Cucine e altri universi. La poesia di Roberto Amato

Tempo fa mi fu chiesto un intervento per un libro sulla poesia di Roberto Amato. Quel libro non è stato poi pubblicato. Questo è il mio scritto.
In luoghi confinati, insieme familiari e misteriosi, si muove la poesia di Roberto Amato. La geografia di Le cucine celesti si sviluppa a partire da interni segnati dal trascorrere del tempo, da stanze ingombre, da cucine dove le donne si muovono con armoniosa e circospetta solerzia, da giardini immediatamente a ridosso delle case. Sono le terre conosciute e quotidiane, ma allo stesso tempo mitiche e dunque leggendarie, sulle quali agiscono personaggi dai nomi e di volti familiari, non si sa se veramente presenti o se vivi solo nella memoria.
Le cose, attestate in luoghi prossimi e consueti, e ancora di più i corpi degli uomini e degli animali, e le loro appendici, non sembrano però soddisfatti della loro posizione, o forse non sono del tutto consapevoli della condizione che loro attiene. Ci restituiscono infatti, come in un evocativo e incantato gioco di specchi, l’immagine di altre forme, di spazi lontani e sconosciuti, di sconfinate praterie siderali e di costellazioni. Il figlio Lapo, uno dei tanti personaggi di quel lessico familiare che si propone costantemente al lettore, si accorge “fin dal primo vagito” che il padre ha le mani fatte d’aria e che “nel vestito / non c’era quasi niente”, tranne la voce che è chiusa “nella bambagia della barba finta / e lunga / e sfusa / come i pappi dell’Orsa / e le lattigini / delle folte comete”.
Roberto Amato
Sembra insomma che uomini e oggetti non riescano a stare al loro posto, e che, situati davanti agli occhi del poeta, facciano di tutto per confondere la visione, per scivolare in territori a cui non appartengono, per evaporare verso l’alto, in cerca di un luogo diverso, del punto d’approdo a cui credono di essere destinati. Succede perciò che ancora la barba “è un cavolfiore così morbido / si svolge per tutto il firmamento // (per il dolce e fatale / Principio della Levitazione Universale)”.
Il Principio della Levitazione Naturale è, a ben guardare, il contrario della legge di gravità: per esso insomma le cose tenderebbero ad andare verso l’alto, a ritrovare una loro identità e un loro posto accanto alle nuvole, a contatto con uccelli e astri celesti. Il mondo terreno aspira a una leggerezza che si intravede nella difficoltà di uomini, animali e cose ad accettare la loro condizione e il loro posto. Tutto questo permette anche un fitto dialogo tra gli elementi, non importa di quale regno fisico essi facciano parte.
Nella poesia di Amato le presenze della natura lontana e quelle del mondo familiare, le figure varie, animate e non, che compongono la realtà di ogni giorno, si scompongono e si sovrappongono. Così in una drogheria la vegetazione nelle sue varie forme, ma anche gli animali e soprattutto gli uccelli, possono fare capolino tra alici sfilettate, prosciutti e capocolli. L’incanto non è solo nella mente di chi vede e poi restituisce gli elementi e la narrazione della visione, ma ingrediente stesso del mondo, che si presenta a noi confuso e disordinato, imperfetto o forse fornito di una perfezione che non abbiamo gli strumenti per intendere ed afferrare. Accade così che il droghiere che dovrebbe “dividere il creato negli scaffali”, finisce per fare confusione, per mescolare prodotti e cose provenienti da settori e da mondi diversi.
In effetti, quelle che a prima vista possono apparire immagini metaforiche, termini di paragone utili a comporre una figura retorica, nella lingua poetica di Amato entrano a far parte della realtà a pieno diritto, si sistemano con forza e convinzione accanto agli oggetti che per più antica consuetudine appaiono collocati nel posto che gli spetta. E’ così che drogheria e cucine (che sono appunto, non dimentichiamolo, celesti, mettendo insieme l’alchimia quotidiana e tanto concreta della lavorazione del cibo con la spirituale evanescenza delle presenze immateriali e incorporee) diventano gli spazi dove si manifesta una speciale mitologia poetica, i luoghi protetti dove si mescolano ingredienti diversi e inusuali, per dare luogo a qualcosa di inaspettato, a volte di meraviglioso. Gli oggetti non sono nemmeno i correlativi di una nostra condizione esistenziale o i segnali di un sentimento comune universale, sono ancora se stessi, provocatoriamente e assurdamente se stessi, ma scivolati o appunto levitati verso un mondo altro, sorprendente e vago, o forse finalmente restituiti ad esso.
C’è qualcosa di limitato nella nostra condizione di uomini, se ci sforziamo con tanta determinazione perché la realtà non ci confonda con la sua insensatezza, se cerchiamo in ogni modo di essere concilianti con la visione parziale e circoscritta di quanto ci accade intorno, se della vita evitiamo con cura le vertigini, gli spostamenti di senso, i deragliamenti, gli sbandamenti, così provvidi e normali dice la poesia di Amato, dall’una all’altra condizione naturale: “… ma questo tempo incomprensibile / per noi che non abbiamo le ali / e che stupidamente / non dormiamo sugli alberi…”.
Naturalmente tra gli uomini c’è chi si mostra inadatto a comprendere, e sono i più, coloro che vanno sicuri delle loro certezze, della stabile e ordinata composizione della realtà: “Ho contemplato una balena / e mi pareva l’orsa / con un cesto di pesci e di comete // ho chiesto a un vecchio prete cosa fosse / quel carico di stelle // lui rimbambito / (si contava i bottoni della veste) / disse che non aveva visto niente”.
L’età dorata dove è possibile che la confusione dei ruoli e dei mondi diventi sistema ed anzi si manifesti, come se fosse norma, nella sua ovvietà e nella pienezza della significazione, è naturalmente l’infanzia. E’ quello il periodo in cui possiamo crederci uccelli, fare prove di volo dimenando le braccia, correre e saltare fingendo di essere animali. Ed è l’età verso la quale la poesia di Le cucine celestisempre fa ritorno, non per farne pascolianamente l’eden irricostruibile degli affetti, o anche lo strumento privilegiato della conoscenza: per Amato l’infanzia è la sola età in cui veramente si vive, in cui i mondi si rappresentano in un disequilibrio che non può essere messo in discussione, in cui il tempo non è un susseguirsi ordinato e irreversibile, ma compresenza di passato e presente. “… e cammina cammina / io in qualche posto andavo / e seminavo da per tutto / i fazzoletti / i piccoli bottoni / dal fischio dei calzoni / corti // (ora / saremo certamente tutti morti / ecco perché si sogna / tutto il giorno) // ma qualche volta torno / seguo la scia dei moccichini”.
Se è vero che anche il tempo mescola le carte e il poeta vive in un presente in cui continuamente avanzano figure provenienti da altre età, allora la famiglia diventa inevitabilmente un organismo allargato. Nonne e nonni, zie e zii, cugini, genitori e figli si cercano, si incontrano e si parlano, non importa se siano vivi o morti, abitano stanze e cucine che non si sa se appartengono alle case di oggi o sono solo luoghi della memoria. Roberto Amato racconta la sua famiglia come un cantastorie le vicende di paladini, con intrecci complicati e scompigliati, improvvise interruzioni e salti nello spazio e nel tempo, interventi magici che intralciano i progetti o lasciano intravedere uno scioglimento. La poesia si anima di personaggi che sembrano appartenere appunto a vicende eroiche e leggendarie: il nonno Efisio, Giardiniere di Boboli, la Zita, la lunghissima Ofelia, la Titina, la sorella Alina (“quella bambina sordomuta / che andavo coltivando insieme ai fiori delle zucche”, che ha gli occhi che volano “sopra le foglie nere / delle cicorie altissime”); e poi Lapo, l’Orca, la Clara, l’Alfira, Ezechiele, le Fate, ed Efisio il facchino che “non mi ricordo che abbia / proferito verbo, tranne quel suo cantare / da mezzosobrio / o alticcio / soltanto per lodare stoccafissi / o totani cuciti con un ripieno di frattaglie/ d’oche”.
Al disordine del mondo, al guazzabuglio ostinato dell’esistenza, la poesia di Amato non cerca di fornire un assetto più stabile e ordinato. Il compito del poeta è anzi quello di accettare lo stupore che la visione implica, di restituire al lettore il senso della meraviglia. Questo non significa che la poesia si conceda all’improvvisazione e alla spontaneità. Al contrario il verso è sempre misurato e controllato, e dimostra una lunga e ragionata consuetudine con i grandi autori del secolo scorso.

Non conosco personalmente Roberto Amato, ma so da uno scritto di Manlio Cancogni, tra i primi a leggere i suoi versi, che “pare uscito da un racconto nordico di maghi e stregonerie”. Io me lo figuro che “alto, magro allampanato” cammini spesso senza avere una meta precisa, anzi, se mai l’avesse, dimenticandola, ritrovandosi poi chissà dove, ma lontano, senz’altro lontano dal luogo dove sarebbe dovuto arrivare. Immagino che , se fosse a camminare per qualche sentiero di montagna, non andrebbe in cerca di funghi ma di fossili di conchiglie, delle tracce del passaggio di qualche pesce, sicuramente avvenuto in un’epoca remota, che lui crede ancora attuale; o alzerebbe gli occhi al cielo, avendo percepito il verso di un uccello marino in crisi di orientamento. Su una spiaggia invece non sarebbe attratto da stelle marine e ossi di seppia, ma da rami levigati e contorti, residui di un luogo lontano, testimonianza di una dimenticata foresta.

CARTE DA SANDWICH di Attilio Lolini (Einaudi)

All’amato Philip Larkin, con il quale condivide il gusto per l’imprevista sentenza e lo sguardo disincantato e divertito sull’opacità della vita quotidiana, Attilio Lolini affida, nell’ultima Imitazione che chiude la sua nuova bellissima raccolta di poesie Carte da sandwich, una sorta di definitivo ritratto di se stesso: “come sono sereno / come sono disperato”. La poesia di Lolini è tutta in questa paradossale confessione: insieme serena e disperata di fronte all’inconcludente nostra presenza nel mondo, non può più meravigliarsi né reagire con rabbia, poiché tutto è già saputo, pur restando ogni cosa irrimediabilmente sconosciuta. Ogni atto del nostro vivere, anche il più ordinario, dice che non esiste via di fuga, e dunque i versi del poeta possono solo registrare, con parole limpide e senza infingimenti, le immagini ripetitive del carcere in cui siamo costretti: “Le stagioni si ripetono / come dischi rigati // della libertà / ci siamo liberati”.
Non c’è da rimettere insieme i pezzi, non esiste ipotesi di ricomposizione, le nostre occupazioni sono “insensate”, le tappe “già segnate” (“Mi pare di sapere / come è andata // tutta la vita / una passeggiata / scombinata”), nemmeno il cielo regala consolazione (“Zoppica il sole / salendo verso il cielo // arranca e va di sbieco / come un uccello cieco”). Al poeta resta solo lo sguardo senza illusioni, il procedere beffardo e lieve sulle macerie, la consapevolezza che anche la poesia non ha parole definitive da offrire, anzi “la poesia abita / una vecchia culla / nasce felice / se non dice nulla”.
Il sentimento del comico nasce in Lolini proprio dalla costatazione dell’assoluta insensatezza delle nostre azioni. Il male di vivere è possibile raccontarlo solo prendendoci in giro, denunciando la nostra incivile, a tratti vile, arroganza di uomini che credono di avere un posto e una ragione che dia conto degli affanni che quotidianamente affrontano. Né può valere a qualcosa tentare di mettere ordine nel disordine generale, azzardare delle risposte, cercare rifugio in un’ipotetica superiore saggezza: “Tante citazioni presumo / da libri letti e abbandonati / la solita solfa di chi campa // con il solito finale: / poco ci è dato conoscere / quel poco sono errori di stampa”.
La poesia di Carte da sandwich ha la capacità di farci ridere proprio mentre contempliamo le nostre miserie. E’ una poesia che genera un continuo senso di spaesamento: non permette al lettore di muoversi dalla linea tracciata, e in questo modo lo incatena al suo niente; lo illumina con splendenti motti di spirito ma solo per accecarlo. Insomma Lolini non è un poeta che utilizza le parole perché il mondo sembri più bello, non vuole consolarci né essere buono, anzi è consapevolmente cattivo, quando si aggira, sentenzioso e sorridente, cantando le sue ariette leggere, sereno e disperato, intorno ai nostri mali, costringendoci a riderci sopra. La sua poesia non cerca di sottintendere né alludere, non vuole ammansire la realtà con un linguaggio evocativo o oscuro, è da cantare a bassa voce, in una tonalità in minore, senza nessun accento declamatorio.
Non serve andare lontano per capire come va il mondo: l’epica di Lolini è delimitata a pochi oggetti vicini, ai paesaggi circostanti, tanto che ci si sente già senza patria in un’altra contrada, “dall’altra parte del fiume / nella remota rosticceria Tom & Jerry”, lì dove “gli esuli fischiettano canzoni”. Dai suoi versi a rima baciata, dai versicoli antiungarettiani, dal parodistico e irridente gioco melodico, emerge un personaggio, non più arrabbiato, come accadeva nelle sue poesie degli anni Settanta e Ottanta, ma malinconico e indolente, che ritorce lo sguardo malizioso anche contro se stesso: “Fui progressista / lessi i libri giusti, feci discorsi alla moda / davanti ai professori mossi la coda / sempre spinto da penose fantasie / da pensieri fuori corso // il tempo ci smembra come un coltello affilato / calcolo le sigarette che ancora fumerò / le inutili pagine che ancora stamperò”.
La voce di Attilio Lolini è una delle più intense e originali della poesia italiana degli ultimi decenni, le sue pagine non sono state e non saranno, ne siamo certi, inutili. Peccato che solo da pochissimi anni, complice il suo fare appartato e poco compiacente, la grande editoria si sia accorta di questo poeta nato nel 1939, fin dalle prime prove capace, come subito intuì Pasolini, di fotografare con spietata e leggerissima esattezza la nostra comune disperazione.
(pubblicato sulla rivista Il Grandevetro)

MANCARSI di Diego De Silva (Einaudi)

Il nuovo romanzo di Diego De Silva, titolo Mancarsi tanto per alimentare subito qualche interrogativo, narra una storia d’amore. Anzi dice di quelle strane pieghe, dei mille dubbi e delle mille mezze verità, delle smanie e delle gioie, che nell’animo umano possono manifestarsi, quasi sempre si manifestano, nella vita di coppia. E insieme racconta quello che accade prima che una storia abbia inizio.
Diego De Silva
Il mancarsi del titolo fa infatti riferimento alla difficoltà di incontrarsi dei due protagonisti, entrambi reduci in modo diverso e diversamente traumatico da proprie vicende coniugali. I due, pur non conoscendosi, sembrano quasi cercarsi: frequentano infatti lo stesso bistrot, lì attratti non dalla cucina, ma dalle caratteristiche dell’ambiente, dalle gentilezze del cameriere, che ha per l’uno e per l’altra un occhio particolarmente attento e quasi affettuoso, e soprattutto da una foto di Buster Keaton, davanti alla quale tutti e due amano sedere. Ma l’uomo e la donna appunto si mancano, non hanno gli stessi tempi, sembra quasi non vogliano incontrarsi.
D’altra parte il termine mancarsi potrebbe anche alludere a una sorta di incapacità di centrare se stessi, o anche proprio potrebbe significare “mancare a se stessi”, non ritrovarsi, sentirsi fuori dalla propria stessa esistenza, inutili e stranieri alla propria vita, che è poi la condizione che vivono Irene e Nicola nelle distinte situazioni.
De Silva sa delle insidie e dei trabocchetti di cui è disseminata la narrazione, quando questa voglia parlare d’amore e delle complicate dinamiche del rapporto di coppia. L’argomento esige mano sicura: troppo facile scivolare nel sentimentalismo, farsi fagocitare dai luoghi comuni. De Silva sceglie dunque un tono leggero, che gli permette di non arretrare anche davanti ai contenuti più patetici; a tratti la narrazione si fa disincantata ed ironica, ma evitando esagerazioni e soluzioni facili. Il narratore segue i suoi personaggi con passo lieve e con partecipazione, accompagnandoli nelle loro meditazioni, nei cavilli mentali, anzi addentrandosi in essi (da qui l’uso estremamente ricorrente delle parentesi). Vincenzo Malinconico, l’avvocato protagonista dei suoi ultimi fortunatissimi romanzi (Non avevo capito niente, Mia suocera beve) non è passato invano, perché Irene e Nicola, le cui due vicende si snodano separatamente e in qualche modo in parallelo, tendono come l’avvocato alla riflessione, ammassano pensieri, propongono ricordi, ritardano le azioni mentre intrecciano teorie sull’esistenza. Insomma si guardano vivere, ma lo fanno con la consapevolezza che la vita sia anche pausa, momento d’attesa, e che la passione, per quanto dirompente, non debba essere per forza gridata.
Irene e Nicola cercano la risposta alla loro domanda d’amore, ma lo fanno senza clamore, senza sbandierare i sentimenti e senza nemmeno credere che essi siano un diritto. Anche per questo sono personaggi che osservano se stessi e gli altri, dei quali non gradiscono gli atteggiamenti esibiti, le modalità di relazione costruite sui modelli televisivi, le ovvietà e i luoghi comuni che condiscono i rapporti tra i due sessi. Per loro la parola gentilezza assume ancora un valore genuino e fondamentale, e si presenta come un misto di attenzione verso l’altro, timidezza e rispetto delle forme.
Così quando Pavel, il cameriere del bistrot, prima di tendergli la mano, se la asciuga sul grembiule, Nicola scopre nel gesto un “atto antico, deferente e confidenziale insieme” e ripensa al nonno che nei campi si puliva la mano sulla canottiera, prima di metterla sulle spalle del nipote che si era recato a chiamarlo per il pranzo. “Non gli sembrava tanto un atto di umiltà, dovuto alla vergogna di fare un lavoro che sporca, e neppure un automatismo. Nell’insufficienza igienica di quel gesto, nel suo valore tutto sommato simbolico, Nicola riconosceva piuttosto uno stile, un azzeramento dei convenevoli, una traduzione immediata della forma in sostanza”.
L’immagine che meglio rappresenta questo stile è forse proprio quella di Buster Keaton, la cui foto tanto attrae Irene e Nicola: l’immagine del comico che seppe essere elegante senza mai vestire bene, seppe far ridere senza abbozzare nemmeno un sorriso, continuò a mostrare tutta la leggerezza della sua figura anche al centro di inenarrabili e caotiche situazioni, e fu capace di muoversi con armonia anche nel pieno di un capitombolo.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

MI RICONOSCI di Andrea Bajani (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi
La scrittura è tra gli strumenti privilegiati per attraversare il dolore. E’ a volte terapia, più spesso percorso di analisi e di conoscenza per ricordarci quello che siamo, la nostra finitezza. E’ attraverso la scrittura che siamo in grado di parlare della nostra fragilità, di fare i conti con essa, di guardarla negli occhi invece di evitarla. E’ una materia difficile, il dolore: le parole si intimoriscono, vorrebbero fuggire, ma sanno che il loro compito è quello di affondare in questo tratto di umanità che ci appartiene e segna nel profondo le nostre esistenze. Ancora più difficile è dire la morte, raccontarla nella sua sconfortante semplicità. Gli uomini del nostro tempo non amano soffermarsi sui temi della fragilità e della morte. Vogliono credere che sia sempre possibile una soluzione, una via di fuga.
Non cerca scappatoie invece Andrea Bajani, che di fronte alla morte di Antonio Tabucchi, non può fare altro che penetrare all’interno del dolore per la scomparsa dell’amico, raccontandone la fine e riflettendo sul percorso comune di sussurrata complicità e di tenera amicizia che ha legato le loro esistenze. La morte di una persona cara, tradotta in letteratura, è materia difficile, scivolosa e che nasconde molte insidie. Soprattutto presenta il rischio di risultare molesta ai tanti che credono che la morte abbia diritto di essere descritta solo sulle pagine di cronaca dei giornali. Ma Bajani sa evitare retorica e sentimentalismo, si muove con delicatezza e decisione, sul filo di un equilibrio sottile costituito dagli avvenimenti reali e dalle suggestioni e dai fantasmi, altrettanto concreti si direbbe, che gli accadimenti suggeriscono.
La narrazione di Mi riconosci si sviluppa proprio a partire dal giorno del funerale di Tabucchi, dal corteo verso il cimitero del Prazeres a Lisbona, e segue il filo dei ricordi, senza che l’ordine cronologico possa disturbare l’altro ordine, più profondo e significativo, realizzato dalle direzioni che prende l’affetto e dal movimento malfermo ed ondeggiante della memoria.
Andrea Bajani
Lo scrittore giovane si rivolge direttamente allo scrittore famoso, quasi che il libro fosse una lunga lettera, riprendendo peraltro una modalità di scrittura tante volte utilizzata da Tabucchi nei suoi racconti. Bajani nelle pagine di Mi riconosci è in qualche modo Tabucchi stesso, ne assume lo sguardo e la scrittura, ed è il figlio che deve fare i conti con la scomparsa del padre, che cerca di ricostruire attraverso le parole il rapporto che l’ha legato all’amico-genitore-scrittore, con l’obiettivo, che di tanto in tanto si palesa, di chiarire innanzitutto a se stesso l’eredità affettiva e intellettuale che l’altro gli ha lasciato.
Si delinea pagina dopo pagina un ritratto di Antonio Tabucchi, costruito attraverso piccoli avvenimenti quotidiani: personaggio carismatico, dotato di grande ironia, ma anche di repentini annuvolamenti, comunque sempre in grado di stupire e totalmente affascinato dalla parola e dalle storie che la parola rende possibili.
Bajani racconta che dopo un breve soggiorno in Alentejo, Tabucchi accompagna l’amico a Lisbona. Una volta a destinazione decidono di di raggiungere Largo do Chiado. Bajani si accorge di aver lasciato il portafoglio in macchina e torna sui suoi passi. Quando poi raggiunge il caffè Brasileira, dov’è la statua di Pessoa seduto a un tavolino dello storico locale, non trova più Tabucchi. Mentre sta componendo il suo numero al cellulare, lo vede uscire, scrive Bajani, “dalla statua di Pessoa, come se per tutto il tempo che non ti avevo visto fossi stato chiuso lì e poi in quel momento ne fossi venuto fuori e ti fossi incamminato per la via. E ti avevo guardato allontanarti da quel corpo di bronzo da cui eri sbucato, partorito in mezzo a una notte lusitana”. Il giorno dopo lo scrittore più giovane prende l’aereo per fare ritorno in Italia. Dopo l’atterraggio accende il cellulare e trova un messaggio di Tabucchi. “Mi dicevi – ricorda – che in Portogallo si sentiva in maniera molto netta che ero passato per di là. Si sentiva il mio odore. E poi mi scrivevi un verso di Rilke dai Sonetti a Orfeo: Mi riconosci, aria, tu piena ancora di luoghi un tempo miei? Chiudevi dicendo Non sparire”.
La narrazione, spesso con i toni della confessione, spesso raccontando in termini quasi di leggenda, ribalta la richiesta di Tabucchi. Con il suo libro è Bajani a chiedere all’amico scomparso di non sparire. Perché la letteratura può attraversare il dolore anche in questo modo, rendendo ancora presente l’amico che non c’è più.

AL CUORE FA BENE FAR LE SCALE di Patrizia Cavalli e Diana Tejera (Voland, libro + cd)

Patrizia Cavalli

Quasi sempre conflittuale si è mostrato il rapporto tra testo poetico e musica leggera. Da una parte è ricorrente che i cantautori siano considerati poeti, a volte senza che abbiano nemmeno scritto le parole delle loro canzoni, dall’altra può accadere che i poeti tentino un approccio nel mondo della musica leggera, ma quasi sempre con aria circospetta e privi di quel tanto di afflato popolare che serve a farsi ascoltare dal pubblico della canzonetta. Sono numerosi comunque i poeti che saltuariamente hanno scritto versi per musica (addirittura anche Pasolini e Fortini, certamente Roversi per Dalla), così come quelli che hanno collaborato con musicisti (su tutti l’esempio di Giuseppe Ungaretti che compare in un disco di Vinicius de Moraes). Per un rapporto più intenso e profondo tra poesia e musica popolare bisogna però tornare alla canzone classica napoletana, ai tempi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.
Un’operazione degna di nota è quella ora realizzata dalla poetessa Patrizia Cavalli e dalla musicista Diana Tejera: ne è nato il libro/cd Al cuore fa bene far le scale, frutto di un intenso periodo di collaborazione.
“Per me una canzone deve essere semplice, immediata, non banale – scrive la Cavalli in Pranzo domenicale, il delizioso raccontino in forma di dialogo che accompagna il volume – da poterla ricordare al momento giusto, come accade a volte con certe poesie… anche se poesie e canzoni, ci tengo a dirlo, non sono la stessa cosa…”
Il libro/cd, pubblicato dalla casa editrice Voland, ed in vendita nelle librerie, contiene undici testi di Patrizia Cavalli, in parte inediti, messi in musica e interpretati da Diana Tejera, con un effetto a tratti rassicurante, con la musica che asseconda le parole, a tratti dissonante, sempre comunque in grado di proporre una relazione significativa tra i versi, mai scontati, che mai abusano di quella retorica che è invece abitualmente presente nel trito panorama canzonettistico nazionale, e le note, che tendono a evitare il supporto didascalico, il semplice commento musicale, ma anche a non prevaricare, a lasciare lo spazio necessario all’ascolto delle parole. Ne nasce un percorso in cui poesie e musica viaggiano in parallelo, ma senza cercare mai la facile sovrapposizione (“la musica di Diana ha qualcosa di brechtiano – scrive Patrizia Cavalli – : asseconda la sonorità delle parole, ma con un distacco giocoso, senza immedesimarsi nel significato”). Il limite è rappresentato unicamente da un impasto musicale che non sempre riesce a restituire quell’insieme di tenerezza incantata, di suggerito e rinnegato candore, di spietata autoironia, di trasognata furbesca perplessità di fronte alle questioni del cuore e della vita più in generale, che caratterizzano da sempre, e in particolare nella stagione più recente, i versi della Cavalli.
Diana Tejera
La sorpresa viene dalla orecchiabilità di certe soluzioni e dai minimi scarti linguistici e musicali che suggeriscono scioglimenti semplici e insieme inaspettati. E’ quanto avviene nella canzone che dà il titolo al libro/cd: “al cuore / fa bene far le scale / al cuore / ma se non fa le scale / al cuore / fa bene far l’amore / il cuore / qualcosa deve fare / che altrimenti muore / sì muore sì muore / il cuore… / non può sparire / non può dormire / se va in pensione / non è più cuore…”. Un piccolo trattato di filosofia amorosa in versi e musica, degno del De amore di Andrea Cappellano, una canzone interamente scritta dalla poetessa. “Ma mica l’ho fatta io – assicura -, si è fatta da sola, parole e musica, una sera mentre uscivo dal ristorante un po’ ubriaca. Ho aperto la bocca in un gran respiro e quella era lì, bella pronta e confezionata. La cantavo andando per strada e molti si sono fermati ad ascoltarmi…”. E Al cuore la Cavalli non si è limitata a cantarla per strada, ma dà sfoggio delle sue abilità canore anche nel cd. Del resto, chi almeno una volta l’ha ascoltata recitare le sue poesie conosce bene le sue capacità interpretative e può facilmente immaginarne le doti melodiche. Devono pensarla allo stesso modo la Tejera e Chiara Civello, che accompagnano la poetessa nell’esecuzione.

Merito della casa editrice Voland aver reso possibile un’operazione che ha la capacità di liberare il prodotto musicale leggero dalla palude di testi troppo spesso privi di spessore e che insieme offre alla poesia una strada per scrollarsi di dosso la patina di polvere sotto la quale viene a volte mortificata. Brave Cavalli e Tejera ad affrontare l’incontro in maniera divertita e gioiosa, ma senza rinunciare alla forza del dialogo tra poesia e musica.

Pubblicato su Giudizio Universale

IL PROFESSOR FUMAGALLI E ALTRE FIGURE di Giampiero Neri (Mondadori)

E’ un mondo animato da personaggi che si muovono lentamente, quello che si compone nelle pagine de Il professor Fumagalli e altre figure, di individui che vivono, senza grandi scosse, un’esistenza non segnata dagli affanni e dagli impegni frettolosi che la quotidianità impone, ai margini anzi del vivere quotidiano, pur senza essere emarginati; un mondo dove si rappresentano epifanie accennate, forse nemmeno veramente accadute, che nulla comunque aggiungono e nulla risolvono. Sono personaggi che riemergono dalle sacche della memoria, improvvisamente nitidi, o che si materializzano nella indeterminata consuetudine della strade percorse tutti i giorni, senza che nulla lasci intendere il perché della loro comparsa o possa evitare il ritorno nella nebbia che loro appartiene, con la stessa vaga improntitudine che ne ha segnato l’arrivo.
Giampiero Neri
Il poeta Giampiero Neri, classe 1927, dopo la prova di Paesaggi inospiti, e in sintonia con le precedenti raccolte, ci propone ancora un universo di avvenimenti piccoli, messi a fuoco con cura speciale dei dettagli. Il gusto per il particolare, l’accanimento con cui si disegna il gesto minimo, non preludono, come ci si potrebbe aspettare, ad un quadro di insieme risolutivo, ma tendono a suggerire che una soluzione manca, che oggetti ed eventi non hanno un posto fermo nella nostra ricostruzione, che rimane comunque inappagato il tentativo di ordinarli e spiegarli. Insomma, malgrado gli sforzi, non ci è dato capire il senso delle presenze che compongono la nostra vita, né dove portano le nostre azioni, dove il susseguirsi, spesso incauto, degli avvenimenti.
Il professor Fumagalli e altre figure è una raccolta di prose, se si escludono le poche poesie in versi peraltro già presenti in Paesaggi inospitie che dunque col precedente volume sembrano voler segnalare un legame di continuità. Si tratta comunque di prose brevi e dall’evidente intento poetico, a cominciare dalla divisione in strofe e dall’andamento fortemente ellittico, che produce sempre una deviazione da ogni ipotesi di racconto lineare.
Nel mondo di Giampiero Neri infatti i movimenti sono impercettibili e sembrano avvenire senza corrispondere ad una volontà che li determini, aprono spesso voragini che alimentano il dubbio che non esista una composizione possibile e che nella realtà le assenze siano a volte più significative delle presenze; ci fanno crollare in precipizi in cui le certezze si infrangono contro l’evidente casualità dell’esistenza. E’ quanto appunto suggeriscono i versi che concludono il volume, che insieme alla poesia posta ad inizio della raccolta compongono una sorta di cornice: “Di quella fontana stile Novecento / che doveva durare / oltre le nostre vite / si è persa la traccia / morta con la sua epoca breve. / Era ridente nella sua rotondità / spensierata all’apparenza, / finita chissà dove”.
I “paesaggi inospiti” che si delineano in questa raccolta sono spesso d’ambientazione cittadina, strade dove non ci si incontra o dove il silenzio prevale sulla comunicazione. Per esempio in una prosa si descrive il poeta che incrocia ogni sera un signore anziano, con il quale finalmente una sera scambia il saluto e poche battute di dialogo, fino a presentarsi per scoprire che anche l’altro porta il cognome Neri: “Non l’ho ancora rivisto, l’avvocato Neri. Volevo chiedergli qualche consiglio. Non so perché, mi sembra un uomo saggio. Ma qui a Milano basta girare l’angolo e non si conosce più nessuno e l’avvocato Neri, chi lo conosce?”.
Il linguaggio, sempre asciutto ed essenziale, ritrae paesaggi e personaggi di grande chiarezza, e riesce ad isolare il mistero, non per spiegarlo, ma per disporlo con grande e disarmata tranquillità dinanzi agli occhi del lettore.
(pubblicato su Giudizio Universale)

ADDIO A ROMA di Sandra Petrignani (Neri Pozza)

 

L’ultimo libro di Sandra Petrignani è molte cose insieme – inchiesta, narrazione, riflessione critica, ricostruzione di un ambiente sociale – e come tale è un prodotto abbastanza atipico per la nostra letteratura. In Addio a Roma (Neri Pozza editore) i vari elementi della storia, che l’autrice utilizza con accortezza e partecipazione, compongono un quadro unitario, ricchissimo di dettagli e nitido nei particolari, del mondo culturale romano nel periodo che va dai primi anni Cinquanta al Sessantotto, protraendosi fino a un Epilogoche si conclude con l’evento, dolorosissimo e inquietante, della morte di Pasolini, vero spartiacque culturale e sociale della vita collettiva del nostro paese.

“Vacanze romane”: il film fu nelle sale nel 1952

A condurci per mano nella dinamica e vitalissima vicenda artistica romana di quegli anni straordinari, è il personaggio fittizio di Ninetta (nei cui panni non è difficile intravedere la stessa Petrignani), che si muove comunque a suo agio tra i personaggi, questi invece reali, che furono gli animatori delle vicende culturali del periodo. A noi, che abitiamo e ci confondiamo nelle vicende tristemente mediocri, nel confronto sguaiato e inconsistente di questo inizio millennio, sembra davvero un’epoca lontana e piena di fascino quella che vide protagonisti scrittori ed artisti che si ritrovavano, con il gusto sano e civile della discussione e del contraddittorio, intorno ai tavoli delle osterie come nelle gallerie d’arte e nelle redazioni di riviste culturali che furono al centro del dibattito culturale e politico.
Sandra Petrignani allunga su quelle vicende e sui suoi protagonisti uno sguardo affettuoso, a volte nostalgico a volte garbatamente ironico, riuscendo sempre a restituire quel misto di grande arte e di tenera follia, di geniali idee sull’esistenza e di esistenze spesso perse dietro umane gelosie e ancora più umani innamoramenti, quell’inevitabile mescolarsi di arte e vita, che costruirono uno dei tratti più significativi del fermento della Roma di quei decenni.

Amelia Rosselli nel 1960

E’ un mondo di pettegolezzi e di tenerezze, di tradimenti e di affetti, ma soprattutto di grande fervore artistico, in cui si muovono Moravia e la Morante (che non vuole essere definita la moglie dell’autore de Gli indifferenti), Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna, Calvino, Natalia Ginzburg, Gadda, e poi l’affascinante direttrice della Galleria d’arte moderna Palma Buccarelli, De Chirico e Guttuso, Fellini e Flaiano, Parise e Arbasino, Wilcock ed Elio Pecora. Le loro vite si cercano, si intrecciano e si rifiutano, sempre comunque manifestando una voglia di dire, di capire fino in fondo il senso dell’epoca in cui era loro toccato vivere. Il lettore si trova di fronte un universo, insieme delicato e severo, generoso e crudele, ravvivato da piccoli segreti e da grandi dibattiti pubblici, comunque estremamente effervescente, in qualche modo entusiasmante, se confrontato con la miseria culturale di oggi.
Di quelle vicende Sandra Petrignani ci restituisce tutto il fascino nascosto, perché sa affondare la narrazione anche nelle piccolezze del quotidiano proprio mentre il suo discorso approfondisce aspetti critici o sociali.
Emergono così ritratti inconsueti, come nel caso dell’intensa e sorprendente storia d’amore tra Amelia Rosselli, “bella e strana”, che allora ha solo vent’anni, non ha ancora scritto niente e “deve combattere con il fantasma di Beethoven che vede dentro lo specchio ogni volta che si guarda”, e Rocco Scotellaro, il “poeta contadino”, come viene chiamato, “figlio di ciabattino, ex sindaco di Tricarico”. Lui scrive “Mi sento schifoso a confronto della sua bellezza” e poi, più tardi: “Ho avuto ciò che volevo: la più grande batosta dell’anima”.

Il libro ci lascia con l’immagine di Pasolini, attento a sondare gli aspetti sempre più allarmanti della società che si sforza caparbiamente di analizzare e sempre più preoccupato della propria incolumità, e con le parole di Ennio Flaiano (scritte ad un amico nel 1957!): “La nausea di questo maledetto momento che stiamo attraversando! Tutto diventa materia di esibizionismo e di rotocalco. Tutto viene preso sul serio in questo maledetto paese eccetto le cose serie”.

FINIO DE ZOGAR di Andrea Longega (Il Ponte del sale)

Andrea Longega pubblica il suo quarto libro, anche questo in dialetto veneziano, nelle raffinate edizioni de Il ponte del sale. Finìo de zogàr è una raccolta intensa, di rara forza espressiva, che nasce, si direbbe, dal basso, dal tono sommesso che l’autore predilige e da uno sguardo ravvicinato su oggetti e uomini. Ma se è vero come scriveva Karl Kraus che “quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo”, allora la parola di Longega, che ostinatamente si muove nei luoghi più prossimi, diventa specchio e paradigma di una vasta, universale vicenda di gioia e di dolore. Allo stesso modo il dialetto utilizzato che, come scrive lo stesso autore, “accoglie semplificazioni e italianizzazioni, tuttavia conserva ancora memoria del passato, di molti termini e modi di dire assimilati da genitori e nonni”, è dunque lingua degli affetti e della vicenda familiare, attraverso cui si può parlare di sentimenti e di un mondo circoscritto, così ricco però di qualità e moralità, che la lingua italiana tenderebbe a sminuire, producendo un effetto di eccessivo slittamento sentimentale.
Attraverso l’uso del dialetto “semplificato”, non lingua della comunicazione ma della memoria e degli affetti, Longega può far scivolare le parole sui piccoli eventi del quotidiano, sugli insignificanti equivoci che puntellano la storia personale, può ricostruire eventi familiari che a prima vista apparirebbero marginali, fare leva su quelle emozioni che non trovano più diritto di cittadinanza sulla pagina letteraria. Può cioè ancora stupirsi, commuoversi, turbarsi, provare pietà, intenerirsi, senza che questo risulti imbarazzante per chi legge o per chi scrive, ma anzi ottenendo un effetto di trasparente innocenza e di grande incisività. La vita si anima così di un dialogo minimo e straziante, anche di fronte alla malattia e alla morte della madre, a cui sono dedicate numerose liriche, dove oggetti d’uso quotidiano e domande universali sono messi in relazione e si contaminano attraverso il tono pacato e cantilenante dei versi: “Merli che ve sento / prima che fassa matina / parléme co la vostra / vose prima, come fusse / la nòte de Nadal. / Conteme del mondo / (savé de la Elvira? De la so tuta / de cinilia?) / e de quelo che ne l’aria / e in mèzo ai rami / se tramanda”.
Longega è capace di affrontare, come ricorda Vivian Lamarque nella partecipe introduzione al volume (“le mie poesie – scrive in apertura – amano molto le poesie di Andrea Longega”), i grandi temi della vita e della morte, sempre con una grazia che riesce a restituirci tutta la sofferenza e tutta la bellezza di cui sono intrise le nostre esistenze e che sembra vogliamo dimenticare: “Xe cussì semplice / nasser e morir / che tutto el resto me par / inutilmente complicà”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

IL LETTO VUOTO di Alberto Bertoni (Nino Aragno Editore)

“So solo che da oggi sto sospeso / in questo limbo orfano / e ci annego / galleggiando avanti e indietro / disancorato da tutto il mio status / senza più tempo né cielo”. I versi, tratti dalla poesia Successione, possono servire a introdurci nel vivo dell’ultimo libro di poesie di Alberto Bertoni, Il letto vuoto, pubblicato da Nino Aragno Editore. Bertoni si conferma poeta in possesso di un grande controllo del mezzo espressivo, di una lingua sempre in bilico tra lirismo e parlato, comunque attenta all’aspetto comunicativo dell’esperienza poetica. 
L’assenza a cui fa riferimento il titolo è data dalla scomparsa della madre, che segue di pochi anni a quella del padre, a cui erano in gran parte dedicate le liriche della precedente raccolta Ricordi di Alzheimer. Il “limbo orfano”, in cui l’autore si trova costretto è un luogo segnato dalle assenza delle persone care (tra queste c’è da ricordare il poeta Giovanni Giudici, la cui presenza ritorna nei versi della raccolta, figura centrale nella formazione artistica ma anche negli affetti di Bertoni), ma anche dall’impossibilità, realizzata la mancanza di punti solidi di riferimento, di trovare una propria collocazione soddisfacente, di sentirsi comunque artefice di un destino. Il futuro è destinazione senza senso, si è padroni, infatti solo del passato, e al passato Bertoni declina spesso i suoi versi, cercando in giorni lontani una ragione dell’esistenza. Ma la memoria non regge ai colpi del trascorrere del tempo e del degenerare delle cellule, non può essere un riparo, anzi diventa tessuto che si scompone e si sfilaccia, è un contenitore dove gli oggetti si accumulano alla rinfusa e si deteriorano, una cassapanca che raccoglie “pure cianfrusaglie”. A nulla vale cercare di mettere ordine, nemmeno la poesia è utile a riorganizzare il passato, può solo costatare il disgregarsi di ogni realtà, con l’inevitabile risultato che il letto rimane appunto vuoto: “Però neanche adesso lo risolvo questo vuoto / semplicemente mettendo a posto / un oggetto o quell’altro”. 
Le diverse raccolte poetiche di di Bertoni contribuiscono a comporre una sorta di autobiografia in versi (i modelli novecenteschi sono senz’altro Saba e Giudici), disposta sulla linea di una perdurante fedeltà ai luoghi della giovinezza e alle persone che quella età hanno animato e resa indimenticabile. In una delle prose che contrappuntano le liriche e che facilitano il lettore nel collocare i versi in una geografia, Bertoni scrive che “qualcuna” dovrà pur spiegargli cosa significa nel nostro mondo essere adulti: “praticare gli acquisti più scaltri, essere un top troppo presto scavalcato o insegnare a dei figli straviziati la correttezza politica o animale?”. 
La confessione di cui Bertoni ci rende testimoni è senza veli, nulla evita o aggira, eppure risulta estremamente pudica, come se il protagonista volesse in fondo dirci che nessuna vita può veramente aspirare a spiegare l’esistenza, nemmeno quella di chi scrive: “Vacilla allora il corpo / privo già di sguardo / la testa che sbatte sul duro / ed è pensiero nudo / col suo odore di cenere, la ruggine del tempo / mentre m’infilo in un dedalo di strade secondarie / finché un banco di nebbia non m’inghiotte / e che vada o non vada / viva o non viva / non riguarda più nessuno / me stesso tantomeno”. 
Pur in questo paesaggio senza consolazione, la poesia di Bertoni ha il pregio di farci amare il mondo che descrive, di farlo apparire in qualche modo leggendario ed eroico. In esso tornano, oltre alle figure di cui si è detto, altre componenti abituali, già presenti nelle precedenti raccolte: il Modena calcio, l’Inter, i campi di bocce, dove il nonno “per eccesso di pudore, si limitava a guardare le sfide degli altri”, la città di Modena, spesso soffocata dal caldo estivo, lo scrittore Delfini, modenese anch’egli come Bertoni (e a Delfini è dedicata l’ultima prosa e l’ultima poesia del libro, un piccolo ritratto struggente e intenso, che vuole quasi indicare una ulteriore discendenza, rivendicare un’appartenenza). C’è poi il trotto, naturalmente, passione sempre viva tra i miti di Bertoni (come dimenticare una precedente raccolta dal titolo inequivocabile Ho visto perdere Varenne?) che offre appiglio ad una amara, ironica considerazione nella lirica Un purosangue di Longchamp (che, sia detto per inciso, è una pista adatta ai campioni, dove tra l’altro corse l’ultima sua gara il mitico Ribot): “Intanto è passata un’altra / estate, mia madre l’ho / ricoverata per demenza / e siccome conosco abbastanza, poverina / la genealogia equina / so che due brocchi trottatori / come i miei genitori / potranno fare tutto / ma non un purosangue di Lonchamp”.
(articolo pubblicato sul sito Giudizio Universale)

AFFARI DI CUORE di Paolo Ruffilli (Einaudi)

Paolo Ruffilli ha costruito le sue ultime raccolte di versi (tra le quali vale la pena ricordare il notevole esito di La gioia e il lutto) intorno ad un’idea forte centrale, un tema dal quale sviluppare le singole riflessioni. Accade lo stesso anche con Affari di cuore, il volume recentemente pubblicato per i tipi di Einaudi.
Attingendo alla lunga tradizione del canzoniere d’amore, con lo sguardo particolarmente puntato alle origini cortesi, stilnoviste e petrarchesche, Ruffilli manifesta fin dai primi versi una propria idea dell’atto amoroso, rivolto non verso una singola figura di donna, semmai idealizzata, ma considerato quale sentimento puro e durevole pur nelle sue molteplici manifestazioni e nei vorticosi e spesso contraddittori accadimenti. L’amore insomma se è tale non può essere circoscritto dentro esiti prevedibili e codificati, ma è scoperta continua, combinazione imprevedibile di bene e male, dialogo disarmonico e dissacrante tra spinta spirituale e vertigine erotica. L’amore riesce a fornire una ragione alle nostre esistenze, attraverso la presenza della persona amata, che diventa obiettivo e fine delle nostre azioni, ma anche minaccia, trasalimento, composizione impossibile di felicità e disperazione. Nel cammino verso la persona desiderata cerchiamo la possibilità di riconoscerci nell’altro, di pervenire all’impossibile conciliazione degli opposti: “E non volere / più niente d’altro, / se non essere te / dentro di te / nel cuore del tuo cuore, / diventato parte / del tuo stesso odore”.
L’amore sottrae dalla vita e dunque difende l’amante dai violenti assalti della quotidianità. Sembra che nulla possa davvero far male, tranne l’amore stesso, ma in effetti il mondo aspetta fuori dalla porta “benevolo e indulgente / con le nostre vite”, ma alla fine il gioco è smascherato, perché “il mondo vince sempre / tutte le partite”.
Gli esiti più felici della raccolta vanno trovati proprio in questa dialettica continua tra il rassicurante circolo chiuso in cui vive la coppia e l’inevitabile presenza del mondo, tra il bisogno di infinito che nell’amore sembra realizzarsi e la finitezza che ogni atto della vita porta inevitabilmente con sé (“l’idea di un infinito / perfino quotidiano, / lasciato in sorte / al corpo dell’amore”), tra la straniata condizione dell’innamoramento che ci fa prigionieri e il piacere di sentirci incatenati ed alienati.
Nella poesia La traccia ad esempio, ripercorrere i tratti amati del corpo della donna sembra offrire una possibile via di scampo, una soluzione alla nostra fragilità. Ma si tratta di una traccia destinata a svanire: “Solo il dettaglio / nel farsi oggetto / e luogo circoscritto / ai nostri sensi, / rende presente / e non più astratto / né più evanescente / o spento e vano / l’istinto a opporre / al tempo un’immanenza / fingendosi un istante / eterno il mondo / prima che la traccia / slitti via / cadendo a fondo”.
Ruffilli privilegia un tono popolare, che sa comunque guardare alla tradizione letteraria della canzone e che introduce nella sequenza cantilenante del linguaggio quotidiano una serie di metafore che vengono assorbite nell’evento e prontamente smascherate.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)