Paziente e gentile lo sguardo di Grattacaso

di Massimo Onofri

Nato a Salerno e residente a Pistoia, Giuseppe Grattacaso è un uomo gentile di quasi sessant’anni, che insegna in un liceo linguistico. Ma, soprattutto, è un poeta. Il suo esordio precoce, Devozioni, risale al 1982, quando aveva venticinque anni, proprio come il protagonista dell’ultimo racconto di Parlavano di me, “Come una pietra”, che festeggia il compleanno nella casa a mare dei genitori: mentre si raddensa il grumo dell’incomprensione. L’ultima raccolta di versi è invece La vita dei bicchieri e delle stelle (2013). 

Perché queste notizie? Perché, da questi pochi dati, si può presupporre non poco per presentare la prima sorprendente prova narrativa di Grattacaso. Salerno, ovvero Alfonso Gatto, che più di qualcosa ha rappresentato per lo scrittore. Pistoia: cioè la piccola patria d’un manipolo di intellettuali, innamorati di poesia e arte, tra i quali Roberto Carifi e Giacomo Trinci. Una piccola patria affacciata, però, sulla Firenze ove Grattacaso ha incontrato taluni maestri: Luigi Baldacci e, soprattutto, Piero Santi e Alessandro Parronchi. Infine la gentilezza: la quale è evocata qui, non tanto e non solo a definire l’uomo, che non ho mai incontrato di persona, quando la modalità dello sguardo del narratore. Ecco: se è vero che Grattacaso, davanti ai suoi personaggi, non giudica, né spiega, ma rappresenta, è altrettanto vero che, persino quando ci restituisce situazioni dolorose, talvolta d’una certa ferocia, il suo sguardo, dentro una sorta d’arresa mitezza, non perde mai di gentilezza. La stessa arresa mitezza, la stessa gentilezza di Alberto Tommasini, il professore malinconico e svagato il quale, nel racconto “Perché dovrei aver paura?”, apprende dal proprio figlio, il giorno prima di laurearsi, che non ci sarà nessuna discussione di tesi, perché la sua carriera universitaria è stata una menzogna. Nessuna reazione di rabbia o delusione del padre, ma solo il desiderio di andare col figlio all’Acquario di Genova, magari a recuperare la perduta infanzia di entrambi.

Il libro si compone di nove racconti e prende il titolo dal quarto, che narra la storia amara di una ragazza che vorrebbe superare le selezioni di miss Italia, ma ha le gambe grasse. Sicché quel Parlavano di me del titolo può valere davvero come lo stemma araldico di tutto il libro, come la traduzione di un certo modo di avvertire il mondo, tanto più se lo si espande, quel titolo, nelle parole che la ragazza dice alla madre: “L’hanno detto e l’ho sentito bene (…). Ha le gambe grasse, hanno detto, e tu eri lì, ad un passo da loro e non hai fatto niente, non sei intervenuta, non mi hai difeso”.

Dovrei dire di altri personaggi struggenti, nella loro dolorosa ordinarietà. Aggiungo solo che la forza di questi racconti sta nella poesia che li nutre, che arriva improvvisa e radente, come una luce di redenzione. A scriverli è un uomo concentrato e sotto sforzo, seppure non lo dà a vedere, il quale come l’ippopotamo di “Hippopotamidae”, “non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda”, per accettarlo così com’è, senza impazienza.

Avvenire, 15 aprile 2016

 

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