Saba, come un uccello

Quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera confessava di avere preferito che la vicenda di cui era stato protagonista, e che dunque dava luogo per la prima volta ad una narrazione non d’invenzione, fosse raccontata proprio come avrebbe fatto Saba, in versi cioè invece che in prosa. E aggiungeva che era stato in qualche modo ispirato all’impresa (lui, il narratore di La rosa rossa, Il cavallo Tripoli e del più noto L’onda dell’incrociatore) dopo che era entrato in possesso di una pipa del poeta, la più consunta, quella più usata dal poeta, per volontà della figlia Linuccia, che aveva voluto in questo modo che l’amico caro possedesse un oggetto in ricordo di suo padre.

Umberto Saba

Nella lettera, che è un documento prezioso e struggente e che è posta a introduzione dell’edizione Mondadori del 1965 del Racconto d’amore (sia detto per inciso che ne devo la conoscenza all’amico Alessandro Fo), sempre rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. “Un’altra volta – scrive Quarantotti Gambini nella lettera – stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole”. 

Umberto Saba morì a Gorizia, dove era ospite di una casa di cura, il 25 agosto del 1957, all’età di 74 anni. Le liriche di Uccelli erano state scritte nel 1948, nell’appartamento in via Crispi a Trieste che abitava con la moglie Lina. Quarantotti Gambini ricorda che Saba da qualche tempo si era trasferito in un nuovo appartamento, situato comunque nello stesso stabile, “più elevato di uno o due piani, come ben conveniva, quasi simbolicamente, a un poeta ch’era andato cercando una limpidezza sempre maggiore”. Insomma Saba si era avvicinato alla purezza del cielo, a quel cielo, c’è da aggiungere, frequentato dagli uccelli che tanto amava. Dopo la breve raccolta dedicata agli uccelli, il poeta triestino scriverà solo le poesie raccolte in Quasi un racconto (e tra loro sono le Dieci poesie per un canarino), le Sei poesie della vecchiaia e il romanzo Ernesto, che sarà pubblicato diversi anni dopo la morte.

Tra i testi contenuti in Uccelli, i ricordi riportati nella lettera di Quarantotti Gambini mi fanno concentrare, ora a sessanta anni dalla scomparsa del poeta, sulla poesia Cielo, che peraltro è dell’intero gruppo, insieme all’altra che ha titolo Nietzsche, quella dove meno si parla dei volatili, o meglio dove essi hanno soltanto il ruolo di comparse.

Trascrivo la poesia:

Cielo

La buona, la meravigliosa Lina
spalanca la finestra perché veda
il cielo immenso.

Qui tranquillo a riposo, dove penso
che ho dato invano, che la fine approssima,
più mi piace quel cielo, quelle rondini,
quelle nubi. Non chiedo altro.
Fumare
la mia pipa in silenzio come un vecchio
lupo di mare.

E’ indubbio che il centro tematico dei versi sia proprio il cielo. La parola compare, oltre che nel titolo, altre due volte nel testo. Particolarmente indicativo è il terzo verso, composto da un sintagma nominale altamente significativo, legato in enjambement con il “veda” del verso precedente. La prima strofa è animata dall’azione della premurosa Lina, che consiste nello spalancare la finestra. E’ come se Saba, che ha spesso parlato nei suoi testi di strade cittadine, a volte oscure e degradate, di persone che le attraversano, dei personaggi più umili, a cui si è sentito affine, di un “nero magazzino di carbone”, con l’approssimarsi della fine senta il bisogno di luce, di spalancare la finestra per vedere “quel cielo, quelle rondini, quelle nubi”. Saba aveva allora 65 anni, ed era vittima di una grave forma di depressione: le poesie di Uccelli vengono composte, come scrive lo stesso Saba, in “un breve periodo di tregua” concessogli dal suo male, che gli impediva “ugualmente di vivere e di morire”.

E’ singolare che sia nel ricordo del più giovane amico che in questi versi si parli di una finestra (ed è da presumere che sia la stessa): Quarantotti Gambini riporta di come le imposte si chiudessero presto la sera per rispettare le abitudini dei canarini, che il poeta accudiva con amore; Saba ci pone davanti a una finestra che si spalanca perché sia visibile “il cielo immenso”. I due gesti comunque concorrono alla stessa situazione. Il poeta è immobile, non chiede altro che guardare e fumare l’immancabile pipa, “come un vecchio / lupo di mare”. E cosa fa un lupo di mare, una volta diventato “vecchio” (anche questa parola è in posizione forte, alla fine del verso, in enjambement), se non ammirare l’immenso paesaggio che ha davanti, ammirare con nostalgia e ricordare, non potendo più agire?

In questa poesia, il protagonista sembra non potere fare altro che percorrere lo spazio angusto della propria camera (anche questo il ricordo di Quarantotti Gambini ce lo restituisce chiaramente) e contemplare il cielo, che diventa, allo stesso modo che per i canarini nelle loro gabbie, un luminoso e irraggiungibile oggetto del desiderio. Saba è come i suoi canarini chiuso in uno spazio limitato; come agli amati volatili, anche al poeta è sufficiente la visione del cielo per cantare ed essere felice, sia pure di una felicità segnata dalla nostalgia e dall’impossibilità di essere libero, di poter volare nel “cielo immenso”. 

Saba con un suo canarino

Nella lettera che Saba scrive ai “cari amici” (anche qui una lettera) a modo di prefazione alle poesie di Uccelli, sostiene “di non avere nulla da dire o da fare” in un mondo che non è più il suo. Racconta anche che “il gerente” della Libreria Antiquaria “che porta ancora il mio nome” aveva acquistato un gruppo di libri sugli uccelli e, temendo di aver fatto un cattivo affare, li aveva nascosti. Questi volumi però, scoperti dal poeta, lo attraggono e lo affascinano, aprono alla sua curiosità scenari imprevisti. Scrive Saba: “Sentirsi leggero e volare per forza propria mi sembrò, in quell’ultimo respiro che mi dette la vita, il colmo della felicità”.

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