La rima di Saba

In una delle sue fulminanti Scorciatoie, recentemente ripubblicate a cura di Silvio Perrella (Scorciatoie e Raccontini, Einaudi), Saba scrive: “La rima può essere ovvia come fiore amore, o creare impensati accostamenti. Ma solo allora è perfetta, quando, se volti in prosa il componimento, non puoi sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano”. E’ rilevante che Saba parli della rima non come mero espediente ritmico e sonoro, ma quale strumento indispensabile del significato. Infatti, se si cerca di dire in prosa le stesse cose per le quali ci si è serviti della rima, se questa “è perfetta” si produce un’alterazione del significato.
Non so perché, ma mi ha sempre stupito che Saba abbia utilizzato il verbo voltare (“se volti in prosa”). Mi fa pensare ai cappotti e agli abiti che, al tempo in cui Saba scrive (marzo 1945), si voltavano appunto per riadattarli usando il lato meno consumato. Ma il verbo voltaremi fa pensare anche ad altro. Ad esempio che significa anche girare, che è quello che fa la poesia in continuazione, gira, volta, cioè va a capo. E il segno dell’andare a capo (un tempo l’unico modo consentito dalle regole della versificazione, quello comunque che si ricorda con maggiore facilità e che più facilmente ci fa pensare alla fine di un verso) è appunto la rima.
Il verbo italiano deriva dal latino volvere, attraverso la forma intensiva volutare. Ma quando si volta, può anche accadere che si ritorni. Infatti in spagnolo volversignifica sì voltare, ma anche ritornare. La rima in fondo fa proprio questo: sembra interrompere una traiettoria, voltare verso un luogo nuovo, eppure finisce per tornare sul significato, semmai offrendo una nuova prospettiva.
Nella città dove abito, tornare di casasignifica andare a vivere in una nuova abitazione. “Sono tornato ad abitare in via…” significa cioè che da poco ho traslocato in via…, dove non avevo mai vissuto prima. In questo caso tornarein un posto vuol dire praticamente il contrario di quello che sembra voler dire, cioè andare ad abitare in un luogo dove non ho mai abitato.
La rima, nei casi migliori, produce questo effetto. Volta, si allontana e torna. Ma il luogo dove ci conduce, quello che appare dopo la svolta, è insieme conosciuto e nuovo. La rima ha prodotto il prodigio di condurci in un luogo ignoto, a volte misterioso, nel quale però ci sembra di fare ritorno.

Sommelier

Grondanti acqua, in pose inconsuete,
i bicchieri da poco liberati
dalla patina di polvere e di grasso,
disposti in file, o panciuti o smilzi,
ora ridenti in nuova trasparenza,
stanno in attesa d’essere riposti
dentro credenza o mobile da sala,
guardando gli altri astanti con premura
schierati in disarmata leggerezza,
l’incosciente ritrovata giovinezza
che mette ardore e un poco fa paura.
Presto ritorneranno alla postura
di eleganti signori e di signore
supponenti, un poco riluttanti
a mostrarsi, comunque sommelier
cerimoniosi e centellinanti.

Sbarbaro, i licheni e il Regime

Camillo Sbarbaro fu conoscitore e raccoglitore di licheni, tanto che alcune nuove specie, scoperte appunto dal poeta, portano il suo nome e campioni da lui raccolti e catalogati sono conservati nei più importanti musei botanici del mondo.
Ai licheni Sbarbaro dedica alcune bellissime pagine dei Trucioli, nell’edizione del 1940. I Trucioli, come scrisse Montale in occasione della prima pubblicazione nel 1920, “sono fogli volanti, pagine di diario, notazioni brevi e lunghe, bozzetti e parabole senza nulla di esoterico; e la maggior parte di queste cose s’innalza, stranissimo oggi!, fino alla poesia”.
Infatti l’amore di Sbarbaro per i licheni (“una forma di disperazione”, sempre per Montale) fa sì che questi singolari e diffusissimi organismi diventino in qualche modo il segno stesso della poesia.
“Il lichene – scrive Sbarbaro – prospera dalla regione delle nubi agli scogli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e s’arrischia nel cratere del vulcano”. E più avanti: “Per dimensioni: ci sono licheni come placche – che un uomo non abbraccia; come refe – che, dipanati, raggiungerebbero il chilometro; come alberi – che arrivano all’anca. E ne abbondano di minuscoli: c’è il lichene Virgola, il lichene Puntofermo, il lichene Asterisco”.
Nel 1938 la pubblicazione della nuova edizione dei Trucioli per Vallecchi, è bloccata dalla censura del Ministero della Cultura Popolare. Il famigerato Minculpop chiede tagli e soppressioni che Sbarbaro non accetta. Due anni dopo verrà realizzata una edizione dattiloscritta in una ventina di copie. Nello stesso periodo anche pacchi di licheni inviati dal poeta furono fermati al confine.
Mi piace pensare che il regime fascista avesse paura dei licheni. Troppo umilmente impenetrabili, troppo mutevoli e ambigui (“Né mancano licheni bicolori, tricolori; licheni variegati, pelle di pantera, veste d’Arlecchino, tavolozza di pittore; licheni fulgenti, rutilanti e persino versicolori…”), troppo poetici ed equivoci (“Un’intera tribù, le Grafidee, tappezza il sostegno di scritture indecifrabili: a caratteri minuscoli o maiuscoli, immersi o in rilievo: lineari, forcuti, cinesi, cuneiformi”) per non rappresentare un pericolo. Di fronte alla loro misteriosa indefinibilità, il regime mostra i muscoli.
“Il lichene è un enimma. Quando di lui si è detto che appartiene al regno vegetale, si è detto tuttociò che di certo sul suo conto si sa. Persino la parola ‘entità’, adoperata per indicarlo è imprudente, se c’è chi considera il lichene null’altro che un fenomeno”.

LA BANDA APOLLINAIRE di Renzo Paris (Hacca)

Con la fine della prima guerra mondiale si conclude un’epoca, che aveva mostrato gli ultimi brillanti palpiti con l’esplosiva e contraddittoria età della Belle Epoque, e si spegne anche la vicenda esistenziale di Guillaume Apollinaire. Nello stesso giorno in cui a Parigi si festeggia la fine del conflitto, gli amici si raccolgono intorno al corpo senza vita di quello che sarebbe stato considerato come uno dei più grandi lirici del Novecento, che avrebbe voluto essere il Papa delle avanguardie, e in cui i suoi contemporanei riconobbero soprattutto il fantasioso prosatore, oltre che il brillante, a volte esageratamente vitale, animatore della scena culturale parigina. Apollinaire muore a 38 anni, prostrato nel fisico dopo aver subito una ferita al capo mentre era al fronte, tanto da essere colpito prima da una congestione polmonare e poi dalla febbre spagnola, che nei mesi successivi alla sua morte avrebbe mietuto decine di migliaia di vittime in Europa.
Guillaume Apollinaire era nato a Roma nel 1880, in via Milano ed era stato svezzato da una nutrice di Trastevere (da cui la lapide che lo vorrebbe nato in viale Trastevere). Era figlio di padre ignoto e di Angelica de Kostrowitzky, che si faceva chiamare Olga, una affascinante aristocratica che viveva accompagnando e intrattenendo ricchi signori che trascorrevano la loro vita nelle sale da gioco.
Al polacco di origine russa, che nacque a Roma e visse Parigi come la propria patria, Renzo Paris dedica una ricca e accurata biografia. La banda Apollinaire(il titolo fa riferimento al gruppo di amici, artisti e letterati, che si riunivano nell’atelier di Picasso, che i parigini conobbero come “bande à Picasso”) è un libro composito, ricco di spunti critici, di riflessioni che spesso, più o meno direttamente, richiamano ai nostri giorni, ad una società letteraria che ad esempio ha dimenticato i valori su cui andrebbe costruita la fama letteraria. “Un giovane autore oggi – scrive Paris – punta subito alla penetrazione del mercato. Non è interessato alla stima dei suoi colleghi di penna, è l’entità del contratto della sua opera ad attrarlo”.
Non è un caso che il romanzo biografico si apra e si concluda con la narrazione delle passeggiate romane di Paris, a distanza di un anno, ma sempre il 25 agosto, giorno in cui il poeta era nato, alla ricerca dei luoghi che ospitarono i primi passi della vita di Guillaume. In questo modo si sottolinea come il racconto della vita del poeta francese non sia solo il resoconto di una vicenda ormai passata, ma offra sollecitazioni che possono servire a comprendere meglio il presente. Allo stesso tempo emerge fortemente il legame profondo che lega lo scrittore italiano al poeta d’oltralpe, a cui del resto Paris ha sempre dedicato la sua attenzione, a partire dai primi anni Settanta, quando ne curò un’edizione delle poesie. Questo legame diventa a tratti evocazione struggente di un incontro impossibile: “Sta di fatto che passeggiando per i luoghi centrali di tutta la produzione del Nostro, l’emozione ricevuta dalla lettura dei suoi versi, dalle sue prose, mi ha fatto desiderare davvero di incontrarlo e certe volte mi è parso di vederlo”.
Renzo Paris, con scrupolo di biografo, ripercorre le tappe della vita di Apollinaire, ricostruisce i suoi interventi giornalistici, si sofferma sui capolavori letterari, traccia il percorso dei suoi amori spesso contrastati fino al rassicurante approdo, a poche settimane dalla morte, del matrimonio con la pittrice Jacqueline Kolb. In una prosa solida e piana che rifugge da ogni eleganza che sia solo gratuita concessione al lettore, riesce ad offrirci il senso di un’esperienza letteraria insieme elitaria e di massa, che cerca il contatto con la folla, perché “la poesia si nascondeva proprio tra quella folla che aveva cancellato in un sol colpo il concetto stesso dell’individuo”. Quel poeta “furbissimo e innocente”, come ebbe a definirlo il pittore Gino Severini, ci dice ancora, nell’epoca segnata da internet, nella realtà moderna “contenta di aver cancellato il passato e il futuro in un presente di plastica”, che fare poesia è non perdere il contatto con la tradizione lirica, per poter “cambiare il senso delle parole di sempre”. Ma soprattutto nel libro emerge, quasi nostalgicamente, l’idea di vivere l’arte come solidarietà tra amici. Anzi, dice Paris, che è proprio questo a muoverlo alla ricostruzione di quell’epoca: “Era l’amicizia amorosa tra poeti, tra artisti, quella solidarietà immediata tra bohémiens che volevo ritrovare, compresa l’invidiosa competitività”.

Mangio non mangio

Mangio non mangio forse addento solo
finocchi gratinati, un pomodoro,
o bietole lessate e cavolfiore,
ma se non mangio io non mi consolo,
divento triste per perdere tre etti,
allora è meglio un piatto di spaghetti
alle vongole, una parmigiana
di melanzane, il fiano di Avellino
servito fresco a riempire il mio bicchiere. Senza
sentire un sapore familiare, presto
mi stufo, mi arrendo alla bruttezza,
cambio colore, mi sento un vegetale.
Dovrei rinunciare alle passioni
per sembrare un uomo giudizioso, ma preferisco
essere animale, senza criterio
davanti a un vino rosso, ozioso.
(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto Editore, 2010)

Terzani e Meridiani

La pubblicazione delle opere di Tiziano Terzani nella prestigiosa collana dei Meridiani di Mondadori mi sembra confermi con evidenza quello che scrive oggi Roberto Calasso sul Corriere. Calasso di fatto afferma che non esiste una vera politica editoriale che distingua l’una dall’altra casa editrice. Gli editori si contendono i nomi che ritengono possano avere mercato, incappando in qualche clamoroso flop, ma comunque proiettati in una corsa all’acquisto che prescinde da ogni progetto culturale. Sta di fatto, insomma, che le scelte relative alle pubblicazioni vengano determinate più dai distributori che dagli editori.
Che c’entra Terzani con questo discorso? Mi sembra che la presenza delle Opere(in due volumi!) del giornalista fiorentino nella collana mondadoriana dimostri come non esistano nemmeno differenze tra una collana e l’altra di uno stesso editore. I Meridiani non sono infatti la collana che, sull’esempio della francese Bibliotèque de la Pléiade, dovrebbe raccogliere in volume le opere dei maggiori scrittori e poeti italiani e stranieri? Con tutto il rispetto per quello che è stato sicuramente un grande giornalista e un acuto lettore della società contemporanea, siamo sicuri che Terzani sia stato incluso nella collana per i suoi meriti letterari e non perché è uno degli autori attualmente più venduti?
Dal catalogo dei Meridiani sono assenti tuttora alcuni tra i maggiori poeti del Novecento, che pure pubblicarono le loro raccolte nell’altrettanto (almeno allora) prestigiosa collana de Lo Specchio. Sto pensando, ad esempio, a Bartolo Cattafi, a Rocco Scotellaro, a Leonardo Sinisgalli (a cui questo blog è idealmente dedicato, visto che Mosche in bottigliaè il titolo di una sua raccolta). I libri di questi poeti possono essere reperiti solamente, e con qualche difficoltà, nelle librerie antiquarie. Ad Alfonso Gatto è stato dedicato nel 2005 uno degli Oscar Grandi Classici, con una bella introduzione di Silvio Ramat. Non è un Meridiano, ma ha la copertina cartonata.

Gatto e Rivera fanno gol!

Sul sito della Fondazione Alfonso Gatto (www.alfonsogatto.it) è possibile reperire la versione e-book di La palla al balzo,Il libro, pubblicato da Limina nel 2006, contiene gli articoli che il poeta salernitano, complice Il Giornale di Indro Montanelli, dedicò al gioco del calcio alla metà degli anni Settanta. Gatto amava molto il calcio, in cui vedeva un impasto di grazia popolare e di inventiva poetica, un’ultima possibilità di salvarsi “con il gioco e con il genio dell’innocenza”, ma soprattutto era uno sportivo per nulla imparziale, tifoso accesissimo del Milan (storiche le dispute con l’interista Vittorio Sereni).
Uno degli scritti inclusi nel volume è di fatto una lettera aperta, ma anche una confessione di devota ammirazione, che Gatto rivolge a Gianni Rivera: “Il calcio è come la poesia – scrive il poeta -, un gioco che vale la vita. Voglio dirglielo: anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno. Può sembrare tutto facile, e lo è, per grazia ricevuta. Ma, a spedirla questa grazia, è il suo stesso cuore puro, il suo nome innocente, e forse anche il non sapere come ha fatto. La furbizia, tra noi, non sarà mai nostra”.
E’ bello che un poeta affermato, qual era allora Gatto, scriva ad un calciatore idolo delle folle da pari a pari, mettendo a nudo, con ingenua fragilità, il proprio entusiasmo infantile (“Lo so, forse le parole che scrivo sono parole troppo ingenue, ma altre non ne saprei trovare per un uomo puro che ha onorato l’intelligenza e la cultura nello sport, lasciandoci negli occhi la sua immagine di ragazzo invulnerabile”). Ancora più bello è l’atto di considerare la poesia un’attività simile al calcio. Il poeta può fare gol solo se dà spazio alle ali, al lettore che gli cammina a fianco. La poesia nasce dalla grazia, ma non può essere poesia se non in compagnia di altri, pochi o tanti che siano, che siedono sugli spalti. Le poesia insomma, così come i gol, ha bisogno di compagni di squadra e di pubblico.
Qualcuno di certo storcerà la bocca. E’ vero: Gatto sta parlando a un atleta di un altro tempo, protagonista di un calcio che non esiste più. Ma anche la poesia che evoca Gatto è quella di un’epoca diversa dalla nostra. Nemmeno i poeti, non tutti almeno, riescono di questi tempi a salvarsi “con il gioco e con il genio dell’innocenza”. Proprio per questo, e a maggior ragione, è bello ancora avere fede “nell’alata poesia dei campi verdi”, e credere che il poeta faccia gol insieme al proprio lettore. Tutti insieme, felici “di avere colpito il segno”.

SCONCERTO di Franco Marcoaldi (Bompiani)

Sconcerto è uno spettacolo di “teatro di musica”, secondo l’espressione coniata dai suoi ideatori. E’ nato dall’incontro tra le sensibilità artistiche, diverse per tipologia di linguaggio, estremamente vicine nell’amicizia e nel comune sentire, del compositore Giorgio Battistelli, dell’attore e regista Toni Servillo e del poeta Franco Marcoaldi. Di quest’ultimo è il testo che fa da base alla rappresentazione teatrale e che ora viene pubblicato da Bompiani nella collana Assaggi e Passaggi. 
Il testo di Marcoaldi (non un libretto d’opera, ma, come lo definisce lo stesso autore, “materiale letterario” che accompagna gli altri linguaggi) è in effetti un poemetto ben congegnato, lucido esempio di poesia civile, particolarmente efficace e, considerati i tempi, estremamente opportuno. Protagonista della scena e io-lirico monologante è un direttore d’orchestra che, aggredito dal frastuono che ci circonda, dalle troppe e contraddittorie sollecitazioni a cui non è più possibile dare senso, rimane inerte di fronte ai musicisti, incapace di agire, schiacciato da “troppo mondo nella testa”, e dalla responsabilità di un ruolo che lo vorrebbe invece, per definizione, elemento ordinante e chiarificatore.
E’ appunto questo lo sconcerto a cui fa riferimento il titolo. Termine dichiaratamente ambiguo, che richiama sia l’incapacità del direttore di ricondurre ad unità le note dell’orchestra, da cui la mancata esecuzione del concerto, sia lo stato d’animo del protagonista, e di noi tutti, che è quello di uno sbigottito scombussolamento di fronte alla disarmonia degli impulsi a cui siamo quotidianamente sottoposti.
Il senso, sia pure velatamente metaforico, è trasparente fin dai primi versi: non si tratta di una condizione astrattamente esistenziale, quella che il direttore denuncia con la sua paralisi di fronte all’orchestra, ma dell’effetto di una decadenza morale e civile, di cui è vittima un po’ tutta la società occidentale, in particolare il nostro paese: “Ecco lo specchio di un paese / smanioso, torvo, sfiduciato, / sempre pronto alla bagattella, / alla favola, alla sovreccitazione. / Confuso, frivolo, stordito, / che barcolla al buio senza direzione, / in un interminabile presente”.
Non possiamo che prendere atto di vivere tra le “macerie di una morale / ridotta ormai a sbobba inacidita”, in un paesaggio spettrale dove “le parole ingoiano le leggi”, “la violenza ingoia il coraggio” e quello che è peggio “il falso ingoia il vero”. L’unica cosa salda resta “il soldo, il dindolo, la grana”. E’ un paese segnato dalle morti sul lavoro, dal potere che si autocelebra, dal consumismo sfrenato, dalle scelte dettate solo dalle ragioni della finanza. Un paese dove le sigle finiscono per nascondere l’essenza delle cose: “Attenti con le sigle, che i CIE / ad esempio non sono buoni del tesoro, / ma lager dove s’ammassano / immigrati clandestini. / Odori acri, un caldo atroce, volti smarriti / e supplicanti, scarpe sfondate, parole ignote…”.
Ma un rimedio c’è. Ed è quello di utilizzare il linguaggio perché “azzittisca la solita, insensata sarabanda” e restituisca un senso al nostro agire. E’ la musica che può indicarci la strada per la ricostruzione: “quella strana lingua / che riesce a far parlare / le creature mute, / la quieta essenza del mondo, / la vita segreta delle cose”.
Marcoaldi ci mette di fronte a uno specchio, che riconsegna le forme impietose e deliranti del nostro presente. Le immagini sono intense e crude, e veicolano una verità spietata, che il poeta ci restituisce attraverso la lingua della quotidianità, un lessico semplice e cronachistico, sorretto però da una versificazione dal ritmo musicale e armonioso. 
L’effetto è quello di recuperare significatività al linguaggio di tutti i giorni, che ci viene riproposto depurato e ripulito, di nuovo in grado di dare un nome alle cose. Se quello che accade intorno a noi genera smarrimento, Marcoaldi decide di raccontarci la nostra condizione attraverso l’uso, quasi provocatorio, di una musicalità tenue e pacata. Ne deriva il recupero di un senso morale che è innanzitutto misura, rispetto degli altri e dell’ambiente, capacità di provare sentimenti semplici, perché “il vero segreto / il vero mistero, è nell’evidenza. / E’ nella semplice e pura presenza”.

(pubblicato su Giudizio Univesale.it il 2 novembre 2010)

Rischi editoriali

In una intervista pubblicata sul sito La stanza di Virginia, Daniela Di Sora, creatrice e responsabile della casa editrice Voland, afferma di amare molto la poesia, “anche se non sono così folle da pubblicarla” aggiunge. Esperta di letteratura russa, la Di Sora ha collocato l’amore per le lettere slave alla base della sua attività di editore. La Voland dunque, a parte i libri di Amèlie Nothomb, il cui successo di vendite, per ammissione della stessa Di Sora, permette alla casa editrice di operare scelte più rischiose dal punto di vista commerciale, pubblica soprattutto autori contemporanei dell’est europeo, come ad esempio tale Zachar Prilepin, di cui nell’intervista viene consigliata la lettura, oppure, scorro gli ultimi titoli in catalogo, Georgi Gospodinov, “uno dei più promettenti autori bulgari” o Mircea Cărtărescu, “considerato il più importante autore rumeno contemporaneo”.
Ora, se un editore che affronta il rischio di pubblicare romanzi e racconti di autori pressocché sconosciuti al grande pubblico, oltretutto di letterature che di certo da noi non godono di particolare richiamo, considera la poesia come una vera e propria follia editoriale, una ragione ci deve essere.
Alla base c’è la convinzione, diffusissima oggi in Italia, che la poesia venda poco o nulla. Naturalmente è vero, così come è vero però che lo stesso accade per buona parte della saggistica e che tra i romanzi non sono pochi quelli che realizzano un riscontro minore di un libro di poesie di un autore mediamente conosciuto.
La verità (una delle verità, naturalmente) è che non esiste una seria politica editoriale relativa alla poesia. Gli editori, lo si deduce chiaramente dall’affermazione della Di Sora, concepiscono la poesia come un rischio commerciale che è meglio non correre. La poesia, almeno dal loro punto di vista, rappresenta un pericolo, quando non addirittura un fastidio. Sono pochissimi, o forse nessuno, gli editori che compiono scelte che tengano conto dei gusti e dei bisogni del pubblico, come avveniva in passato e come avviene ancora oggi in altri paesi.
E’ proprio vero che di poesia oggi nessuno vuole sentire parlare? O forse avviene che un lettore, che vorrebbe leggere versi ma non è un addetto ai lavori, riesca con grande difficoltà ad indirizzarsi verso un prodotto poetico che lo soddisfi? Colpa dei poeti certo, interessati più al giudizio dell’amico critico che alla possibilità di farsi leggere da altri che non siano altri poeti o recensori, ma anche di un meccanismo editoriale perverso, che ha reso la poesia un luogo misconosciuto e disagevole.
Si dice: nessuno compra libri di poesia. Ma anche a volerlo fare, come procedere? Dove sono i volumi di poesia nelle librerie? E chi ci ha mai consigliato un autore o ci ha suggerito una raccolta che in fondo, più di un romanzo, parla proprio dei nostri problemi?
All’industria libraria basta che la poesia sopravviva, alla stregua di un dovere mal sopportato, di una tisana che forse fa bene, ma che si ingerisce a fatica e senza nessun piacere. Basta dare alle stampe lo stretto necessario. Così anche l’editore Di Sora potrà continuare a leggere e ad amare la poesia. Senza pubblicarla, beninteso.

Ora vivo nel mare

Gaetano Bevilacqua, bozzetto per Se fosse pronto un cielo

Nella mia casa c’è un nuovo
ospite uccello: un canarino
giallo, con una macchia in capo.
Sono io che abito altrove: ignorante
di cose umane e di affari
ingenui di volatili,
ho scelto altra forma animale.
Ora vivo nel mare, attendo l’onda
grassa che mi conforti, che confonda
paesaggi di spugne e alghe.
Ho scelto di pensare sotto il livello
pacifico del reale.
(da Se fosse pronto un cielo, Il Catalogo, 1991)

Dopo gli Ossi

Nei nostri licei Ossi di seppia di Montale continua a essere l’ultimo libro di poesia preso in considerazione. E’ possibile che si legga qualche altra lirica del periodo, ma è estremamente difficile che si analizzi più o meno compiutamente una raccolta pubblicata dopo gli anni Trenta del secolo scorso. Le stesse poesie di Montale di Satura o dei libri successivi sono quasi completamente ignorate.
Gli alunni ne ricavano l’idea che dopo gli Ossi, tutt’al più dopo Le occasioni e La bufera , non è stata scritta nessuna opera poetica che valga la pena leggere e studiare, o che la poesia sia qualcosa che ha a che fare con il passato. E’ così che il libro di esordio di Montale, la cui prima edizione risale al 1925, cioè a quasi 90 anni fa, risulti agli occhi dei nostri studenti (naturalmente di quelli più curiosi e colti che si pongono il problema) uno degli esempi di poesia più vicini nel tempo.
Esiste un pregiudizio nei confronti della poesia: che non si possa dire tale, se non è passato almeno qualche decennio a decretarne il valore. Se non appartiene ad un’epoca a noi distante, che ne abbia permesso in qualche modo la sedimentazione, non si sa se chiamarla poesia. Ne consegue, agli occhi di una gran parte dei lettori, che non esiste una poesia dei nostri giorni che abbia il diritto di essere definita con questo nome.
A nessuno verrebbe in mente di dubitare che dopo La coscienza di Zeno (1923) o Uno, nessuno e centomila, che esce a puntate su “La fiera letteraria” dal dicembre del 1925 al giugno dell’anno successivo, la narrativa italiana abbia prodotto opere di qualche valore. Anche gli studenti meno partecipi alle sorti delle patrie lettere conoscono almeno un paio di romanzi di Calvino e hanno avuto dalla scuola notizie di Gadda e Pavese, e forse di Pasolini. Molti hanno dovuto affrontare il compito, più o meno gradito, di leggere un romanzo di Bassani, di Elsa Morante, di Buzzati, di Pratolini. I nostri ragazzi sanno chi sono Ammaniti e la Mazzantini, perché qualche loro opera è arrivata nelle loro mani, tramite la biblioteca scolastica o allungata dalle solleciti raccomandazioni di un insegnante. Quasi tutti però ignorano il nome di un poeta che abbia pubblicato il suo primo libro dopo il 1960. Cinquanta anni fa.