Periscopio

di Roberto Deidier

 

[La prima parte dell’articolo si sofferma sul libro Città alla fine del mondo di Tiziano Broggiato]. Quella diffrazione è invece interamente occupata da Giuseppe Grattacaso, che a tre anni di distanza da Confidenze da un luogo familiare torna con un libro tutto nuovo, La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto, 2013). Le polarità di Broggiato sono rese qui in tutta la loro evidenza già dal titolo: l’universo empirico di Grattacaso spazia dal minimalismo degli oggetti casalinghi (bicchieri, posate, lavatrici) fino alla contemplazione degli spazi siderali, in un parallelismo anch’esso inquietante e densamente semantico. Anche qui l’epigrafe è rivelatrice e rinvia, ancora una volta, alla fenomenologia della percezione visiva, all’insegna dell’illusione, della fatuità, dell’incredulità; da una parte Leopardi riecheggia l’infinità dell’universo come mera illusione ottica, dall’altra Alfonso Gatto (vale ricordare che Grattacaso è di origini salernitane, dunque l’ascendenza si riveste di un valore araldico) interviene a ricordarci che “C’è sempre un giorno che il creato crea / se stesso e gli occhi e il modo di guardare”.
Un discorso su questo libro, pertanto, non può non prendere avvio da questa indicazioni che a loro volta affondano – o ne costituiscono la radice – in un approccio ai fenomeni della realtà, sempre problematico e mai rinchiuso in una semplice teoria gnoseologica. Anche in Grattacaso l’immagine che si pone dietro le sue parole è quella tradizionale del viaggio della vita come viaggio dell’ingegno, della navicella di dantesca memoria che solca gli abissi dell’esperienza e della coscienza: la disposizione è quella di essere, dentro e fuor di metafora, “per sempre naviganti e non c’è mare”. L’interlocuzione è chiara e diretta con la matrice leopardiana, con un infinito che può darsi per via di poesia, attraverso il pensiero che finge raccontando, ovvero attraverso l’immaginazione; ma sull’altro versante, quello della scienza, l’inarrestabile espandersi dell’universo, per il poeta, “dilata il buio, nero” e riaccende ancora una volta il “pensiero”. Semplice, stupefatta rima interna: che ci rinvia a Leopardi, stavolta quello della canzone ad Angelo Mai, al tentativo dei grandi esploratori di ridurre il mondo in “breve carta”, di fatto limitando il potere dell’immaginazione. Così lo sguardo si sofferma al di qua della più celebre siepe della poesia moderna, circondati dal niente, al massimo “un po’ di cielo, un tenue azzurro”. L’azzurro, la dimensione della poesia, che crea per noi l’illusione dell’infinito.
Il soggetto è costretto a misurarsi con la propria finitudine, perfino con le proprie fisime e idiosincrasie; il suo spazio così definito è luogo di abitudini, oltre le quali si distende l’abisso: “L’anima si incupisce se gli oggetti / di nessun conto, le lampade i bicchieri, / ci abbandonano, il corpo si protende / senza di loro sul ciglio dell’abisso”, scrive Grattacaso. Eppure quell’abisso rappresenta un sicuro polo di attrazione, per il pensiero che sa immaginare, dietro un oggetto che si rompe, dietro una minima crepa sulla sua superficie, un sentiero che rinvia a un universo autre. In una delle sue più belle poesie, Auden lo identifica in una strada che conduce al mondo dei morti, così che finito e infinito tornavano ad essere non due categorie dialetticamente contrapposte, ma due categorie reciproche, l’una non potendosi dare senza l’altra. In questo libro questa reciprocità non è affermata in modo così ineluttabile, perché la realtà stessa, l’esperienza, il mondo fenomenico possono essere di per sé una fucina di illusioni, una rifrazione del soggetto. Grattacaso dialoga direttamente con il Montale di Ossi di seppia, con le sue negatività, riprendendo l’impulso che Schopenhauer, nel Mondo come volontà e rappresentazione, poteva aver dato a un testo cardine della modernità poetica, Forse un mattino andando in un’aria di vetro. Ciò a cui assistiamo, qui, è una evidente riscrittura e ripresa di quel testo ormai lontano, perfino nell’indifferenza degli “uomini che non si voltano”, che ricondotta alla radice leopardiana diviene indifferenza della natura tutta, astratta, distante, vaga “materia indefinita siderale”. Ma questo è il punto. Quello che il pastore errante, contemplando l’immensità del cielo notturno, intravede come luogo della non-vita, come baratro “orrido e immenso”, si tramuta qui in una richiesta: “chiediamo un buco dentro cui franare, / un imbuto nel cielo, un fondo nero / che ci ridoni la nostra parte eterna”. La poesia torna ad essere scommessa oltre la finitudine, oltre la caducità, ponte immaginifico tra due misteri: quello della natura umana e quello del tutto senza fine. Per questa via, anche una fisiologia impossibile, come quella della tartaruga, può diventare fenomenologia del possibile, e oltre la dimensione dell’acqua, la tartaruga potrà scoprire, un giorno, di poter volare; sempre per questa via, Grattacaso può far agire una singolare attitudine metamorfica, trasformando le palme decapitate del lungomare, nella sua Salerno, in sagome femminili abbondanti e matronali, tronchi che divengono “abiti da sposa”, in un esorcismo, finanche tenero, della nostalgia. Ma tenerezza e nostalgia (declinabile forse meglio come malinconia) sono due ingredienti ricorrenti nei suoi versi come in quelli di Sandro Penna, suo fertilissimo referente.

Poeti e Poesia, n. 31, aprile 2014
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