il poeta Matteo Pelliti.

Secondo appuntamento martedì 19 marzo alla scuola di linguaggi Fenysia, in via de’ Pucci 4 a Firenze. Sarò in compagnia dei poeti Alba Donati e Luigi Oldani.

Due giorni dopo, il 21 marzo leggerò le poesie de Il mondo che farà alla libreria Lo Spazio in via dell’ospizio a Pistoia. Parla del libro il poeta Giacomo Trinci, mi accompagna il musicista Tommaso Allegri.

IL MONDO CHE FARA’ in libreria dal 21 febbraio

Il mondo che farà è il mio nuovo libro di poesie. E’ pubblicato
dell’editore Elliot nella collana di poesia curata da Giorgio Manacorda.

Sarà in libreria dal 21 febbraio.

Di seguito la poesia che è riportata nella quarta di copertina e che dà il titolo a una delle sezioni del libro.

Se il giallo si confonde e non conclude
la sua testimonianza, allora invecchia
il corpo spento, avverte che l’attesa
è una fermata in bilico sul nulla.
Quando poi la marcia è consentita
e il verde si profonde in cerimonie
e partiamo all’assalto, consumato
è il terreno, vediamo il precipizio
ad ogni passo, speriamo in una sosta
più duratura al prossimo passaggio,
che il giallo ci conservi nell’indugio,
l’incertezza ci liberi dal viaggio.

© 2019 Lit Edizioni Srl

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Paris racconta Pasolini

Giovedì 22 ottobre alle ore 18, a Lo Spazio di via dell’ospizio di Pistoia con Renzo Paris parliamo del suo nuovo libro, Pasolini. Ragazzo a vita (Elliot). La serata è organizzata  in collaborazione con l’Associazione culturale Isole nel sapere.

pasolini ragazzo a vita invitoA quarant’anni dall’omicidio di Pasolini, Renzo Paris torna con la memoria sui luoghi degli incontri romani con l’autore di Petrolio, raccontando un’amicizia durata dal 1966 al 1975. In Ragazzo a vita è il Pasolini “borghese” a campeggiare. Paris si spinge fino a Nuova Delhi e a Nairobi, per le celebrazioni pasoliniane, commentando la versione non censurata del dramma Affabulazione, che Pasolini gli donò in dattiloscritto, conservato come una reliquia. In questo post-romanzo sfila al completo la “famiglia” romana dello scrittore bolognese: da Alberto Moravia a Laura Betti, da Ninetto Davoli a Elsa Morante, con i loro viaggi, l’estate trascorsa a Sabaudia, i dibattiti televisivi sul ’68, e infine le ipotesi su quella morte così atroce avvenuta nel novembre del 1975.
Con questo libro intenso e malinconico, termina la trilogia che Paris ha dedicato ai grandi scrittori del Novecento, iniziata con Alberto Moravia. Una vita controvoglia (Castelvecchi, 2013) e Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone (Elliot, 2014)

Poeta, narratore e saggista, Renzo Paris è nato a Celano (AQ) nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato romanzi: Cani sciolti (Transeuropa, 1988, tradotto in Francia), Frecce avvelenate (Bompiani, 1974), Filo da torcere (Feltrinelli, 1982), Le luci di Roma (Theoria, 1990), Squatter (Castelvecchi, 1999), Ultimi dispacci della notte (Fazi, 1999, tradotto in Germania). Ha raccolto le sue poesie in Album di famiglia (Guanda, 1990). Nel 1988 ha pubblicato un libro autobiografico sul ’68 (Cattivi soggetti, Editori Riuniti), nel 1995 Romanzi di culto (Castelvecchi). Ha tradotto e commentato le poesie di Corbière, Apollinaire, Prévert.  Ha insegna Letteratura francese all’Università.