La malinconica leggerezza di Giuseppe Grattacaso

di Alberto Toni

 

“Confidenze da un luogo familiare” di Giuseppe Grattacaso (Campanotto Editore, 87 pagine, 10 euro) è un libro di ricognizione del reale, ma di quel reale che è filtrato dalla leggerezza. Una leggerezza intesa come cantabile, come sguardo gnomico e disincantato sulla vita. Il che non vuol dire che non ci siano momenti di pausa, di riflessione, anche di malinconia. Le cose sono viste nella loro dimensione di verità, nuda, essenziale. “Cerco il miracolo, ma se i giorni vanno / dietro altri giorni, anno dopo anno, / mi riconosco pianta senza foglia, / quello che parte e sempre è sulla soglia”: il poeta si mostra nei suoi umori, nel suo essere in attesa. Ascolta e condivide, si identifica, persegue una coerenza interiore, “perché poi in fondo è meglio la paura / che un agire per sempre contraffatto”. Se, dunque, “non c’è altro che poco, resta poco”, meglio fermarsi per guardarsi intorno. “Il lento scivolare ci matura”, dice Grattacaso. Il tempo è inesorabile, ma apre squarci di bellezza, barlumi di una presenza che non si arrende. Talvolta la tentazione è quella di sottrarsi, per non confondersi, per guardare forse con maggiore attenzione, mettere a fuoco. Scrivere vuol dire per l’autore fare un bilancio, senza però mai perdere coscienza. In questo, il tono leggero diventa strumento, ironia, se necessario, proprio per non fare del dramma un peso insopportabile: “Ma non mi abbatto, atteggio il viso a riso / ed anche da depresso mi accontento”. Ecco il segreto di questi versi dal tono caproniano: la metafora del viaggio si carica di simbolo cantabile: “Treno che vai, dov’è che arrivi treno?”. Come nel “Congedo del viaggiatore cerimonioso”, anche qui chi osserva è testimone di una imminente sparizione. Il tempo cancella e porta via con sé giovinezza e ricordi, persone e storie. Quello della conoscenza è un percorso tortuoso: “Più vedo e più mi sfugge ogni costrutto”. Ma la poesia è pure finzione di ciò che non è, desiderio di altro, progetto di un’altra vita: “Se tu lo vuoi, io me lo invento un giorno / che ti sembro deciso, sembro eterno”.

L’Avanti, 19 novembre 2010
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