Fondali sabbiosi

Può succedere che la parola oscura si mostri necessaria a causa del tortuoso cammino che serve per riapprodare alla luce, ma spesso un discorso enigmatico e impenetrabile è solo acqua torbida che nasconde fondali piatti e scialbi. Allo stesso modo la semplicità può mostrare la netta ovvietà di un panorama banale, il monotono e grigio distendersi della sabbia a pochi metri dalla superficie, ma può anche fare trasparire panorami inconsueti. Così la poesia che in superficie è ordinata e lineare può portare il lettore a ritrovarsi in regioni poco frequentate, o in territori che credeva di conoscere ma che ora gli rivelano verità impreviste.
Ci sono parole che vogliono essere trasparenti, che non costruiscono impalcature contorte e artificiose, che evitano le acque torbide. I versi che le utilizzano si distribuiscono sulla pagina come sulla superficie di un mare calmo e limpido, che lascia scorgere sul fondo complesse architetture di pietre e alghe. La trasparenza lascia che lo sguardo sperimenti abissi inesplorati, si muova lungo paesaggi compositi e sfuggenti, animati dalle presenze multiformi e vaganti di pesci e crostacei. L’occhio arriva a scorgere una vegetazione ricca e mutevole, che non immaginavamo potesse appartenere a quei luoghi e alla nostra vista.

L’INCORONAZIONE DEGLI UCCELLI NEL GIARDINO di Roberto Mussapi (Salani)

L’avviso arriva da Lau Lai, “il più bello di tutte le Hawaii”, un pesce dalle “strisce giallissime e blu”. Tutti gli uccelli si ritroveranno, come avviene ogni cento anni, in un posto prestabilito, “un luogo adatto a loro ma chiuso / per loro sempre in volo, sconfinati, / un luogo umano, questo è il loro uso”.
Comincia da questo annuncio L’incoronazione degli uccelli nel giardino, ultimo lavoro poetico di Roberto Mussapi, tra i maggiori poeti degli ultimi decenni, che compone un poema, intervallato da brevi prose, espressamente dedicato ai più giovani. L’impressione comunque è che Mussapi si rivolga ai ragazzi, ma perché questi invitino alla lettura anche genitori, zii e fratelli più grandi, tutti alla scoperta di un mondo accessibile solo attraverso lo sguardo trasognato e particolarissimo dei più piccoli. In effetti, come sempre avviene quando un poeta rivolge la propria attenzione all’infanzia (e vale appena ricordare l’esempio di Stevenson, o più vicino a noi quello di Alfonso Gatto) i versi finiscono per essere depositari di qualche verità che non sempre l’arte rivolta agli adulti riesce a confessare con uguale immediatezza e semplicità.
Gli uccelli si incontreranno tutti in un giardino di una casa di Milano e lì eleggeranno il loro nuovo re, che succederà a Bubo Bubo, il gufo reale che sceglierà tra i vari candidati chi è in grado di svolgere un ruolo così impegnativo, “essere re del falco e del fagiano / di tutto ciò che vive tra la terra e il cielo”.
Ma come fanno a parlare i pesci, da sempre esempi di mutismo? Con le bollicine naturalmente, in un linguaggio che noi, che pure discendiamo dai primi abitatori del regno del mare, abbiamo dimenticato. Ma, sottolinea Mussapi, “è una cattiva abitudine dell’uomo credere inesistente tutto ciò che ha dimenticato”. Incassata questa prima sentenza, ci poniamo subito una nuova domanda: come mai vanno così d’accordo i pesci e gli uccelli? Mussapi risponde così: “Be’, è ovvio perché sono belli. / Ma non basta ci sono pescioline / che sono belle ma fanno le veline… / Non basta essere belli, è necessario / avere in sé quel dono straordinario / di fondere il silenzio con il canto, / quel dono che suscita l’incanto / in noi umani e ci fa ricordare / qualcosa che abbiamo smesso d’imparare…”. E il “dono straordinario” di fondere canto e silenzio, non è forse prerogativa della poesia? E non è caratteristica dei versi sondare territori sconosciuti, gli abissi dei mari e l’impalpabilità dei cieli, mentre a noi “che camminiamo a livello dei buoi” è destinato un orizzonte circoscritto? Infatti “se esistesse un poeta perfetto / saprebbe fondere in versi il duetto / tra il silenzio dei pesci, le parole mute / che narrano storie lontane e perdute / e il canto degli uccelli, l’inno gioioso / alla vita nel cielo, a quel mondo radioso”.
L’attenzione al mondo degli alati non è nuova per Roberto Mussapi, che nel 2008 aveva pubblicato Volare, un testo tra il saggio e la prosa d’autore alla scoperta del rapporto tra i poeti e gli uccelli, sull’affinità “che unisce nel canto i più antichi e spericolati custodi dei sogni dell’uomo e i più manifesti e misteriosi messaggeri del cielo”. E’ nell’introduzione a quel libro che Mussapi confessa di aver sempre desiderato comunicare con gli uccelli, e fa riferimento al suo piccolo giardino di Milano dove “si danno convegno uccelli di ogni tipo”. E dove dunque è possibile ritrovare molti dei protagonisti del poemetto, compresa “la gatta obesa della vicina”, assassina del merlo con cui il poeta è solito tentare di intraprendere un dialogo.
Il bel poemetto di Mussapi, quasi interamente in endecasillabi, con largo uso della rima, ha per protagonisti il pesciolino di origine orientale Thimothymoore e Marrascabeddu l’allocco, Burbage, l’usignolo che “si annulla quando canta l’Infinito” e Thomascarugate, “il gabbiano sportivo e famoso / per i suoi viaggi e le sue regate”, il re Bubo Bubo e il suo predecessore Samuelcook, “un re leggendario, a partire dal look”. Nella grande festa che si svolge nel giardino di Milano il 10 agosto, ad essere prescelto alla fine sarà uno tra i più umili dei volatili, il passero, più vicino agli uomini, che “conosce per esperienza pianti e pene” e “cinguetta timido ma indefesso al mattino / portando all’uomo che si sente solo / come in un sogno la vita del giardino”.
E chissà che all’inaspettata incoronazione, dopo la rinuncia della rondine Nefertì, non abbia giovato la parentela con il passero protagonista della poesia “Dialogo” di Giovanni Pascoli, che trascorre l’inverno accanto al casolare, mentre la rondine partita in cerca dei palmizi di Gerusalemme non sa la gioia “scilp– della neve, il giorno che dimoia”.

Lettori in biblioteca

Non so dire cosa succeda nel privato delle case, in salotti e camere da letto. E’ certo però che in pubblico gli italiani leggono poco. Non ci sono libri nelle loro mani quando vanno o tornano dal lavoro su treni e mezzi pubblici, o mentre si riposano sulle panchine dei parchi, o al bar davanti al caffè o al bicchiere di vino. Basta salire sulla metropolitana in una capitale di un paese straniero per notare la differenza: lì tanti libri, da noi tanti cellulari.
Da noi si legge per studiare. Nella città dove vivo la biblioteca di concezione moderna e avveniristica, di recente costruzione, è frequentata da tanti giovani. Rimangono seduti agli ampi tavoli, concentrati davanti ai loro libri. Stanno studiando. Quelli che leggono con tanta attenzione sono libri universitari, manuali scolastici, volumi di critica scritti dal professore che li esaminerà. Nessuno divora con gli occhi i capitoli di un romanzo, nessuno ha tra le mani un libro di poesia.
In effetti sono stati condotti a questo insano rapporto con i libri da una scuola dove non si legge un’opera letteraria, ma la si studia. Non leggiamo la Commedia, ad esempio, ma le montagne di note che ne spiegano il significato. Conosciamo solo dieci poesie di Myricae, ma sappiamo quante edizioni della raccolta sono state pubblicate, in quale giardino di quale casa di Pascoli alzavano i loro rami verso la luna “il mandorlo e il melo”. Del diario di Zeno, coscienzioso e sconclusionato, abbiamo letto qualche riga, appena sufficiente a costruirci sopra una montagna di teorie, la scoperta che ne fece Montale, il rapporto dell’autore con la psicoanalisi.
Sappiamo essere critici, ma non lettori. Così il libro diventa un oggetto utile per un evento specifico, una prova d’esame appunto, un concorso, le interrogazioni negli anni delle scuole superiori. Del piacere di leggere nessuna traccia. Il libro deve essere vivisezionato, un capitolo ridotto in sequenze, una vicenda riassunta e dunque imbrattata e imbarbarita.
Non si legge, perché non si vede leggere, perché ci sembra che leggere sia sinonimo di studiare, che un libro abbia sempre bisogno di note per essere compreso.  

EMILY E LE ALTRE di Gabriella Sica (Cooper)

Emily è naturalmente la Dickinson. Le Altre sono le poetesse e traduttrici che, al di là dei limiti oggettivi segnati dalla distanza nel tempo e nello spazio, hanno costruito un rapporto profondo, un sodalizio artistico ed esistenziale con la scrittrice di Amherst. Una sorta di legame generoso e lacerante, edificato intorno alle inquietudini delle parole e dei corpi, unisce oltre l’ostacolo dei luoghi e degli anni la Dickinson a Emily e Charlotte Bronte, Elizabeth Barrett Browning, Elisabeth Bishop, Sylvia Plath, Margherita Guidacci, Cristina Campo, Nadia Campana e Amelia Rosselli. E’ a partire da questa relazione “di dolore e di vita” che Gabriella Sica costruisce il suo Emily e le Altre, pubblicato per i tipi di Cooper. Emily è la sorella e l’antenata di “donne inquiete, impazienti sbilenche”, “donne vagabonde nel corpo e nell’anima, donne impastate di parole intagliate e incarnate nel corpo”.
Il libro della Sica si presenta subito come un prodotto anomalo nel panorama editoriale italiano, un ibrido, un testo indisciplinato e anche per questo ancor più interessante. Non può essere propriamente definito un libro di critica letteraria, in quanto non segue un rigido ordine sequenziale e, pur in presenza di osservazioni acute sui versi e sulle parabole poetiche della Dickinson e delle sue lontane sodali, non utilizza un linguaggio specialistico, respingente per i non addetti ai lavori. Prevale piuttosto l’aspetto narrativo, se si intende il raccontare non il fluire cronologico delle vicende biografiche, ma la ricerca appassionata delle strade oscure che conducono all’incontro, dei legami nascosti e misteriosi che costruiscono le vite.
Il volume contiene 56 poesie della Dickinson tradotte da Gabriella Sica (“come candele accese per festeggiare i 56 anni della vita di Emily che hanno illuminato il mondo”), che introducono ai vari capitoli di cui si compone il libro, ognuno dei quali dedicato a una poetessa.
Nel rapporto tra queste donne “che implorano la presenza di un uomo al fianco e non ne sopportano la presenza”, che “sanno che la gioia creativa e la gioia domestica insieme non si possono avere”, affiora spesso la necessità comune di scoprire la relazione tra il dato dell’esperienza quotidiana, che fa vivere gli avvenimenti e gli oggetti quasi come abitudini, e l’invisibile che è tra noi e che compone profondamente la verità dell’esistenza, e che dunque bisogna saper guardare. “Non c’è confine – scrive la Sica – tra realtà e immaginazione”, perché “la traiettoria della poesia” si muove appunto “dalla minuzia all’epifania”, tanto che è possibile scoprire il senso cosmico infilato nel cestino della vitaquotidiana”. La poesia di Emily è intramontabile per questa sua instancabile volontà di “estrarre luce dal buio”, moderna nella ricerca continua del punto di incontro tra istante e eternità.
Gabriella Sica fa emergere il lato emotivo e irrazionale del rapporto spirituale e insieme, per qualche arcano legame, anche fisico e corporale che unisce Emily alle Altre, scegliendo un linguaggio che è insieme limpido e recalcitrante, colloquiale e frammentato. Un linguaggio spesso evocativo, nel tentativo di penetrare il segreto delle esistenze di donne che hanno vissuto la loro vita con sofferenza, ma che hanno saputo fino in fondo fare i conti con il loro essere poeti: “spesso sono furiose e pensano molto, pensano con le mani, con le orecchie, con la lingua, con gli occhi…”. Ne deriva una prosa ricca e varia, ariosa e insieme ruvida, a tratti ritmata, spesso metaforica, che costringe il lettore a un continuo e salutare cambio di passo e di prospettiva.
(recensione pubblicata su Giudizio Universale.it) 

Professori di poesia

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 2 ottobre a commento del libro, bellissimo, di Anna Maria Carpi L’asso nella neve(Transeuropa), Alfonso Berardinelli, con il tono sferzante di chi vuole lanciare il sasso nello stagno ma non intende nascondere la mano né ammette dubbi sulla serietà delle sue affermazioni, lancia alcune provocazioni sulle quali chi si occupa a vario titolo di poesia oggi in Italia avrebbe il dovere di riflettere. Innanzitutto scrive Berardinelli che “per essere poetico, sembra che un testo debba risultare poco leggibile o impossibile da leggere, perché se un testo non si riesce a capire che cos’è, allora vorrà dire che forse è poetico”.

In effetti negli ultimi decenni molti libri di poesia parlano una lingua gratuitamente oscura, dove lo stile, il senso della lingua, il ritmo sono sostituiti dalla “elusione del significato”. Bisogna dire che è una caratteristica spesso presente anche tra i libri pubblicati dalle case editrici maggiori, quelle poche che ancora si occupano di poesia. Si vede che il problema non è tanto di chi scrive, o almeno non solo, ma anche di chi sceglie cosa va pubblicato e letto, e di chi dovrebbe aiutare a farsi un’idea di come scegliere, cioè i critici.

E infatti Berardinelli suggerisce che “sebbene i poeti che hanno preso altre strade non siano pochi, i professori di poesia, alleati di ferro dei poeti che non sanno che scrivere, non si rassegnano a restare disoccupati, e guardano con diffidenza chi scrive versi che non hanno bisogno di spiegazioni per essere letti”.
Uno dei pregiudizi più duri da estirpare nel rapporto tra poesia e critica e tra poesia e lettori è proprio quello che nasce da una presunta necessità della spiegazione del testo poetico. Ci si avvicina a una poesia con l’idea (maturata innanzitutto sui banchi di scuola, dove semmai si parla anche tanto di poesia ma non se ne legge a sufficienza) che essa debba essere compresa al di là del suo senso specifico, al di là di quello che più o meno direttamente intende comunicare. Aspettiamo qualcuno che ci spieghi il vero significato dei versi, un professore di poesia appunto, un traduttore, qualche nota a pie’ di pagina. E se ci sembra che la poesia ci parli senza mediazioni, ci offra nell’immediato una storia, delle emozioni, una lettura del mondo, allora ci chiediamo se abbiamo compreso male. Forse non si tratta di poesia: troppo semplice.  

Caproni: un bicchiere, una stringa

 

Giorgio Caproni (ph. di Dino Ignani)

In una conversazione della prima metà degli anni Sessanta, raccolta da Ferdinando Camon nel prezioso volume Il mestiere di poeta, pubblicato allora presso l’editore Lerici e poi riedito nel 1982 da Garzanti, Giorgio Caproni afferma che l’unica “linea di svolgimento” che è possibile intravedere nei suoi versi è “la linea della vita”: “il gusto sempre crescente, negli anni – dice -, per la chiarezza e l’incisività, per la ‘franchezza’, e il sempre crescente orrore per i giochi puramente sintattici o concettuali, per la retorica che si maschera sotto tante specie, come il diavolo, e per l’astrazione dalla concreta realtà”. A rendere più esplicito il concetto aggiunge: “Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata, nemmeno come lettore”.

Anch’io ho difficoltà come lettore a intrattenere un rapporto sereno con tanta poesia che ama perdersi in fumi e nuvolaglie, in preziosismi che mirano a rendere opaca la vita che la poesia dovrebbe invece in qualche modo mostrare. Molte volte un dettato difficile, quando non propriamente astruso, una lingua oscura e ricercatamente introversa, nascondono una confusione che non si districa, una realtà che non ci appartiene.
Come poi non amare il riferimento al bicchiere e alla stringa? I bicchieri con la loro trasparenza gocciolante, l’eleganza semplice e necessaria, il rifiuto di ogni ornamento artificioso. Le stringhe: l’umiltà familiare, il senso di qualcosa di esterno da noi ma insieme dolorosamente ed affettuosamente intimo.

POESIE di Claudio Damiani (Fazi Editore)

Sotto il titolo di Poesiel’editore Fazi, in una elegante pubblicazione, raccoglie una scelta antologica delle liriche di Claudio Damiani, che racchiude versi che vanno dal primo libro Fraturno del 1987 ai più recenti Attorno al fuoco (2006) e Sognando Li Po (2008), fino a comprendere un gruppo di poesie inedite, riunite sotto il titolo di Il fico sulla fortezza.
Gli esordi poetici di Damiani risalgono ai primi anni Ottanta, quando il poeta partecipava alle determinanti esperienze delle due riviste romane Braci e Prato Pagano. Come scrive Marco Lodoli, nell’accorata e intensa prefazione al volume, le due riviste “che oggi non si potrebbero neppure immaginare per quanto erano fragili e profonde” erano “voce di un piccolo gruppo di ragazzi che s’allontanavano dalla furia cieca dei linguaggi astratti per ritrovare la dolorosa dolcezza della lingua”.
A quello spirito e a quel modo di intendere la poesia, ricerca di una purezza che non rifugge ma anzi accetta pienamente il dolore, le gioie e le incongruenze del vivere quotidiano, è rimasto sempre legato Claudio Damiani, che ha costruito negli anni un suo percorso originale e personalissimo, estremamente coerente nell’evitare ogni soluzione che privilegi il rincorrere le mode, la ricerca di un linguaggio che, nell’inseguire formalismi e astruserie stilistiche, si discosti da quella ricerca scrupolosa del vero che spiega senza mezzi termini la ragione stessa di ogni poesia. I versi di Damiani sono limpidi e lineari, risultano costruiti su un respiro regolare e mai affannato, sono legati fortemente alla tradizione sempre viva della poesia classica, avvertita come una lezione innanzitutto di misura e di disciplina, ancora attuale dinanzi all’indisciplinato clamore e alle irregolarità dell’esistenza. Proprio a partire da questo sguardo lucido e fermo la poesia di Damiani trova la forza per non concedersi a scorciatoie consolatorie, ma va dritta al problema. Il mondo che ci appartiene, dicono i suoi versi dolenti e insieme infantilmente gioiosi, è estremamente semplice nella sua tragica fragilità. E’ inutile agitarsi alla ricerca di impraticabili, e nemmeno auspicabili, vie di fuga. Dobbiamo invece solamente accettare i nostri limiti, osservare e partecipare a quello che abbiamo intorno. I monti, le strade, gli alberi, i fiumi, gli animali tutti, ci indicano, a saper ben guardare, un destino comune, che non va compreso, né tantomeno avversato in nome di una nostra superiore condizione di uomini, ma soltanto accettato nella sua inevitabile, e proprio per questo sacra evidenza. E’ quanto suggerisce “il fico della fortezza”, dell’omonima sezione inedita, che “ha vita molto precaria” perché a seguito di restauri verrà tagliato, ma accetta il suo stato e il suo destino, “sta tranquillo sotto il sole / distendendo il suo ampio mantello / disuguale, incurante dell’estetica” e “si lascia accarezzare / dalla luce e dalle brezze tiepide / sente la nebbia, sente gli uccelli / che parlottano tra i suoi rami”.
La poesia di Claudio Damiani, straordinariamente ricca nella sua dichiarata semplicità, complessa nella lineare essenzialità del dettato (“Vorrei semplicemente descrivere / quello che vedo, non altro / non mi interessa inventare / mi piace camminare / e mi piace guardare”), si costruisce intorno all’idea etica che scrivere versi significa ritrovarsi nei tempi della natura, nella statica eppure transitoria bellezza degli elementi naturali. Gli uomini soffrirebbero meno “se ci fosse molta socialità / feste e canti, riti / molta natura, non quelle discoteche oscene / non quelle città schifose / (…) molto camminare nei boschi, molto studio e amore, / non quella televisione da lupanare, con facce da assassini, / molta arte, molta cortesia e gentilezza, / buone maniere, educazione, studio, / meno intellettuali ignoranti, / e quei vip, con quelle facce da maiali”.
Quella di Damiani è una poesia che sa parlare della nostra condizione di uomini e insieme partecipare pienamente e emotivamente al destino comune che lega gli esseri viventi e le cose, nella certezza che “se siamo così tanti / vuol dire che non c’è morte / perchè non possiamo morire così in tanti”. 
(pubblicato su Giudizio Universale.it)

Troppi rumori

Troppi rumori intorno, troppe urla,
troppi che sanno, che non hanno dubbio,
sempre all’assalto, ma com’è che fanno
a non ferirsi mai, sempre gridando
una certezza, l’unica, evidente,
se non capisci niente, allora zitto
urlano zitto a tutti gli altri, è scritto
facile da capire anzi banale,
vince chi urla, vince chi ti assale,
non c’è mistero, se tu resti afflitto
sottovoce cortese derelitto,
segnato è il tuo destino culo a terra.
Ma io non voglio pace, niente guerra,
spesso mi tiro indietro, non conduce
da nessun lato la parola, è luce
e buio insieme, chiaroscuro, porta
e muro senza feritoia, contorta
idea che spinge a nulla, uno sgambetto
nella discesa senza freni, effetto
spettacolare, vita e morte. Frulla
la cinciallegra, io la sto a guardare,
le dico grazie, anzi lo vorrei fare,
invece resto zitto, tanto è uguale,
lei non capisce e io non so parlare.
(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto)

ITALY

L’avvenimento di per sé non è particolarmente significativo (se non per me, forse), ma si presta ad alcune considerazioni. Qualche giorno fa ho letto il poemetto Italy di Giovanni Pascoli al teatro Manzoni di Pistoia, davanti a un centinaio di persone. Mi accompagnava nell’impresa, piuttosto ardua e affascinante, il contrabbasso di Alessandro Antonini.
Nel corso della lettura, ho potuto avvertire un sentimento crescente di partecipazione e commozione, che al termine molti dei presenti mi hanno apertamente manifestato. Alcuni hanno anche aggiunto che nella loro mente era presente, nutrita da letture scolastiche più o meno lontane, un’immagine ben diversa della poesia di Pascoli da quella prodotta dai versi di Italy.
Ho pensato che la poesia contiene, per statuto, una componente di musicalità, che la lirica italiana degli ultimi decenni ha cercato con assiduità di evitare, di non mostrare. Ne deriva che stiamo progressivamente perdendo uno strumento privilegiato di conoscenza e di diffusione della poesia, che è quello dato dalla possibilità della sua rappresentazione orale. La poesia va letta ad alta voce e, quando possibile, va recuperata ad una dimensione pubblica e socializzante. Per fortuna ci sono diversi poeti che amano leggere in pubblico i propri versi o quelli di altri. E ci sono sempre più poeti che sono bravi lettori.
La poesia deve poter emozionare. Il poemetto di Pascoli, meravigliosamente complesso e immediato nella sua tensione insieme narrativa ed evocativa, racconta di una nonna della Garfagnana e di una nipote di Cincinnati, Ohio. La bambina Maria-Molly insieme agli zii trascorre un breve periodo nel piccolo borgo di Caprona, nella speranza che l’aria dell’Appennino possa aiutarla, come di fatto avverrà, a guarire dalla tisi. La nonna parla un italiano povero infarcito di termini dialettali o gergali, la piccola solo inglese. Beppe-Joe e Ghita, i due giovani zii della bambina, si esprimono in uno slang italo-americano. La poesia tratta di emigrazione, di povertà, di nostalgia per la propria patria, della patria che dimentica i propri figli, e di tante altre cose. Lo fa accordando e miscelando i diversi linguaggi, utilizzando le immagini spietate o dolcissime della natura, spostando continuamente l’attenzione dal mondo interiore dei personaggi a quello esterno e pubblico. Ma soprattutto non ha paura di commuovere. Oggi la poesia è spesso troppo fredda e intimorita di fronte ai sentimenti. Ha paura di suonare retorica. Ma la poesia non può avere paura. Tanto meno della commozione.
Ultima considerazione. La scuola, almeno quando parla di poesia, produce spesso disastri e miete numerose vittime. Una di questa è Pascoli, costretto per l’eternità a veder morire il padre sotto un pianto di stelle. Come si farà a far comprendere a generazioni di non addetti ai lavori la forza della sua poesia?

NEL TEMPO DELLA MADRE di Elio Pecora (La Vita Felice)

In un’epoca così avara di maestri, Elio Pecora è un riconosciuto punto di riferimento per generazioni di poeti. E mentre la conquista della cosiddetta visibilità è oggi obiettivo che si ottiene a suon di urla e spintoni, Pecora s’è ritagliato questo suo ruolo attraverso i suoi modi sempre civili e contenuti, un fare costumato e appartato, segno di una gentilezza e di una onestà poetica lontana dalle esibizioni di questi tempi. Anche per questo di fronte all’ultima pubblicazione di Elio Pecora, Nel tempo della madre, e a cento anni dalla composizione di un ben noto breve saggio di Umberto Saba, viene da rispolverare il concetto di “poesia onesta”. Il poemetto in quattro sezioni, edito per i tipi de La Vita Felice, è introdotto da un’attenta prefazione di Gabriela Fantato.
Non suoni gratuito il riferimento a Saba, con il quale Pecora sembra peraltro condividere l’inclinazione per un percorso fuori da mode e tendenze, che evita con rigore il ricorso a comode concessioni al gusto corrente. Come avveniva un tempo per il poeta triestino, anche per Pecora, ne sono riprova questi versi dedicati alla madre, è possibile parlare di una inattualità pregna di contenuti, che si manifesta in una dizione classica, in un procedere dei versi che fa perno su un processo di conoscenza che si sviluppa a partire dalla propria vicenda biografica e procede attraverso una versificazione di grande musicalità. Quello che conta insomma è confrontarsi con la vita e con i quesiti morali che essa impone.

Il poemetto prende avvio lì dove la vita della madre sta per volgere al termine, nel giorno in cui la donna (della quale sulla copertina del volume viene riprodotta una foto giovanile) compie cento anni e nulla più resta della bellezza e dell’agile leggerezza di un tempo: “Che ne è di quella di un tempo? / Dov’è mai stata? ma quando? / A sera chiamava la luna / chiara, assorta sugli orti. / Che n’è dei piedi leggeri? / che dei capelli intrecciati?”. Fin dalle prime battute, i versi diventano teatro di una malinconica riflessione sullo scorrere del tempo e sulla inevitabile fragilità della vicenda umana, che finisce per intervenire anche sui rapporti affettivi più profondi, in quanto anche questi sono mantenuti vivi solo grazie al lavoro della memoria, che tende comunque a dimostrarsi esile e fallace, a sfilacciarsi. E’ così che la camera della madre si anima di presenze reali e di fantasmi, del presente e del passato schiacciati l’uno sull’altro. E’ a partire da qui che Elio Pecora cerca di districare il filo, di scioglierlo per ricostruire la storia della madre, la sua vicenda esistenziale (che in qualche modo è anche quella del figlio), pur nella consapevolezza che ogni ricostruzione è di fatto impossibile: “Chiamiamo memoria lo schermo / su cui compaiono nomi, / camere, oggetti / (una sedia impagliata, / il collare di un cane, / un abito a fiori accollato) / facce si sovrappongono, / voci ripetono antiche / sperdute promesse”.

Pecora sceglie una versificazione costruita sulla massiccia presenza di ottonari, che rendono cantabile la narrazione, costruendo un ordito in cui la vicenda personale si intreccia con quella pubblica: il racconto dell’infanzia della madre è anche un atto d’amore nei confronti di una terra (Pecora, che vive da sempre a Roma, è nato a S. Arsenio, un piccolo paese del Cilento) che viene descritta in toni affettuosamente elegiaci (“La casa era il regno sicuro: / le scale, i cortili, i granai, / le pile di pietra dell’olio, / le logge, gli armadi, gli odori / delle dispense e dei tini, le stalle, il canile, i pollai”), poi arrivano gli anni della Grande Guerra, la febbre spagnola, il fascismo, la seconda guerra e la caduta di Mussolini. In piena epoca fascista nasce il figlio: “A quel bimbo la madre / si mostrò uguale e compagna / nell’aspro amato viaggio / che non s’è ancora compiuto”.
Nell’ossimoro “aspro amato” è racchiuso il senso dell’attenzione che Pecora rivolge alla vicenda propria e a quelle degli altri: su tutto si posa uno sguardo insieme trattenuto e accorato, che dà conto della sofferenza del mondo, ma la ripercorre con i toni misurati e modernissimi del poeta classico.
(recensione pubblicata su Giudizio Universale.it)

Massimo due

Bisognerebbe smettere di dire che un secolo regala ad un popolo un solo poeta, al massimo due. Che i poeti veri si contano sulle dita di una mano. C’è forse qualcuno che si preoccupa di contare quanti narratori nascano in un secolo, o quanti scultori, medici, astronomi? La poesia così sembra debba essere qualcosa di sacro e di estremamente lontano. D’Annunzio, nei ricordi di un giovanissimo Saba (Ricordi-Racconti), afferma che “l’Italia aveva avuti, prima di lui, tre soli poeti: Dante, Petrarca, Leopardi; gli altri non erano stati che chitarristi”. Devo dire che l’immagine dei chitarristi è divertente, e che mi affascina l’idea che un’orchestra di strimpellanti chitarristi abbia realizzato buona parte della letteratura italiana. Ma perché non chiamarli poeti? Perché continuare a dire che i poeti si contano sulle dita di una mano? E pensare che tra l’anno di nascita di Saba (1883) e i venti anni successivi, quando appunto avvenne l’incontro con il Vate, il “bianco immacolato signore”, nacquero, tra gli altri, Piero Jahier, nel 1884, Dino Campana, Clemente Rebora e Virgilio Giotti(’85), Vincenzo Cardarelli (’87), Camillo Sbarbaro e Giuseppe Ungaretti (’88), Eugenio Montale (’96), Giacomo Noventa (’98), Carlo Betocchi (’99), Salvatore Quasimodo, nel 1901! Tutti “chitarristi”.
Questa idea della sacralità della poesia ha nell’immediato due effetti, Innanzitutto la scomparsa dalla memoria collettiva di quei poeti che, pur riconosciuti come tali e ammirati dai lettori, non sono ritenuti tra i due (massimo due!) Grandi del secolo. Poi produce una sorta di timore panico di fronte a tanta altezza, con la conseguente fuga dei lettori, spaventati davanti a questo luogo solenne e inviolabile che per alcuni dovrebbe essere la poesia.