Le meravigliose camere di Elisabetta Scarpini

Le Wunderkammer erano stanze in cui, a partire dal Cinquecento e per tutto il Seicento, venivano raccolte mirabilia, oggetti esotici o di forme stranissime, o ancora prodotti originali fino all’eccesso creati da artigiani abilissimi, animali a due teste, rettili provenienti da luoghi lontani, uccelli sconosciuti. Erano insomma un luogo delle meraviglie, una camera delle curiosità, nella quale guardarsi attorno con stupore e che doveva appunto destare meraviglia nel visitatore. Le pareti erano in gran parte coperte da mensole e ripiani, sui quali poggiavano, allineati in disposizione all’apparenza casuale, i pezzi eccentrici di collezioni stravaganti e disordinate. Si trattava di raccolte di cose e reperti stravaganti, una sorta di prima idea di quelli che poi saranno i musei, dei quali però non possedevano la disposizione sistematica, né tantomeno il rigore. E’ normale che queste fiere dello straordinario trovassero ampio favore nel secolo del Barocco. 

Una Wunderkammer di Elisabetta Scarpini

Una Wunderkammer di Elisabetta Scarpini

Elisabetta Scarpini dedica alle Wunderkammer una mostra già ospitata nella libreria Fahrenheit 451 di Campo de’ Fiori a Roma e prima ancora presso Le Salon by Thé des Écrivains di Parigi, e che approda ora a Lisbona, dall’8 al 18 aprile presso la Livreria Ler Devagar, nel quartiere dell’Alcântara.

Le camere delle meraviglie della Scarpini sono fotografie che ritraggono composizioni realizzate dalla stessa artista, in cui libri, oggetti del quotidiano, piccole suppellettili, verdure e piante immediatamente riconoscibili nella loro familiarità, si sistemano in un ordine inconsueto e sorprendente, dando luogo a insospettabili parentele, a legami che, così come nell’arte barocca, si strutturano in forme di equilibrio precario eppure in qualche modo necessario.

Le Wunderkammer diventano degli spazi, innanzitutto mentali e culturali, dove vengono a condensarsi, come nei sogni, frammenti provenienti dalla vita quotidiana più prossima così come da lontani eventi rimossi. Sono nature morte del meraviglioso ridotte a fotografie, formate da brandelli che risalgono all’epoca remota della storia individuale e da lacerti della banalità e della consuetudine a cui ci costringe il presente. In esse convivono, suggerendo, peraltro senza mai dichiararla, una ragione che spieghi la loro coesistenza, presenze strambe e personaggi familiari.

Il rapporto tra i diversi materiali che compongono la scena (perché pur sempre di un teatrino bizzarro si tratta, di una scenografia che rimanda all’assurdo compiersi delle vite in una intelaiatura troppo spesso singolare) può essere rassicurante o generare inquietudine, ma è sempre il segno di una realtà che, pure nella bidimensionalità dell’oggetto fotografico, cambia repentinamente di segno e genera nuove prospettive.

La volontà di esporre le opere in librerie è una scelta felice, visto che gli oggetti più presenti nelle Wunderkammer della Scarpini sono appunto i libri. Nelle parole della letteratura, ma soprattutto della poesia diremmo a scorrere i volumi presenti nelle fotografie, c’è la vita e l’arte, così come è presente l’ostinarsi dell’una e dell’altra a offrire un equilibrio e un senso a schegge spesso vaganti, a oggetti, sentimenti, emozioni, eventi dell’esistenza che si combinano in fogge strampalate, in audaci diagrammi che pure da qualche parte devono avere una loro spiegazione. Per Mauro Pompei, che firma lo scritto di presentazione del catalogo della mostra, si tratta di una “molteplicità che si ripiega e si spiega, e che sta a noi, alla nostra capacità di pensarla, tentare nuovamente di dispiegare”.

(pubblicato su www.succedeoggi.it)

L’Almanacco dei poeti: parole senza confine

Progressivamente si sono ridotti negli anni gli spazi editoriali dedicati alla riflessione sulla poesia e alla necessità di considerare il lavoro del singolo autore all’interno di un contesto più ampio. C’è da aggiungere che i pochi strumenti ancora attivi non sempre offrono scelte basate su qualità e rigore. Va dato perciò atto all’editore Raffaelli di Rimini della opportunità e del pregio di una operazione per tanti versi coraggiosa e controcorrente: l’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea, curato da Gianfranco Lauretano e Francesco Napoli, giunge al secondo numero e si presenta più ricco e variamente organizzato che nell’edizione del 2013. Il volume è denso di contributi e felicemente curato dal punto di vista grafico e nella scelta fotografica.

Etel Adnan

Etel Adnan

La proliferazione di una produzione poetica spesso autogestita e autopromossa, ancora più evidente nell’era di internet e dei social network, invece che alimentare il dibattito ha fatto emergere la necessità di pubblicazioni che abbiano l’obiettivo di fare seriamente il punto della situazione, dando risalto all’opera degli autori che sanno leggere le caratteristiche dei tempi in cui viviamo e che sono in grado di esprimere una ricerca che non si consuma in un ambito meramente letterario, o peggio asfitticamente amicale, ma è capace di parlare con chiarezza e autorevolezza al pubblico dei lettori. C’è bisogno insomma di luoghi che spingano al confronto, tali cioè da permettere di seguire quanto avviene, nel campo della poesia, accanto a noi o in territori più lontani, e nei quali sia possibile farlo in maniera non superficiale, o distaccata e accademica, come troppo spesso avviene. L’Almanacco di Lauretano e Napoli risponde con competenza e attenzione a queste esigenze.
Ampio spazio è dedicato alle esperienze e alle voci più significative del panorama internazionale (“L’orizzonte internazionale, la particolarità e la specificità dei linguaggi e le musicalità più disparate, la pluralità delle direzioni restano le matrici più profonde del nostro Almanacco”, scrivono i due curatori), a partire da un gruppo di scrittori austriaci, tra cui spicca Peter Handke con il suo poemetto Canto alla durata, presentato nella traduzione del goriziano Hans Kitzmuller.

Peter Handke

Peter Handke

Anche nella sezione denominata Lavori e dedicata alle opere in corso d’opera, sia dal punto di vista della scrittura originale che della traduzione, accanto alle proposte italiane di Valerio Magrelli, Umberto Piersanti, Giancarlo Pontiggia e Patrizia Villani, sono presenti autori della più diversa provenienza geografica e culturale, come Mario Rivero, voce tra le più rilevanti della poesia colombiana degli ultimi decenni, la libanese Etel Adnan, vicina ai novant’anni, presenza femminile di grande prestigio nella letteratura mediorentale e che vive tra Parigi e Sausalito in California, e poi la madrilena Guadalupe Grande e la parigina Christiane Veschambre.
La sezione delle Segnalazioni ospita giovani poeti presentati da colleghi già affermati o da lettori di professione: è il caso della croata Anna Baar, le cui poesie sono introdotte da Tiziano Broggiato, di Luca Ariano, Laura Corraducci, Domenico A. Ingenito, Zingonia Zingone e Giuseppe Nibali, introdotto da Davide Rondoni.
Particolare interesse riveste il Quaderno, curato da Emilio Coco, che permette un ampio sguardo sulla attuale produzione in lingua corsa, su quegli autori cioè nati e residenti in Corsica che hanno scelto di esprimersi nella lingua originaria del luogo piuttosto che in francese.

Dal volume edito da Raffaelli emerge un quadro generale di grande vitalità e varietà, che dà conto del periodo forse caotico, in qualche modo meno capace di relazioni e discussioni che in passato, ma sicuramente ricco di contenuti e di voglia di dire in cui si muove la poesia di questi anni.

 

Fernando Lena, versi dal manicomio criminale

 

Fernando Lena è nato a Comiso nel 1969. Alla sua poesia è dedicato uno dei Quaderni dell’Ussero, curati da Valeria Serofilli. Il Quaderno è quasi interamente occupato dai versi di La quiete dei respiri fondati, un poemetto che si compone di trenta liriche più una di introduzione, che nasce dalla permanenza di Lena all’interno del manicomio criminale di Aversa, un cui padiglione era stato allora concesso a una comunità di recupero per tossicodipendenti. Siamo nel 1991-92 e quella straziante esperienza si ripresenta anni dopo ancora nella forma di “uno sguardo poetico e crudele”, come si esprime lo stesso autore, “un motivo in più per credere alla libertà”.manicomio2
I versi di Lena hanno una forza immediata e sono carichi del dolore e della passione che attraversarono quel momento della sua vita. “Davanti a me queste mura altissime / inquietano allegramente poiché la vera prigione / è il caos che mi setaccia dentro”. La poesia si muove alla ricerca di quel caos, che non si vuole sciogliere ma solo rievocare e mettere a nudo, e che si rappresenta nelle esistenze emarginate di tossicodipendenti e internati. Lo sguardo che si posa sui protagonisti, è determinato, a tratti spietato, ma sempre capace di cogliere l’umanità di quelle vite, così degradate eppure inaspettatamente intense. I versi ritagliano in pochi tratti resoconti limpidi e inesorabili, utilizzando il corsivo quando il racconto si rivolge agli ospiti del manicomio, il carattere tondo per le vicende dei giovani tossicodipendenti: “nei tuoi modi cementati / ho visto più volte / la gentilezza / di un baratro”; “La voce di Ciro / ha il carisma dei flaconi di Tavor / che rivende dopo averli / sottratti all’infermeria /(…) Dieci anni aveva / quando è stato abbandonato qui / per la sua diversità di ‘frocio’ / (…) se solo si potesse / prenotare un angolo di paradiso / lui lo meriterebbe”.
Le parole di Fernando Lena sono insieme fredde e partecipi, le storie che racconta costruiscono un mondo a parte terribile, nel quale però è ancora possibile l’amore e la speranza, perché “tutti siamo vittime / e germoglio”.