TIBET di Roberto Carifi (Le Lettere)

La poesia di Roberto Carifi, a partire dalla prima raccolta Simulacri pubblicata nel 1979, ha seguito negli anni un suo percorso coerente e rigoroso, sempre orientato a manifestare un sentimento pietoso e accorato di fronte alle tragedie individuali e collettive, alla sofferenza di cui suo malgrado si nutre la vita degli uomini. Attraverso un cammino personale di rinuncia e di dolore, di intima dignitosissima tribolazione, Carifi approda in Tibet, che è insieme luogo dello spirito per eccellenza, ma anche spazio di incontaminata percezione, territorio dove si consuma la separazione dal mondo e dai suoi idoli, dove la spietata corsa alla modernità si mostra in tutta la sua inutilità e inconcludenza. Il Tibet non è l’approdo orientaleggiante di tanti, in fuga semmai vacanziera dai mali del consumo e dalla frenesia della quotidiana corsa al benessere, ma punto di arrivo di un percorso tutto umano e spirituale alla ricerca della casa accogliente dove il pensiero possa trovare finalmente una propria più reale dimensione, dove la parola si mostri autentica, del tutto liberata dalle incrostazioni della quotidianità.
Tibet è il titolo dell’ultima raccolta di Roberto Carifi, che si compone di oltre cinquanta poesie, suddivise in dieci sezioni, che finiscono per svolgere, anche se non dichiaratamente, il filo di un poemetto di forte concentrazione lirica. La parola poetica segue il percorso dell’io nel suo progressivo dilatarsi, fino diremmo all’annullamento, in qualcosa che insieme lo amplia e lo sovrasta, lo spiega e lo nega. “Vidi e non vidi, poi cessai d’immaginare” è l’incipit di una bellissima lirica della sezione Le ferite di tutti, che si chiude con questi versi: “e solo perché diventavo puro / si capiva da che inferni ero passato, / tutto quello che fu chiamato terra / era andato in rovina, catrami e fossili, / rottami, e venivo accolto dove non c’era più nulla”.
L’adesione di Carifi al buddismo, già annunciata con il libro di riflessioni filosofiche Le domande di Masao del 2003, e poi confermata da La solitudine del Budda (2006) e da Il maestro e la compassione (2008), fa da struttura portante delle liriche della raccolta, che propone una sorta di cammino mistico verso un luogo senza confini e senza tempo, dove “non c’è più niente che esista”, ma dove ogni cosa può essere contemplata nella sua verità. La strada verso il Tibet, costellata di visioni e scandita da stazioni di posta che sono luoghi di penitenza e di conoscenza, conduce alla fine ad un punto, che è insieme fine e principio, il luogo della morte e del nulla, della conoscenza e dell’annullamento dell’io, dove gli opposti finiscono per comporsi, e dove infine si raggiunge finalmente la rarefatta atmosfera delle cime: “Poi si riaprono le conifere, respirano le foglie, / poi si diventa una cosa solo con i cumuli di neve, / anche i morti divengono sottili / e raggiungono con migliaia di esseri le vette più alte.”
La forza delle poesie di Tibet sta nel fatto che Carifi non appare alla ricerca delle parole che siano utili a dire la sua esperienza, ma sembra quasi abitato da queste parole, che lo raggiungono nell’atto infine libero della contemplazione e della profonda osservazione. Tutto quello che è accaduto trova ora la sua destinazione: “Del mio passato rammento i blu, / i cobalti delle ore in cui fiorivano i massacri, / e le madri che mi facevano fremere d’amore / mentre ora non ho che spirito, l’ancella del ventre / che mi balbetta dentro, / e sto con il lago a guardare il fogliame, / a cavarmi gli occhi per il troppo vedere”.

La gatta

Candida morte scelse la tua gatta,
l’aristocratica che ebbe nome Stella,
grigia zitella non volle più mangiare,
non dette cenno alcuno, non spiegò
le sue ragioni, solo un accorato
sguardo accompagnò il suo commiato,
il muto e fermo esilio da se stessa.
Accorrevamo con timide carezze
poco gradite, tenerezze, sensi
di colpa, manicaretti un tempo
a lei preclusi, imbarazzati affetti.
Non volle storie, chiuse le sue porte
a tutti noi, se ne restò in disparte,
in un suo angolo buio e perentorio
disse l’addio. Facemmo l’inventario
delle partenze troppe e inaspettate,
preghiere assorte, tutte in un inverno
che trapassava noi come un pugnale.
Si vede a volte la gatta per le scale,
entrare in casa, guardarsi appena intorno,
l’ombra disegna di cenere una curva
sul tappeto, si sente un miagolio
e lei fedele al luogo ficcanasa
come faceva un tempo, la scontrosa.
(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto Editore)

POESIE DELLA FAME E DELLA SETE di Francesco Iannone (Ladolfi Editore)

Nella grande massa dei volumi che occupano i banchi delle librerie e che ogni settimana si rinnovano (tanti i libri, così pochi i lettori?), non c’è rischio di rintracciare i solitamente smilzi e più dimessi libretti dei poeti italiani, in particolare se sono di poeti all’esordio e di editori minori se non altro nella capacità di distribuire i propri prodotti. In un angolo della libreria, il più buio il più lontano dall’entrata, pure un settore destinato alla poesia è presente, ma è quasi interamente occupato dai classici e dagli immancabili Neruda e Lorca; è possibile notare tra i poeti italiani per abbondante numero di titoli la sola (e solita) Alda Merini.
Eppure la poesia italiana è alquanto viva e capace di offrire una lettura della realtà per nulla scontata né condizionata da questi tempi in cui la comunicazione sembra marciare decisamente verso la ripetizione di formule note e rassicuranti. E’ vero che i poeti, forse anche perché reclusi in un orizzonte editoriale piuttosto ristretto, tendono a cancellare o a ridurre al minimo ogni confronto con il lettore, anzi spesso dimenticano l’ipotesi che un lettore possa esistere, ma questo non giustifica l’abbandono. Succede poi che dal calderone qualcuno trovi il modo per uscire e mostrarsi solo per caso e per capacità di autopromozione.
Uno sforzo di ricavare qualche indicazione nel brulicante mondo delle opere di poesie (e delle opere prime, in particolare) va comunque fatto. Succede così di scoprire presenze interessanti, esordi certamente da segnalare.
E’ il caso per esempio di Francesco Iannone che presenta al pubblico dei lettori le Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi Editore, con una bella e accorata nota introduttiva di Gabriella Sica). Già nella prima poesia, un distico il cui carattere corsivo sembra segnalare un intento programmatico, il giovane poeta salernitano (è nato nel 1985) dichiara che il verso non deve distrarre e confondere, quanto piuttosto arrendersi al reale. E’ una dichiarazione di poetica di inusuale chiarezza e determinazione. Va da sé che il reale della poesia di Iannone è ben altra cosa da quel superficiale ammasso di eventi e circostanze, di oggetti e persone che sembra invece a bella posta volerci distrarre dall’essenza vera e profonda delle cose, appena percettibile e sempre sfuggente. La realtà, per Iannone, si compone di una quotidianità attraente ma indeclinabile nei suoi valori più sinceri, una quotidianità che improvvisamente sbanda, prende vie inconsuete e impreviste. E’ una quotidianità che diremmo spicca il volo, viste le citazioni in esergo da Leopardi, Luzi e dall’amato conterraneo Gatto, che tutte si riferiscono al volo e agli uccelli, e considerati gli scarti verso l’alto di cui la realtà in queste versi è spesso protagonista. E’ quanto avviene nella poesia in cui un vecchio solitario su una panchina è spesso visitato da un uccello che “sgambettava qua e là come ad eseguire un ballo / un esercizio di danza complesso”. Ma poi il vecchio non occupa più il posto dove il poeta l’ha visto tante volte, “forse se n’è volato via per fare compagnia a quell’uccello / nel cielo così solo, senza nemmeno un rifugio o un appiglio”.
E’ una realtà amica e sofferente quella che emerge da queste Poesie della fame e della sete, segnata dai limiti imposti dal tempo e dalla lotta per la sopravvivenza, ma il poeta sa che “c’è un giardino bellissimo dove / il pane si divide, è un luogo vero, reale, / dove il grano si coltiva insieme / e si ride, si vive…”. La lingua per raccontare questa realtà è piana e scivola quasi verso la scoperta di verità nascoste.

(pubblicata su Giudizio Universale)

Izet Sarajlic augura buon anno

Ad evitare ogni impatto con preoccupanti quanto inutili previsioni sul nuovo anno e con catastrofismi d’ogni provenienza, converrebbe fare come il poeta Izet Sarajlic, che mi firmò una dedica ad un suo libro contrassegnandola con la data 1999 + 2.
Ho avuto la fortuna di conoscere Sarajlic alla fine del 2001 (1999 + 2, appunto). Era un uomo di straordinario carisma, un grande conversatore anche in italiano, lingua che non conosceva bene, un lottatore e un passionale, tanto da essere stato uno dei pochi intellettuali a non avere abbandonato l’amata Sarajevo, pur avendone avuta la possibilità, nei giorni terribili del conflitto che straziò la città.
Sarajlic è stato uno dei più grandi lirici europei del Novecento e, come spesso avviene per i poeti delle culture dell’est europeo, declamava con grande abilità e forza le sue poesie. Su un palco, al tavolo di un’osteria, durante un incontro informale o un reading, incantava immediatamente l’ascoltatore, che lo seguiva rapito e commosso. E’ facile verificarlo attraverso la bella edizione con cd audio delle poesie di Qualcuno ha suonato edita da Multimedia. La sua poesia del resto è destinata a creare emozione, a turbare e affascinare (accettando cioè di non avere paura di quei sentimenti che la poesia italiana di questi anni tende, non si sa perché, ad evitare).
In quei giorni di novembre del 1999 + 2, la presenza degli amici (a Pistoia, in occasione di una manifestazione di poesia, c’erano anche Sinan Gudzevic, Josip Osti, Sergio Iagulli) lo rincuorava e rendeva sopportabile la stanchezza, che pure si leggeva sul suo volto.
Izet Sarajlic era un uomo del Novecento, che avrebbe voluto fermare il tempo. Il suo personale e quello di tutti. La sua poesia guarda spesso al passato come a un’epoca felice, comunque meno vana e tracotante. Sarajlic sapeva che il nuovo millennio si sarebbe trascinato per qualche tempo senza passioni e identità, impegnato nella ricerca infruttuosa di un’immagine meno sbiadita di se stesso. E dunque, a partire dal Duemila, aggiungeva unità all’ultimo anno del Novecento.
Il conteggio degli anni in fondo è frutto di una convenzione, così come ogni altra informazione che non appartiene al regno della natura ma a quello degli uomini. Per cui potremmo provare a utilizzare la numerazione introdotta dal poeta Izet Sarajlic e augurarci un felice 1999 + 13!
Io lo faccio anche attraverso questa sua poesia.
Felice Anno Nuovo
Ne ho già abbastanza di questi “Felice Anno Nuovo”!
Possibile che la razza umana non capisca
che gli anni più felici sono ormai passati?
Per me personalmente gli anni più felici
sono stati quelli tra la vittoria sul fascismo
e la licenza media di Tamara.
Dello splendore di quegli anni
vivo ancora oggi.
(da Qualcuno ha suonato, traduzione di Sinan Gudzevic e Raffaella Marzano, Multimedia edizioni)

La rima di Saba

In una delle sue fulminanti Scorciatoie, recentemente ripubblicate a cura di Silvio Perrella (Scorciatoie e Raccontini, Einaudi), Saba scrive: “La rima può essere ovvia come fiore amore, o creare impensati accostamenti. Ma solo allora è perfetta, quando, se volti in prosa il componimento, non puoi sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano”. E’ rilevante che Saba parli della rima non come mero espediente ritmico e sonoro, ma quale strumento indispensabile del significato. Infatti, se si cerca di dire in prosa le stesse cose per le quali ci si è serviti della rima, se questa “è perfetta” si produce un’alterazione del significato.
Non so perché, ma mi ha sempre stupito che Saba abbia utilizzato il verbo voltare (“se volti in prosa”). Mi fa pensare ai cappotti e agli abiti che, al tempo in cui Saba scrive (marzo 1945), si voltavano appunto per riadattarli usando il lato meno consumato. Ma il verbo voltaremi fa pensare anche ad altro. Ad esempio che significa anche girare, che è quello che fa la poesia in continuazione, gira, volta, cioè va a capo. E il segno dell’andare a capo (un tempo l’unico modo consentito dalle regole della versificazione, quello comunque che si ricorda con maggiore facilità e che più facilmente ci fa pensare alla fine di un verso) è appunto la rima.
Il verbo italiano deriva dal latino volvere, attraverso la forma intensiva volutare. Ma quando si volta, può anche accadere che si ritorni. Infatti in spagnolo volversignifica sì voltare, ma anche ritornare. La rima in fondo fa proprio questo: sembra interrompere una traiettoria, voltare verso un luogo nuovo, eppure finisce per tornare sul significato, semmai offrendo una nuova prospettiva.
Nella città dove abito, tornare di casasignifica andare a vivere in una nuova abitazione. “Sono tornato ad abitare in via…” significa cioè che da poco ho traslocato in via…, dove non avevo mai vissuto prima. In questo caso tornarein un posto vuol dire praticamente il contrario di quello che sembra voler dire, cioè andare ad abitare in un luogo dove non ho mai abitato.
La rima, nei casi migliori, produce questo effetto. Volta, si allontana e torna. Ma il luogo dove ci conduce, quello che appare dopo la svolta, è insieme conosciuto e nuovo. La rima ha prodotto il prodigio di condurci in un luogo ignoto, a volte misterioso, nel quale però ci sembra di fare ritorno.

Sommelier

Grondanti acqua, in pose inconsuete,
i bicchieri da poco liberati
dalla patina di polvere e di grasso,
disposti in file, o panciuti o smilzi,
ora ridenti in nuova trasparenza,
stanno in attesa d’essere riposti
dentro credenza o mobile da sala,
guardando gli altri astanti con premura
schierati in disarmata leggerezza,
l’incosciente ritrovata giovinezza
che mette ardore e un poco fa paura.
Presto ritorneranno alla postura
di eleganti signori e di signore
supponenti, un poco riluttanti
a mostrarsi, comunque sommelier
cerimoniosi e centellinanti.

Sbarbaro, i licheni e il Regime

Camillo Sbarbaro fu conoscitore e raccoglitore di licheni, tanto che alcune nuove specie, scoperte appunto dal poeta, portano il suo nome e campioni da lui raccolti e catalogati sono conservati nei più importanti musei botanici del mondo.
Ai licheni Sbarbaro dedica alcune bellissime pagine dei Trucioli, nell’edizione del 1940. I Trucioli, come scrisse Montale in occasione della prima pubblicazione nel 1920, “sono fogli volanti, pagine di diario, notazioni brevi e lunghe, bozzetti e parabole senza nulla di esoterico; e la maggior parte di queste cose s’innalza, stranissimo oggi!, fino alla poesia”.
Infatti l’amore di Sbarbaro per i licheni (“una forma di disperazione”, sempre per Montale) fa sì che questi singolari e diffusissimi organismi diventino in qualche modo il segno stesso della poesia.
“Il lichene – scrive Sbarbaro – prospera dalla regione delle nubi agli scogli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e s’arrischia nel cratere del vulcano”. E più avanti: “Per dimensioni: ci sono licheni come placche – che un uomo non abbraccia; come refe – che, dipanati, raggiungerebbero il chilometro; come alberi – che arrivano all’anca. E ne abbondano di minuscoli: c’è il lichene Virgola, il lichene Puntofermo, il lichene Asterisco”.
Nel 1938 la pubblicazione della nuova edizione dei Trucioli per Vallecchi, è bloccata dalla censura del Ministero della Cultura Popolare. Il famigerato Minculpop chiede tagli e soppressioni che Sbarbaro non accetta. Due anni dopo verrà realizzata una edizione dattiloscritta in una ventina di copie. Nello stesso periodo anche pacchi di licheni inviati dal poeta furono fermati al confine.
Mi piace pensare che il regime fascista avesse paura dei licheni. Troppo umilmente impenetrabili, troppo mutevoli e ambigui (“Né mancano licheni bicolori, tricolori; licheni variegati, pelle di pantera, veste d’Arlecchino, tavolozza di pittore; licheni fulgenti, rutilanti e persino versicolori…”), troppo poetici ed equivoci (“Un’intera tribù, le Grafidee, tappezza il sostegno di scritture indecifrabili: a caratteri minuscoli o maiuscoli, immersi o in rilievo: lineari, forcuti, cinesi, cuneiformi”) per non rappresentare un pericolo. Di fronte alla loro misteriosa indefinibilità, il regime mostra i muscoli.
“Il lichene è un enimma. Quando di lui si è detto che appartiene al regno vegetale, si è detto tuttociò che di certo sul suo conto si sa. Persino la parola ‘entità’, adoperata per indicarlo è imprudente, se c’è chi considera il lichene null’altro che un fenomeno”.

LA BANDA APOLLINAIRE di Renzo Paris

 

Con la fine della prima guerra mondiale si conclude un’epoca, che aveva mostrato gli ultimi brillanti palpiti con l’esplosiva e contraddittoria età della Belle Epoque, e si spegne anche la vicenda esistenziale di Guillaume Apollinaire. Nello stesso giorno in cui a Parigi si festeggia la fine del conflitto, gli amici si raccolgono intorno al corpo senza vita di quello che sarebbe stato considerato come uno dei più grandi lirici del Novecento, che avrebbe voluto essere il Papa delle avanguardie, e in cui i suoi contemporanei riconobbero soprattutto il fantasioso prosatore, oltre che il brillante, a volte esageratamente vitale, animatore della scena culturale parigina. Apollinaire muore a 38 anni, prostrato nel fisico dopo aver subito una ferita al capo mentre era al fronte, tanto da essere colpito prima da una congestione polmonare e poi dalla febbre spagnola, che nei mesi successivi alla sua morte avrebbe mietuto decine di migliaia di vittime in Europa.
Guillaume Apollinaire era nato a Roma nel 1880, in via Milano ed era stato svezzato da una nutrice di Trastevere (da cui la lapide che lo vorrebbe nato in viale Trastevere). Era figlio di padre ignoto e di Angelica de Kostrowitzky, che si faceva chiamare Olga, una affascinante aristocratica che viveva accompagnando e intrattenendo ricchi signori che trascorrevano la loro vita nelle sale da gioco.
Al polacco di origine russa, che nacque a Roma e visse Parigi come la propria patria, Renzo Paris dedica una ricca e accurata biografia. La banda Apollinaire (il titolo fa riferimento al gruppo di amici, artisti e letterati, che si riunivano nell’atelier di Picasso, che i parigini conobbero come “bande à Picasso”) è un libro composito, ricco di spunti critici, di riflessioni che spesso, più o meno direttamente, richiamano ai nostri giorni, ad una società letteraria che ad esempio ha dimenticato i valori su cui andrebbe costruita la fama letteraria. “Un giovane autore oggi – scrive Paris – punta subito alla penetrazione del mercato. Non è interessato alla stima dei suoi colleghi di penna, è l’entità del contratto della sua opera ad attrarlo”.
Non è un caso che il romanzo biografico si apra e si concluda con la narrazione delle passeggiate romane di Paris, a distanza di un anno, ma sempre il 25 agosto, giorno in cui il poeta era nato, alla ricerca dei luoghi che ospitarono i primi passi della vita di Guillaume. In questo modo si sottolinea come il racconto della vita del poeta francese non sia solo il resoconto di una vicenda ormai passata, ma offra sollecitazioni che possono servire a comprendere meglio il presente. Allo stesso tempo emerge fortemente il legame profondo che lega lo scrittore italiano al poeta d’oltralpe, a cui del resto Paris ha sempre dedicato la sua attenzione, a partire dai primi anni Settanta, quando ne curò un’edizione delle poesie. Questo legame diventa a tratti evocazione struggente di un incontro impossibile: “Sta di fatto che passeggiando per i luoghi centrali di tutta la produzione del Nostro, l’emozione ricevuta dalla lettura dei suoi versi, dalle sue prose, mi ha fatto desiderare davvero di incontrarlo e certe volte mi è parso di vederlo”.
Renzo Paris, con scrupolo di biografo, ripercorre le tappe della vita di Apollinaire, ricostruisce i suoi interventi giornalistici, si sofferma sui capolavori letterari, traccia il percorso dei suoi amori spesso contrastati fino al rassicurante approdo, a poche settimane dalla morte, del matrimonio con la pittrice Jacqueline Kolb. In una prosa solida e piana che rifugge da ogni eleganza che sia solo gratuita concessione al lettore, riesce ad offrirci il senso di un’esperienza letteraria insieme elitaria e di massa, che cerca il contatto con la folla, perché “la poesia si nascondeva proprio tra quella folla che aveva cancellato in un sol colpo il concetto stesso dell’individuo”. Quel poeta “furbissimo e innocente”, come ebbe a definirlo il pittore Gino Severini, ci dice ancora, nell’epoca segnata da internet, nella realtà moderna “contenta di aver cancellato il passato e il futuro in un presente di plastica”, che fare poesia è non perdere il contatto con la tradizione lirica, per poter “cambiare il senso delle parole di sempre”. Ma soprattutto nel libro emerge, quasi nostalgicamente, l’idea di vivere l’arte come solidarietà tra amici. Anzi, dice Paris, che è proprio questo a muoverlo alla ricostruzione di quell’epoca: “Era l’amicizia amorosa tra poeti, tra artisti, quella solidarietà immediata tra bohémiens che volevo ritrovare, compresa l’invidiosa competitività”.

Mangio non mangio

Mangio non mangio forse addento solo
finocchi gratinati, un pomodoro,
o bietole lessate e cavolfiore,
ma se non mangio io non mi consolo,
divento triste per perdere tre etti,
allora è meglio un piatto di spaghetti
alle vongole, una parmigiana
di melanzane, il fiano di Avellino
servito fresco a riempire il mio bicchiere. Senza
sentire un sapore familiare, presto
mi stufo, mi arrendo alla bruttezza,
cambio colore, mi sento un vegetale.
Dovrei rinunciare alle passioni
per sembrare un uomo giudizioso, ma preferisco
essere animale, senza criterio
davanti a un vino rosso, ozioso.
(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto Editore, 2010)

Terzani e Meridiani

La pubblicazione delle opere di Tiziano Terzani nella prestigiosa collana dei Meridiani di Mondadori mi sembra confermi con evidenza quello che scrive oggi Roberto Calasso sul Corriere. Calasso di fatto afferma che non esiste una vera politica editoriale che distingua l’una dall’altra casa editrice. Gli editori si contendono i nomi che ritengono possano avere mercato, incappando in qualche clamoroso flop, ma comunque proiettati in una corsa all’acquisto che prescinde da ogni progetto culturale. Sta di fatto, insomma, che le scelte relative alle pubblicazioni vengano determinate più dai distributori che dagli editori.
Che c’entra Terzani con questo discorso? Mi sembra che la presenza delle Opere(in due volumi!) del giornalista fiorentino nella collana mondadoriana dimostri come non esistano nemmeno differenze tra una collana e l’altra di uno stesso editore. I Meridiani non sono infatti la collana che, sull’esempio della francese Bibliotèque de la Pléiade, dovrebbe raccogliere in volume le opere dei maggiori scrittori e poeti italiani e stranieri? Con tutto il rispetto per quello che è stato sicuramente un grande giornalista e un acuto lettore della società contemporanea, siamo sicuri che Terzani sia stato incluso nella collana per i suoi meriti letterari e non perché è uno degli autori attualmente più venduti?
Dal catalogo dei Meridiani sono assenti tuttora alcuni tra i maggiori poeti del Novecento, che pure pubblicarono le loro raccolte nell’altrettanto (almeno allora) prestigiosa collana de Lo Specchio. Sto pensando, ad esempio, a Bartolo Cattafi, a Rocco Scotellaro, a Leonardo Sinisgalli (a cui questo blog è idealmente dedicato, visto che Mosche in bottigliaè il titolo di una sua raccolta). I libri di questi poeti possono essere reperiti solamente, e con qualche difficoltà, nelle librerie antiquarie. Ad Alfonso Gatto è stato dedicato nel 2005 uno degli Oscar Grandi Classici, con una bella introduzione di Silvio Ramat. Non è un Meridiano, ma ha la copertina cartonata.

Gatto e Rivera fanno gol!

Sul sito della Fondazione Alfonso Gatto (www.alfonsogatto.it) è possibile reperire la versione e-book di La palla al balzo,Il libro, pubblicato da Limina nel 2006, contiene gli articoli che il poeta salernitano, complice Il Giornale di Indro Montanelli, dedicò al gioco del calcio alla metà degli anni Settanta. Gatto amava molto il calcio, in cui vedeva un impasto di grazia popolare e di inventiva poetica, un’ultima possibilità di salvarsi “con il gioco e con il genio dell’innocenza”, ma soprattutto era uno sportivo per nulla imparziale, tifoso accesissimo del Milan (storiche le dispute con l’interista Vittorio Sereni).
Uno degli scritti inclusi nel volume è di fatto una lettera aperta, ma anche una confessione di devota ammirazione, che Gatto rivolge a Gianni Rivera: “Il calcio è come la poesia – scrive il poeta -, un gioco che vale la vita. Voglio dirglielo: anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno. Può sembrare tutto facile, e lo è, per grazia ricevuta. Ma, a spedirla questa grazia, è il suo stesso cuore puro, il suo nome innocente, e forse anche il non sapere come ha fatto. La furbizia, tra noi, non sarà mai nostra”.
E’ bello che un poeta affermato, qual era allora Gatto, scriva ad un calciatore idolo delle folle da pari a pari, mettendo a nudo, con ingenua fragilità, il proprio entusiasmo infantile (“Lo so, forse le parole che scrivo sono parole troppo ingenue, ma altre non ne saprei trovare per un uomo puro che ha onorato l’intelligenza e la cultura nello sport, lasciandoci negli occhi la sua immagine di ragazzo invulnerabile”). Ancora più bello è l’atto di considerare la poesia un’attività simile al calcio. Il poeta può fare gol solo se dà spazio alle ali, al lettore che gli cammina a fianco. La poesia nasce dalla grazia, ma non può essere poesia se non in compagnia di altri, pochi o tanti che siano, che siedono sugli spalti. Le poesia insomma, così come i gol, ha bisogno di compagni di squadra e di pubblico.
Qualcuno di certo storcerà la bocca. E’ vero: Gatto sta parlando a un atleta di un altro tempo, protagonista di un calcio che non esiste più. Ma anche la poesia che evoca Gatto è quella di un’epoca diversa dalla nostra. Nemmeno i poeti, non tutti almeno, riescono di questi tempi a salvarsi “con il gioco e con il genio dell’innocenza”. Proprio per questo, e a maggior ragione, è bello ancora avere fede “nell’alata poesia dei campi verdi”, e credere che il poeta faccia gol insieme al proprio lettore. Tutti insieme, felici “di avere colpito il segno”.