/ Novembre 5, 2011/ Recensioni/ 0 comments

La rivista Poesia di questo mese contiene alcuni testi di Ana Luisa Amaral, preceduti da un colloquio della poetessa portoghese con la sua traduttrice Livia Apa. Ripropongo la mia recensione (pubblicata su LaRecherche.it)  all’unico libro della Amaral finora edito in Italia.

Cosa può accadere se davanti agli occhi si presenta la vista di un comignolo, un semplice, per nulla straordinario comignolo, che ha l’unica qualità di stagliarsi netto, “ritagliato / nel grigio di una notte di luna / mal cresciuta”? Che cosa fare davanti a un comignolo che sembra “un quadro mezzo fiammingo o quasi”? La risposta di Ana Luisa Amaral è sicura, senza alternative: “che altro, se non scrivere?”.
Ana Luisa Amaral
E cosa altro chiedere alla vita, riflette ancora la Amaral, se il comignolo libero sulla casa suggerisce ipotesi di “conforto, abbandoni e sonni di tenerezza”? In questo comignolo, protagonista della poesia “La fiamma dell’arrivo”, contenuta nel volume antologico La scala di Giacobbe, in un oggetto così solitariamente indifferente eppure così partecipe ai casi della vita, può considerarsi riposto emblematicamente il rapporto che la poesia della Amaral costruisce con la realtà e le sue piccole, apparentemente inutili, manifestazioni quotidiane. Le cose sono lì in attesa di confessarci la loro verità, suggerire una soluzione, strabiliarci con la loro presenza, insieme così ordinaria e così rara. E allora cosa è possibile fare di fronte al comignolo, “se non cantarlo in rima mal curata, / se non voltarlo in nido di parola / e cullarlo tra mille profumi?” La poesia è dunque lo strumento per offrire un nido alle rivelazioni. Del resto le cose sono lì, in una condizione di attesa, pronte a diventare verso e musica. La realtà, anche quella più estranea e distante, nella poesia della Amaral finisce per essere coinvolta nei nostri destini, anzi spesso si manifesta come lo strumento che permette l’accesso ai nostri destini e la loro comprensione.
La scala di Giacobbepermette un percorso nella poesia di Ana Luisa Amaral, a partire dal suo primo libro Minha Senhora de Quêdel 1990 fino alle liriche scritte nel 2005, attraverso raccolte che hanno goduto di grande interesse in Portogallo, quali Epopeiasdel 1994 o Ás vezes o Paraísodel 1998 o ancora Imagens del 2000. La Amaral è una delle voci più rappresentative della lirica portoghese contemporanea. E’ nata nel 1956 a Lisbona, ma si è trasferita presto a Oporto, dove attualmente vive, insegnando Letteratura inglese e americana nell’Università della stessa città. Studiosa in particolare della poesia di Emily Dickinson, Ana Luisa Amaral ha pubblicato numerose raccolte di versi. Tradotta in varie lingue, per la prima volta la sua opera viene pubblicata in italiano, grazie all’amorevole e rigorosa cura di Livia Apa, docente di lingua e letteratura portoghese all’Università L’Orientale di Napoli, da anni impegnata nel tentativo di far conoscere nel nostro paese le opere della vivace letteratura di espressione portoghese. In questo caso, Livia Apa entra in perfetta sintonia con la scrittura e con le intenzioni della Amaral, offrendoci una traduzione rispettosa e senza sbavature, capace di recuperare appieno la carica immaginifica e insieme la concretezza della lingua della Amaral.
Con lo sguardo attento alla tradizione occidentale, particolarmente a quella anglosassone, la scrittura della Amaral si muove appunto utilizzando una lingua quotidiana con accenti quasi prosastici, che erompe però continuamente in un lirismo evocativo e sognante. Ne deriva un linguaggio pacato, senza cedimenti, che si concede a scarti linguistici mai gratuiti, ma che permettono imprevisti scivolamenti del significato. E’ quanto suggerisce Livia Apa, nella nota introduttiva, quando parla di un lessico che “sfonda” la semantica col fine di “traghettarla verso altri possibili sensi”. E’ così che gli oggetti diventano il tramite di interrogazioni e perplessità, di repentine scoperte e di angosciate sospensioni.
Basta a tale proposito l’esempio della poesia “Metamorfosi”, con un incipit subito spiazzante: “Non in un bar della Kashbah, ma in un caffè / di Leça da Palmeira (piccola città al nord / del mio paese), la tua voce qui mi porta lì”. La metamorfosi è dunque quella della cittadina del nord portoghese, che diventa città nordafricana, un bar con tutt’altra atmosfera, perso in una dimensione di qualche decennio fa. Nel bar una voce (“la tua voce”) finisce per evocare le immagini di un film in bianco e nero, pellicola di culto, così come famosissime sono la canzone che muove la vicenda e la frase (“Suonala ancora, Sam”) che serve a richiamarla. A partire da questa trasposizione di un luogo in un altro, a sua volta rievocato dalle scena di un film notissimo come è appunto Casablanca,alla poesia tocca “inventare a Leça da Palmeira / nel mezzo della nebbia così immensa, / uno sguardo teso che si traveste blando / (un pozzo di desiderio, e una ventola / in un aereo di stupore)”. La lingua della Amaral, proprio la lingua e non solo i significati che essa veicola, si muove continuamente tra l’immagine concreta e quella sognata, proiettata verrebbe da dire, in una continua armonica oscillazione. “Lasciare accanto al verso la promessa del nulla / che non c’è stato, ma siede al piano / ripete, come in sogno, la stessa melodia // – tradotta in inglese: suonala ancora, e ancora / che non c’è Kashbah qui, ma poteva / essere proprio la tua voce (in un registro / finale)”.
Il titolo del volume, La scala di Giacobbe, fa riferimento all’episodio biblico per cui Giacobbe sognò una scala che da terra si protendeva fino in cielo, continuamente percorsa nelle due direzioni da angeli, che nel caso del libro in questione diventa emblematica oscillazione appunto tra rarefazione e concretezza, spinta al divino e ancoraggio alla quotidianità. Il mondo rappresentato dalla Amaral contiene un’idea della poesia che, come scrive Apa, nasce dalla “intuizione del sublime nelle piccole cose”. Sta di fatto che cielo e terra non spiegano l’esistenza, non danno risposte definitive. C’è solo la parola a dare un senso al percorso, a ordinare gli oggetti, la parola che riesce a dire l’amore. In una delle ultime poesie del volume, “Un poco solo di Goya: lettera a mia figlia”, Ana Luisa Amaral ricorda quando la figlia, ancora bambina, diceva “che la vita è una fila”: “Nella metafora creata / dall’infanzia, chiedevi dello stupore / del morire e del nascere e di chi seguiva / e perché si seguiva, o della totale assenza / di ragione di questa catena in sogno di gomitolo”. A distanza di anni la poetessa vorrebbe dire una parola di conforto, trovare un antidoto che liberi la figlia “in volo, come una fata, sulla fila”. Ma la forza morale della poesia è anche guardare in faccia la realtà con la sofferenza delle sue contraddizioni. “Ma siccome ti amo non posso farlo, / e in questa notte calda che strappa giugno, / voglio dirti della fila e del gomitolo, / e dei modi di amare tutti diversi, / ma fatti di piccoli suoni di stupore, / se il giusto e l’umano ci si abbracciano”.
Questo libro ha il merito di farci conoscere una delle voci più interessanti dell’attuale panorama poetico portoghese.
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