Parlavano di me – Hippopotamidae

Pubblico l’inizio del primo dei nove racconti che compongono il mio libro Parlavano di me (Edizioni Effigi). Il racconto ha titolo Hippopotamidae.

 

Il volume può essere acquistato richiedendolo in qualsiasi libreria. Oppure online,  recandovi  su queste pagine:

http://www.amazon.it/Parlavano-di-me-Giuseppe-Grattacaso/dp/8864336168/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454420869&sr=1-1&keywords=grattacaso

http://www.ibs.it/code/9788864336169/grattacaso-giuseppe/parlavano-me.html

http://www.cpadver-effigi.com/blog/parlavano-di-me-giuseppe-grattacaso/

 

cropped-Parlavano-di-me-copertina-2.jpg

Ha cominciato a correre tra i viali, avanti e indietro, girando a caso a destra o a sinistra. Ha un piumino rosso che lo fa sembrare un piccolo fagotto irrequieto, un papavero che vola verso il sole, l’ala del pappagallo. Dopo un po’ ha cominciato a sedersi su ogni panchina. Dieci passi, una corsa veloce, la panchina. Ancora qualche passo, corsa, panchina. L’ho guardato fare. Finalmente si è avvicinato.
Gli animali sono abituati ai bambini, non fanno nemmeno più caso alla loro presenza. Ce ne sono sempre tanti qui, che urlano e che si inseguono. Ma oggi c’è solo lui, un solo bambino dentro il suo piumino rosso.

Lavoro allo zoo da due anni. Spalo letame dalle gabbie degli animali. Comincio alle sei del mattino, porto via lo sporco con una scopa di saggina, quelle che usavano un tempo i netturbini, poi con la pompa o a secchiate faccio in modo che l’acqua completi l’opera.
I primi giorni avanzavo con circospezione. Cercavo di non pestare gli escrementi. Nei vialetti controllavo la suola delle scarpe, come si fa sui marciapiedi di città, quando si teme d’aver pestato la cacca di un cane. Poi ho capito che è tutto inutile. Non c’è riparo alla merda, soprattutto dopo che è piovuto.
Faccio lo stesso giro tutte le mattine. E’ bello sapere che troverò gli animali nelle gabbie e che le gabbie sono sempre lì, uguali a se stesse, immobili e inesorabili, con quello spicchio di mondo che si portano dentro, le certezze di limiti prestabiliti, di vite che non cercano niente dal destino. A pochi centimetri dalle sbarre o dalla rete di protezione un cartello spiega le caratteristiche degli animali: c’è scritto il nome in latino, la provenienza, le particolarità della specie.
Armadillo villoso, Chaetophractus villosus, Sud America meridionale, vive in habitat aridi, è caratterizzato da lunghe setole, d’estate è prevalentemente notturno e si nutre di piccole prede, d’inverno è attivo soprattutto di giorno; la sua dieta è composta essenzialmente di vegetali. Cavallo di Przewalski, Equus przewalskii, Asia orientale, estinto in natura, sopravvive nei giardini zoologici e nelle zone protette, il branco tipico è guidato da una femmina anziana ed è formato da altre femmine, dalla loro prole e da uno stallone che rimane in posizione marginale.
Io d’estate sono qui all’alba. C’è appena un po’ di luce, gli animali si sono da poco svegliati ed è il momento più rumoroso della giornata. Il leone, i pappagalli, i macachi non si ricordano che sono dentro da una vita, che i loro messaggi non saranno raccolti da nessuno che non sia a pochi passi da loro, e lanciano i versi al sole che sorge. Aspettano delle risposte che non arrivano.
Qualche volta mi fermo davanti al recinto dell’Equus przewalskii, guardo la coppia immobile se non per le code che ogni tanto si agitano e i due sopravvissuti mi fanno tenerezza coi loro corpi un po’ tozzi, l’espressione assorta e inebetita, mentre si chiedono cosa ci faccia piantato lì. Chiamo il maschio, schiocco la lingua sul palato, gli faccio dei segnali con le braccia. Quando è a pochi passi gli dico che anche noi uomini non siamo più capaci di vivere in natura, siamo di fatto estinti per la natura. In un habitat naturale non riusciremmo a sopravvivere neppure pochi giorni, anche noi siamo protetti e chiusi in gabbie e recinti che costruiamo noi stessi. Viviamo tutelati nelle nostre città, nelle nostre case. Ci sono quelli che credono di andare a vivere in campagna perché a loro piace il contatto con la natura, così dicono. Ma della natura non sanno niente, non riconoscono gli alberi, non toccano mai la terra con le mani. Quando lo fanno, corrono subito a lavarsele. Le loro abitazioni sono più ricche di quelle di città. La domenica vanno a passeggiare nei centri commerciali pur di non vedere quell’erba che cresce in giardino e che bisognerebbe tagliare.
L’orango del Borneo, Pongo pygmaeus, vive in media tra i 35 e i 45 anni, i maschi arrivano a pesare fino a 100 chili, le femmine solo la metà. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 12 anni, i maschi sviluppano guance carnose e larghe, con cui impressionano i rivali e le femmine. I nostri simili per impressionare gli altri maschi e conquistare le donne, le guance cercano di scarnificarle, sudano all’interno di eleganti palestre, corrono e corrono, e poi, quando smettono di correre, salgono su grandi auto nere, che sembrano fuoristrada, ma non si sa bene cosa siano e a cosa servano.
Ce ne sono bizzarrie tra gli animali. Per esempio la foca di Weddell, Leptonychotes weddellii, nella stagione fredda trascorre il suo tempo sott’acqua, raggiungendo i 600 metri di profondità, ma è costretta a mantenere delle cavità piene d’aria sotto il ghiaccio o delle aperture per respirare e trascinarsi fuori. Per fare questo utilizza i canini e gli unghielli delle natatoie, ma i suoi denti non crescono continuamente, e col tempo si rompono a forza di tritare il ghiaccio. Così accade spesso che la foca muoia di fame, perché non ha i denti per mangiare. Lo Yak selvatico, Bos grunniens, conosciuto anche come bue tibetano, vive solo nelle steppe gelide a più di seimila metri di altezza. Durante le tormente di neve si protegge sdraiandosi accanto ai compagni del branco, formando un cerchio, con la testa rivolta verso l’interno.
Il Lar o “gibbone dalle mani bianche”, Hylobater lar, diventa attivo poco dopo l’alba, quando il maschio e la femmina eseguono una specie di duetto di grida forti e in crescendo, che serve per rafforzare il legame di coppia. Forse per vivere in due bisogna fare così, urlarsi qualcosa appena alzati, dirsi cattiverie a voce sempre più alta, strillare fino a non avere più forza.
Io comunque preferisco gli erbivori. Perché la merda degli erbivori non puzza se non di fieno stantio. Se la pesti, non ti porti dietro il tanfo fino a sera.
Ogni tanto dirigo lo spruzzo d’acqua della pompa sui miei stivali. L’acqua ricade in rivoli marroni. Se ho pestato la merda del leone o della tigre non c’è niente da fare. Mi rimane il puzzo nel naso fino a quando non torno a casa.
Quando non c’è nessuno d’inverno o nelle più torride giornate estive e so che il proprietario e il custode sono al caldo o si godono l’aria condizionata nei loro uffici, immergo gli stivali nella vasca dell’orso bianco. Muovo le gambe velocemente, produco degli schizzi come fanno i bambini con i loro piccoli piedi sulla sponda di un lago o nella vasca da bagno. Io ho i piedi dentro gli stivali. Certe volte l’orso mi guarda dalle sbarre. Non credo che sia contento che io usurpi il suo posto. Più tardi lo vedo che annusa il bordo della vasca.
Non stanno mica male gli animali. Qui hanno ricostruito il loro ambiente naturale. Almeno così dicono i depliant illustrativi, così sostiene il proprietario davanti alle scolaresche delle scuole elementari che visitano il giardino zoologico. In effetti gli animali sono protetti, tanto è vero che vivono più a lungo che se fossero nel loro habitat. Anzi il Cavallo di Przewalski non saprebbe neppure dove andare, non ce l’ha più un suo spazio che non sia quello dello zoo. Non credo nemmeno che il maschio ricordi che un tempo c’erano tante femmine nel branco, invece di quest’unica compagna.
Non è per niente facile ricostruire la savana o la giungla o la steppa a seimila metri o le acque del circolo polare. Diciamo che è come se gli animali vivessero pigiati dentro una cartolina. Sempre la stessa immagine, cambia solo la loro posizione. Lo stesso albero, lo stesso pezzo di foresta o di deserto. Non sai mai quello che c’è più a destra o più a sinistra. Dopo quell’albero ce ne sono altri o c’è un’ampia distesa di vegetazione stenta?
Dopo quell’albero in effetti c’è il casotto degli attrezzi e dopo ancora uno spiazzo per i giochi dei bambini. Scivoli, altalene, le panchine, così i genitori e gli insegnanti possono sedersi. Qui vengono molti bambini. Le caprette che sono libere per i viali del giardino zoologico li seguono in attesa di qualche ricompensa. Ci sono distributori di mangime. A pagamento, naturalmente.
Anche i pavoni passeggiano tutti tronfi tra i viali. Ma loro non amano i bambini. Quando li vedono salgono su una voliera e, se gli pare, aprono a ventaglio il lungo strascico di piume e si scuotono, come a dire non vogliamo seccature da questi mocciosi senza piume.
Quasi sempre rimango allo zoo anche per la pausa pranzo. Soprattutto in primavera, mi siedo su una panchina all’ombra davanti alla gabbia dei babbuini della Guinea e mangio il panino che ho preparato a casa. Leggo qualcosa. Ascolto i rumori dello zoo. I versi degli animali, ruggiti belati ululati che si susseguono, si intrecciano, si sovrappongono. Il frullare delle ali della Avocetta o del Turaco crestarossa. I tonfi delle Otarie orsine del Capo che si tuffano nell’acqua gelida. Gli zoccoli delle zebre di Burchell o del Cervo maculato che sbattono sulla pietra per liberare gli arti dalle mosche. La giraffa che strappa le foglie dalla mangiatoia. Il cammello che rumina.
Quando è caldo, mi distendo sulla panchina e mi addormento cullato da questi sogni di lontananza e di estraneità. Mi svegliano i babbuini che urlano, che si aggrappano furiosi alla gabbia, che corrono nel loro poco spazio come in una danza isterica di tarantolati.
Ma il rumore che preferisco è quello dell’ippopotamo che si muove nella sua acqua sporca e fangosa. Bisogna essere ben allenati per percepirlo. Ma io so sentirlo anche in lontananza. E distinguere. Per esempio mi accorgo se l’ippopotamo sta immergendo nella melma il suo testone, che poi scuote, lentamente. O quando apre le grandi fauci. Mi sembra di ascoltare la noia maestosa di quel sontuoso sbadiglio.
E’ l’animale che preferisco. Starei ore a guardarlo, lui che sta quasi sempre fermo, che guarda fisso davanti a sé, insensibile a tutto quello che gli sta intorno. I bambini urlano, “ehi! ehi!”, cercano di attirare la sua attenzione, improvvisano balletti davanti al suo recinto, gli lanciano noccioline. E lui niente, indifferente, guarda verso un punto lontano. Poi quando apre la bocca, spalanca le fauci, i bambini lanciano urla di meraviglia e di approvazione.
Il corpo dell’ippopotamo fa pensare a un animale vissuto in un’altra epoca. E’ un sopravvissuto. Tozzo, con le gambe corte, una testa impresentabile. Eppure in condizioni normali, vicino ai laghi africani dove vive, si muove con inaspettata grazia sulla terraferma, dove bruca l’erba, ma soprattutto in acqua dove vive la maggior parte del suo tempo. Può immergersi e rimanere a lungo sott’acqua passeggiando sui fondali. Vorrei vederlo mentre fissa con i suoi occhi sporgenti i pesci che si aggirano incuriositi intorno al corpo massiccio.
Cerco di leggere tutto quello che trovo sugli animali dello zoo. Degli ippopotami per esempio so che i piccoli rimangono con la madre fino ai cinque anni. E che il piccolo nasce quasi sempre sott’acqua.
L’ippopotamo è un animale essenzialmente acquatico, tanto che molti studiosi ritengono sia strettamente imparentato con le balene più che con altri ungulati, il maiale per esempio. E’ questo che mi affascina. Che abbia tanto bisogno dell’acqua, pur essendo un animale terrestre. Che abbia tanto bisogno dell’acqua e che viva nel cuore dell’Africa.
L’ippopotamo dello zoo è una femmina. Si chiama Tamidae. Entro nel suo recinto sempre con un certo rispetto. La chiamo per nome. Entro nell’acqua fino al ginocchio e mi metto anch’io a guardare verso quel punto dove lei guarda. Vorrei tanto capire cosa guarda, ma davanti ha solo degli alberi, i viali dello zoo, qualche panchina. E poi ha occhi laterali, posti nella parte alta della testa, per cui non sono certo che guardino nella direzione verso cui è orientato il muso. Non dà segni di impazienza, non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda.
L’ippopotamo non puzza. Ha un suo odore particolare, ecco tutto. Un odore che è un misto di fango, erba e fieno. E di quella sostanza densa e oleosa che ricopre l’epidermide.
Mansueto mi ha detto che Tamidae ha la pelle delicata, che si screpola facilmente e che è sensibile alle punture degli insetti. Io non ci volevo credere, ma poi ho capito che Mansueto dice sempre la verità sugli animali. Anche se, quando parla, usa un tono che sembra voglia prenderti in giro.

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi

2762 Total Views 3 Views Today

1 Comment

  1. È mia personale opinione, che il racconto, differentemente dal romanzo, non consente la distrazione: esige, infatti, attenzione, lettura curata dei particolari disseminati nel testo.
    Questo perché, forse, è una forma di controllo esasperato del gesto creativo, soprattutto se, con esso, si vuol puntare a ciò che gli antichi chiamavano “kalòn”: cioè alla compiutezza, alla completezza, insomma, all’armonia.
    Ora, è proprio dopo aver letto i racconti di cui si compone la raccolta “Parlavano di me”, che ho avvertito questa sensazione di (almeno) compiutezza.
    Per tentare di spiegarla, comincerei col sottolineare che ciascuna storia interrompe, per un attimo, il flusso naturale del tempo e si sofferma su di un particolare – un trauma, un’ossessione, un’infelicità, una sorpresa – cristallizzandolo.
    Da una parte, dunque, la vita che scorre; dall’altra l’attimo in cui il suo corso è interrotto da qualcosa che induce, se non al deragliamento, alla pausa.
    Si tratta di catturarlo, quell’attimo, e di decidersi, appunto, a cristallizzarlo.
    Tarkovskij scrisse che il cinema aveva la funzione di scolpire il tempo.
    Mutuando questa convinzione, si può allora affermare che i racconti di Giuseppe Grattacaso scolpiscano il tempo.
    Tuttavia, e continuo col tentativo di dare spiegazione a quella sensazione di cui sopra, ciascuna di queste piccole “sculture” è piena di qualcosa che le trascende.
    Questo qualcosa lo definirei come inno alla fragilità umana.
    Noi siamo, come sostiene anche Eugenio Borgna, una comunità di destino ed è, nel nostro destino, pena l’alienazione, prendersi cura della fragilità dell’altro, foss’anche col non voltare la faccia dall’altra parte.
    Giuseppe Grattacaso non volta la faccia: osserva e ci osserva e, senza giudicare, racconta. Così facendo si prende cura non solo dei fragili protagonisti delle sue storie, ma di tutti noi, rivelando, alla fine, la sua sensibile umanità.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *