Sandro Penna, la “triste luce”

Esiste nella poesia di Sandro Penna un’attrazione verso la luce. Come se il poeta provasse il bisogno di guardare persone e cose, i fanciulli e le presenze della natura, sotto i raggi abbaglianti del sole, nel pieno della luminosità di una giornata in cui l’aria stessa è fonte di spettacolo (Sul molo il vento soffia forte. / Gli occhi hanno un calmo spettacolo di luce”; “Entro l’azzurro intenso di un meriggio d’estate / denso è il fogliame e assorto sotto il lucido sole”: sono gli incipit di due poesie degli anni Quaranta). Penna vuole vedere chiaramente, isolare gli oggetti prima di introdurli nel verso, sembra mosso dalla necessità di essere abbagliato dalle forme per conoscerle. In questo modo in effetti è come se gli oggetti si presentassero ai nostri occhi per la prima volta: l’illuminazione diffusa sorprende e inventa.

Penna sorridente in compagnia di Pasolini

Come nella lirica d’amore dello Stilnovo, la luce rende possibile l’apparizione e introduce al miracolo della presenza dell’oggetto amato, ma la presenza è fuggevole e la luce costruisce la scoperta e prepara all’assenza. Inoltre anche in Penna, come avviene nella poesia di Pascoli, la luce sfuma i contorni e nel riverbero lascia intravedere fantasmi, sottintende il mistero: se l’aria è “gemmea” non è detto che sia frutto della stagione primaverile, l’apparenza (si tratta pur sempre di un’apparizione) potrebbe nascondere tutt’altra realtà, scoprendo “nere trame” e rendendo angoscioso e lontano il cielo.
Come scrive Cesare Garboli, nel sistema ossessivo che attraversa la poesia di Penna “c’è una costante alternanza tra un’espressione panica, solare, luminosa dell’io e una reintroversione, una regressione nell’infelicità e nel mistero”.
Alla scoperta luminescente della natura e del desiderio dell’amore che essa contiene fa seguito repentinamente un senso di angosciosa rivelazione che porta alla consapevolezza che luce e ombra sono inseparabili, così come la gioia e il sogno conducono con sé un sentimento di nostalgia e di rimpianto.
E’ quanto appare evidente in questa lirica tratta da Croce e delizia:

Amore, gioventù, liete parole
cosa splende su voi e vi dissecca?
Resta un odore come merda secca
lungo le siepi cariche di sole.

Ciò che splende su amore e gioventù è la stessa forza che dissecca la loro vitalità e che rende amara l’epifania, cupa l’illuminazione. Il tono leggero e blandamente canzonatorio, lo scivolamento lessicale che coniuga le dannunziane siepi cariche di sole con l’acre e popolare odore della merda secca, rivelano l’impossibile permanenza della luce: luminosità e tenebre convivono, così come l’amore e il suo distacco.
Ancora dalla stessa raccolta:

Sole con luna, mare con foreste,
tutte insieme baciare in una bocca.

Ma il ragazzo non sa. Corre a una porta
di triste luce. E la sua bocca è morta.

Basta uno scarto, il piccolo movimento di una breve corsa, e la felicità sbanda, la realtà si impossessa nuovamente della vita e l’improvviso miracolo di un’apparizione salvifica si perde nella “triste luce”. La bocca desiderata diventa la manifestazione del rifiuto della vita e dello smarrimento che ci domina.