Archivio mensile:Ottobre 2018

TUTTE LE POESIE di Biancamaria Frabotta (Mondadori)

Non c’è poesia che non voglia porre domande. Anche quando i versi sembrano suggerire certezze o marciare solidi verso una verità, contengono, nel loro profondo, qualcosa che consuma e corrode, che pone il lettore consapevole sul terreno sdrucciolevole in cui ogni interrogativo ci fa precipitare. Una poesia se ne va sicura fino a quando non inciampa, più o meno direttamente, in un dubbio, finché non si produce in un imprevisto tentennamento.

Biancamaria Frabotta

La poesia di Biancamaria Frabotta, fin dall’esordio avvenuto nel 1971 sulla rivista Nuovi Argomenti, si muove in un territorio abitato da mille quesiti. Avviene però, soprattutto nelle prove più recenti, che non sia la voce poetica a proporre le domande, a procurare lo stato di incertezza. Essa piuttosto le raccoglie, provenienti, ci sentiamo di dire, dal mondo che è intorno, dalle cose e molto più spesso dagli elementi della natura, dai piccoli o meno piccoli mille eventi del quotidiano, che si pongono incerti e titubanti, non più sicuri del loro posto, in qualche modo agitati da una brezza, un frastuono, un pensiero, che li scuote e che genera oscillazione. Anche l’ambiente naturale, pur quando sembrerebbe in pace con se stesso e con chi, innanzitutto il poeta, lo abita e lo descrive, si pone perplesso a chiederci conto della nostra condizione, a dirci che nel nostro mondo ogni cosa è di fatto vacillante o perlomeno variabile.

Un libro raccoglie ora le poesie che Frabotta ha scritto tra il 1971 e il 2017. Il volume di Tutte le poesie, pubblicato nella collana mondadoriana de Lo Specchio, contiene i versi a partire dalla raccolta Il rumore bianco del 1983, che già a suo tempo presentava al proprio interno le poesie della precedente plaquette Affeminata, fino ad arrivare ai testi poetici, finora inediti in volume, di La materia prima, ed è arricchito dalla postfazione di Roberto Deidier e della nota biobibliografica di Carmelo Princiotta. Negli oltre quarantacinque anni durante i quali si è sviluppato il percorso in versi della poetessa romana sono da enumerare inoltre le pubblicazioni de La viandanza del 1995, di Terra contigua (1999), La pianta del pane (2003), Da mani mortali, che è del 2012.

“Oltre la soglia del letargo, una foglia / pende ancora a lato del legno, trema, / si rimette al vento con l’astuzia dei deboli. / Ha conosciuto la pietra e l’agio delle erbe / la prima generazione dei biancospini. / Irti più del filo spinato che li regge / proclamano la resistenza all’inverno / mentre un riemerso brulichio di molti / silenziosamente li lavora nel tepore”. Come nella poesia La prima generazione dei biancospini, che fa parte della raccolta Da mani mortali, la natura è anche il luogo della caducità e della conseguente lotta per resistere. Nella natura si specchia la fugace presenza dell’uomo, che ha mani mortali appunto, così come inevitabilmente passeggera è la foglia. Le mani dell’uomo sono destinate a perire, allo stesso modo finiscono le opere che quelle mani producono. Il corpo, che è l’altra presenza ricorrente fin dalle prime raccolte nella poesia della Frabotta, non può che essere fragile, ma, allo stesso tempo, non può che essere forte, in quanto è il solo strumento che abbiamo per conoscere il mondo. “L’orecchio, il naso, la bocca / camerieri d’una eccellente / portata o, ostinatamente / s’attengano a un respiro / regolare, piatto base nel / menù del giorno / garantiscono la vita a basso costo / abili artigiani della sopravvivenza. / E l’occhio? Oh l’occhio, senza / offesa per nessuno, è ben altro. / Vi entrava la vita, vi si addentrava. / Ed io che la riempivo di me per non deluderla / o la dimenticavo, meschina, per non violarla”.

Da una parte c’è il corpo, con i suoi inesorabili impedimenti, dall’altra la Storia, o forse meglio il Tempo, che poi non è quel succedersi ordinato di vicende, che siamo portati ad immaginare, e nemmeno produce il verificarsi esatto di cause ed effetti. Il Tempo è piuttosto un magma poco disciplinato, un complesso, a tratti oscuro, mescolarsi di passato e presente, destinati a diventare, con l’avanzare dell’età, come i segni sul dorso della mano, “il ricamo / di esperienza e dimenticanza”.

L’oggetto primario delle attenzioni non può essere allora che il “prezioso rivestimento”, quel corpo che ormai è quasi altro da se stessi, un altro da curare con lo sguardo preoccupato di “una madre apprensiva”: “Di me non mi curo, ma di te / soltanto, giorno e notte / come una madre apprensiva / come la più noiosa delle spose / e tu mio caro prezioso rivestimento / giustamente ribelle a ogni emolliente / iniquamente mi bistratti”.

La parola intanto continua a prodursi in malcelato stupore e in domande. E’ una parola che diventa, nella poesia della Frabotta, con il trascorrere delle raccolte, sempre più animata da una vaga ironia, da un disincanto che non produce indifferenza, ma anzi sembra aderire con struggente amorevolezza alla perplessità degli oggetti e della Natura. A partire da La pianta del pane, e soprattutto nelle ultime due raccolte, la lingua è meno spinosa e contundente, si fa più dialogante. Scrive la poetessa nelle prose di Ultime dalla terra di nessuno, che chiude il corpus delle poesie, “Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi”. La lingua peraltro è costantemente in cerca di quella parola che sappia entrare in relazione con la Natura, “con i suoi eterni lavori, non i suoi idilli”, con “il miracolo delle sue lingua non umane”.

Biancamaria Frabotta ha segnato la poesia italiana degli ultimi decenni con sensibilità e determinazione: inizialmente proponendosi come voce soprattutto al femminile (“Divenni femmina nel linguaggio prima che nel corpo”) e con toni spesso aspri e severi, poi con uno sguardo sempre rigoroso, ma capace di di esprimersi con una vena malinconica, un’adesione più docile e conciliante alla sofferenza e alla bellezza del mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Il viso di Aznavour

“Je vous parle d’un temps / Que les moins de vingt ans / Ne peuvent pas connaitre”.
Comincia così una delle più note canzoni di Charles Aznavour. Quel tempo, che quelli che hanno meno di venti anni non possono conoscere, se lo è portato addosso per tutta la vita. Anche quando era giovane (ma quando può essere stato giovane uno con una faccia così?) gli vedevi stampato sul viso un mondo lontano, l’Armenia dei suoi genitori o chissà quale altro oriente, gli vedevi fare dei gesti, quei movimenti di mani e braccia durante i concerti, i passi avanti e indietro timidi e decisi sul palco, che venivano da danzatori di un mondo che noi, che una volta, chissà quando, abbiamo avuto meno di venti anni, non abbiamo potuto conoscere.
Aznavour, Chahnour Vaghinag Aznavourian come era davvero il suo nome da armeno, un nome anche questo che si perde nel passato, un nome come una cantilena roca, ha composto canzoni (circa milleduecento) che erano già tutte scritte nella sua faccia, nel corpo minuto, nell’espressione beffardamente disperata. Non è un caso che molti registi lo vollero nei loro film, che François Truffaut ne fece il protagonista di Tirez sur le pianiste, dove un Aznavour non ancora quarantenne suona in un piccolo locale, intrattiene gli avventori che gli prestano poca attenzione e nasconde nei suoi silenzi e nella sua timidezza un passato di concertista, una carriera terminata con il suicidio della moglie. Il pianista si chiama Edouard Saroyan ed è un immigrato armeno, proprio come il padre del cantante, Misha, che cantava da baritono.
Aznavour portava con sé il mistero di tempi lontani anche nella voce, incrinata da una paralisi ad alcune corde vocali che aveva avuto da bambino, quando gli era venuta forte, già allora, la voglia di farsi sentire cantare. I problemi alle corde vocali erano rimasti e i medici gli avevano sconsigliato di provare la carriera dello chansonnier, ma lui aveva continuato imperterrito, anzi aveva fatto di quel difetto una caratteristica inconfondibile delle sue interpretazioni. A tale proposito scriverà sul suo sito: «Quali sono i miei handicap? La voce, l’altezza, i gesti, la mia mancanza di cultura e di personalità. La mia voce? Impossibile cambiarla. I medici che ho consultato sono categorici: mi hanno sconsigliato di cantare. Sono stato tenace, e ce l’ho fatta».
Insomma tutti i suoi limiti sono diventati gli strumenti che ha utilizzato per diventare un grande compositore di canzoni e uno straordinario interprete, per dare intensità e limpidezza al canto. Uno che ha saputo essere piccolo, senza particolare fascino, non dotato di una grande voce, ma che ha raccontato l’amore in tante sue forme, è stato per diversi decenni al centro della scena musicale internazionale, si è mosso su palcoscenici importanti fino a pochi giorni dalla morte, avvenuta, come tutti ormai sanno, a 94 anni, nella notte tra domenica e lunedì.

Charles Aznavour con Edith Piaf

Fu scoperto da Edith Piaf, che poi avrebbe interpretato alcune sue canzoni. Erano gli anni Quaranta del secolo scorso. La Piaf anche lei aveva una faccia d’altri tempi, un corpo minuto che, come quello di Charles, si muoveva con parsimonia, senza aggredire, anzi quasi con il timore di fare troppo. Tutto il contrario, insomma, di quello che vediamo fare ora dai cantanti. Piaf e Aznavour non avevano bisogno di essere belli e non agitavano l’aria: la muovevano e la facevano diventare viva, solo con le mani, con il volto e con gli sguardi.
Non ci credete? Provate ad andare sul sito aznavourfoundation.org (detto per inciso è il sito della Fondazione che il cantante creò per aiutare la terra dei suoi avi). Vi attende la faccia di Charles Aznavour che vi guarda. Non succede nulla, non c’è musica. Lui guarda, alza il sopracciglio, sembra voglia parlarvi, sembra stia per piangere, poi è perplesso, si pone delle domande, quasi ridacchia, vi guarda e strizza gli occhi, scuote un po’ la testa.
Le sue canzoni sono tutte lì.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi